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L’imperativo categorico: vincere la battaglia sui media. Secondo Alessandro Robecchi

Alessandro Robecchi, giornalista de Il Manifesto, all’Espace Populaire di Aosta lo scorso giovedì 19 febbraio, ha proposto uno spaccato lucido e impietoso del sistema italiano dell’informazione e della crisi culturale, prima che politica, dell’attuale società italiana.
Contro “la teoria del caso singolo e clamoroso”, insieme tecnica e strategia del potere, contro l’erosione dell’informazione dal basso e contro l’orizzontalizzazione del messaggio dall’alto non resta che l’imperativo categorico di vincere la battaglia “sui media, o almeno combattere alla pari, o almeno combattere”.
Di seguito la mia intervista, random, e, informale.

Schedatura di parte di Rom su base etnica e religiosa, scuole separate e “differenziali” per i Rom, proibizione di matrimoni misti, schedatura dei clochards.
A parte le differenze storiche, se dicessi leggi razziali 1938 e leggi razziali 2008, tu cosa risponderesti?

AR. Il filo è quello lì. Questo spiega anche il lungo e intenso seminare insicurezza per anni perché una popolazione impaurita è il miglior investimento che può fare un governo reazionario e repressivo.
Impaurire la gente in modo che la gente si crei un capro espiatorio che sia poi quello da punire. È strabiliante, se tu ci pensi, che oggi in un paese messo in ginocchio dalla crisi economica e dalla ristrutturazione industriale, il nemico non sia il padrone o l’industriale ma sia lo sfigato rumeno o il Rom.
E questo vuol dire che quel meccanismo lì, che è esattamente lo stesso delle leggi razziali del 1938, ma direi, peggio, è esattamente lo stesso da cui si è usciti dalla repubblica di Weimar con l’antisemitismo nazista in Germania addirittura.
Fatte tutte le debite proporzioni che volete il meccanismo è esattamente lo stesso.

In “voi siete qui”-rubrica di satira – domenica scorsa nel tuo “Sana e robusta Costituzione” (rilettura a partire dai principi) perché non c’era l’articolo 21?

AR. Non ce n’erano tanti. Perché ho cominciato a fare quel giochino lì un po’ irritato. Anzi chi l’ha letto prima, m’ha anche detto al giornale, che così sembrava che non si difendesse la Costituzione.
In realtà è che la strenua difesa della Costituzione, che secondo me è assolutamente doverosa, sacra, direi sacrale, di quella bella sacralità laica che ci vorrebbe un po’ di più in questo paese. Poi alla fine, se vai a vedere, la Costituzione è già stata ampiamente calpestata. Adesso ho preso i primi dieci articoli … poi siccome c’è questa cosa vergognosa dei medici che posso denunciare i clandestini, allora ho messo anche l’articolo 32.
Però possiamo mettere l’articolo 21, ce ne possiamo metterne a dozzine, a dozzine. L’articolo 21 è perché sennò poi sembra sempre che i giornalisti fanno i vittimisti sulla libertà di informazione.
Quello sulla salute mi sembra molto più grave.
Aggiungerei che nell’articolo 32 c’è anche un altro comma che dice che il cittadino può rifiutare le cure: questa oggi è un’altra emergenza, al contrario, nata dal caso di Eluana Englaro.

Parliamo di ideologia. Perché “quelli di sinistra” devono sentirsi definire come quelli che fanno ideologia, in negativo sempre, mentre, ad esempio il mondo cattolico avrebbe un’ideologia positiva. E perché, per di più, secondo te, noi di sinistra, a differenza degli antagonisti, ci sentiamo male quando ci dicono che facciamo ideologia ?

AR. Molto semplicemente perché gli antagonisti non chiamano la loro ideologia “ideologia”. La chiamano in certi casi “fede” in certi casi “convinzione”.
Noi la chiamiamo “ideologia”, vergognandocene, e questo già ci mette in una posizione di inferiorità: perché se tu ti vergogni delle tue idee la fine che fai è quella, giustamente.

Come possiamo oggi fare “resistenza” dal basso?

AR. Io credo che anche durante il Terzo Reich c’erano in giro della brave persone.
Probabilmente saranno state pochissime, saranno state impaurite, saranno state zitte.
Penso che oggi noi dobbiamo cercare di essere il più possibile – proprio lo dico nel modo meno ideologico possibile, sempre con quell’accezione che ci siamo detti – delle brave persone, con dei principi morali saldi. E se qualcuno ci viene a dire “picchiamo i Rom perché violentano le nostre donne noi dobbiamo dire no e dobbiamo dire che già in quel concetto di “le nostre donne” c’è già del fascismo. E dobbiamo starci attenti. Mi rendo conto che ci sto più attento da quando ho i bambini, per lo meno da quando i bambini capiscono a differenza, a volte, dei “grandi”: loro devono diventare della brave persone.
Se noi riusciamo a fare questo già un pochettino del nostro cammino l’abbiamo fatto.
Però non voglio neanche fare così l’ecumenico. Noi abbiamo davanti a noi degli anni duri.
Noi dobbiamo metterci davanti a questa prospettiva e pensare che saremo anche chiamati a scelte non comode, non facili. Si parla tanto male dei vecchi in questo paese – e forse è anche giustamente perché è una società molto vecchia, invecchiata (la nostra, ndr) – in cui i vecchi non se ne vanno mai, sostanzialmente.
Però è anche vero che i vecchi che abbiamo avuto noi non sono stati male: gente che ha cacciato i fascisti a fucilate.
Io non lo so se i “famosi” quarantenni di oggi lo farebbero.
Forse preferirebbero un consiglio di amministrazione.

Silvia Berruto

Alessandro Robecchi all’Espace Populaire di Aosta
Aosta – 19.02.2009
C – Photo Silvia Berruto
Copyleft per gli amici
Copyright per gli antagonisti



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