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Lug
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CHIUDERE I CIE SUBITO. 10 LUGLIO ANTIRAZZISTA A TORINO

Torino 10 luglio 2010
ore 16.00 – Corteo da Piazza Sabotino al CIE di corso Brunelleschi
no-cie.noblogs.org
Iniziativa organizzata dal coordinamento 10 luglio antirazzista


APPELLO

Torino è antirazzista
photo silvia berruto_10.07.2010

1000
Ma forse saremmo stati anche di più.
A manifestare la nostra dissociazione dall’irricevibilità della sola idea dell’istituzione dei CIE, dalla loro realizzazione e, infine, per esigere LA CHIUSURA IMMEDIATA DI TUTTI I CIE italiani.
C.I.E. sta per CENTRO DI IDENTIFICAZIONE ED ESPULSIONE.

Arrivo in piazza con un certo anticipo per scambiare qualche idea con qualche attivista del movimento.
Incontro il Daniele di Askatasuna. “Ognuno deve essere organizzatore di una giornata come quella di oggi, dice. E’ importante non delegare niente a nessuno ma essere  noi stessi organizzatori. Dal basso.”
Chiedo a Daniele qual è il taglio che Askatasuna – centro sociale torinese da quattordici anni radicato sul territorio impegnato nelle battaglie quotidiane a fianco e dalla parte di chi non ha voce e di chi è più debole – intende dare alla giornata antirazzista di oggi.
“La giornata non ha organizzazione istituzionale. E’ una giornata organizzata da gente che vuole combattere il razzismo e fare qualcosa contro le frontiere e a favore dei migranti, contro i CIE. Il CIE di corso Brunelleschi vive ancora molti presidi quotidiani sia sotto le sue mura sia a livello attivo di solidarietà. Farsi sentire al di fuori  delle mura e portare sostegno loro, o anche solo cercare di fare qualche cosa per non farli rimpatriare magari in posti dove altrimenti troverebbero la fine. Noi ci stiamo attivando perché tutto questo finisca, affinché il CIE chiuda e perché queste persone – soltanto colpevoli di non avere un foglio di carta giusto, perché la verità è che si tratta di non avere un documento – possano avere anche loro la libertà.
“Cosa auguri a TUTTI NOI, anche se qualcuno ancora distingue fra un  NOI e un LORO, concependo, parlando e agendo, subculturalmente, affinché esistano un NOI e un LORO?
“Auguro che possano tornare al più presto liberi tra di noi, possano mischiarsi in una sorta di integrazione globale e far sì che possiamo percorrere un giorno queste strade senza vedere un colpevole in ogni cosa o il colore della pelle o queste stupidaggini qui!”

Mi siedo sul marciapiede, vicino a Luca, di radio Blackout, col quale ho un veloce scambio di idee perché il corteo sta per partire. Ma c’è il tempo per parlare del volantino di Antirazzisti fuori dal tempo che è a terra di fronte a lui e che si è impegnato a distribuire.
Sul ritmo delle percussioni della Torino Samba Band iniziamo la marcia sotto un sole giaguaro.
Dall’impianto del furgone si alternano musica e messaggi, da un microfono libero e quindi accessibile a tutti.

1000 o anche più
photo silvia berruto_10.07.2010

Libere, libertarie e articolate sono le motivazioni per essere qui.

Dal microfono il primo contributo. “Per bloccare e contrastare tutti i dispositivi che vengono messi in atto dal razzismo istituzionale per rendere impossibile una vita degna per gli immigrati e le immigrate in questo paese.
Una giornata di mobilitazione con corteo a cui seguirà un concerto serale sotto le mura del CIE per rendere visibile un’opposizione a questa pigione a cielo aperto e per portare dall’esterno almeno un messaggio di solidarietà verso le persone che sono costrette a essere rinchiuse in attesa di un’espulsione che IMPEDISCE I SOGNI E LE SPERANZE con cui molti erano arrivati in Italia.
CONTRO IL RAZZISMO, CHIUDERE I CIE ORA!”

Samba, canti di lotta, e interventi ritmano la marcia per una manif nonviolenta.

Il volantino del comitato solidale antirazzista del Liceo Giordano Bruno.  Il comitato crede che “dipenda da ciascuno di noi la possibilità di rendere migliori le nostre esistenze in ogni ambito di vita, a scuola, nelle università, nei posti di lavoro, nei quartieri. Per la chiusura di tutti i CIE! Per una società solidale, multietnica ed antirazzista! Per la libera autodeterminazione di ogni essere umano! Per il diritto di tutti ad una vita dignitosa.”

Ancora dal microfono.
“Il luogo dove stiamo passando in questo momento è la ex clinica San Paolo (in corso Peschiera, ndr) che ha ospitato sino al settembre 2009 circa 300 rifugiati, provenienti dai diversi paesi del corno d’Africa, che in cerca di una vita migliore e, non avendo un posto nel quale vivere, si erano riappropriati di questo spazio, abbandonato da più di dieci anni, e avevano occupato per cercare una casa e per organizzare una lotta che parlava di diritti negati e di libertà.
A settembre dello scorso anno, il comune e la prefettura, con un’operazione studiata nei minimi particolari, procedevano ad uno sgombero soft della clinica San Paolo, spostando le persone da qui in altri luoghi che però non hanno rappresentato una casa e non hanno rappresentato una soluzione definitiva.
Infatti in questi giorni sui quotidiani locali si parla dei rifugiati che vivono nella caserma di Via Asti e dell’incertezza che pesa sul loro destino.”
Viene ricordata via Revello, cito dall’intervento libero dal microfono, “dove c’è ancora una piccola occupazione di Casa Bianca dove abitano coloro che, di fronte alle proposte del comune della prefettura, hanno rifiutato e hanno scelto di  restare in occupazione, di riappropriarsi della casa e di provare a riappropriarsi della vita.
Essere contro i CIE significa oggi essere contro la criminale politica dei respingimenti in mare del Ministro Maroni e di questo governo.
Per la chiusura dei CIE, per il riconoscimento dei diritti reali, per la libertà, per la dignità dei migranti e delle migranti.”

Sul volantino del FAI (Federazione anarchica torinese) si legge: “Se un giorno ci chiederanno “dov’eravate quando la gente moriva in mare e nel deserto? Dov’eravate ai tempi dei lager e delle deportazioni? Vorremmo poter rispondere “ero lì, con gli altri a resistere”. Mettersi in mezzo è un’urgenza che parla a ciascuno di noi. Se non ora, quando? Se non io, chi per me ?

E queste sono le mie ragioni.
Sono partita da Aosta apposta per essere alla manif.
Sono venuta prima come essere umano, poi come zoòn politikòn, poi come donna, poi come cittadina, e, infine come aderente a GCR, giornalisti contro il razzismo.
Per rendermi conto di persona dello stato delle cose, per partecipare, per dissociarmi, per scrivere e per fotografare: insomma per testimoniare. Per fare autocritica e per fare critica.
Infatti, conosco il c.i.e. di corso Brunelleschi, solo per  la descrizione che ne fa Marco Rovelli nel suo libro “LAGER ITALIANI” (BUR, 2006).

Il corteo arriva in corso Brunelleschi e si ferma davanti al muro di cinta del centro.
Da lontano le mura perimetrali del cie sono le tipiche mura, tutte molto simili nel loro concept, di molte carceri metropolitane italiane.
Da vicino il CIE  è, strutturalmente e “architettonicamente”, a tutti gli effetti, un carcere.
I manifestanti si fermano davanti alle mura per un sit-in connotato soprattutto dalla voglia di COMUNICARE coi migranti che sono dentro.
Perché sappiano e sentano di non essere soli.
Anche se certamente non potranno mai comprendere ed accettare, come noi del resto, questo sistema-lager, non solo italiano.

C.I.E. acronimo per CENTRO DI IDENTIFICAZIONE ED ESPULSIONE.
Sono l’evoluzione dei CPT, acronimo che sta per CENTRI DI PERMANENZA TEMPORANEA.
Un assurdo.
Ontologicamente e per senso.
Per l’intrinseca contraddizione semantica esistente fra il concetto di permanenza, che presenta i caratteri di stabilità e durata, e per la giustapposizione dell’aggettivo “temporanea” che ne nega, immediatamente, il senso e il contenuto.
Una sospensione di senso.
Nella dicitura originaria l’acronimo presentava anche la lettera A che stava per “assistenza”.
Parola persa nel senso, nella memoria e nella prassi, come ricorda nel suo libro Marco Rovelli.
Ad una sospensione di senso si accompagna una sospensione giuridica: spesso la sospensione dello status di richiedente asilo.
Svanita, la lettera, svaniti o negati, alcuni diritti delle persone, che si è autorizzati a chiamare “internati.”
Il CIE è un non luogo.
Un non luogo per non persone.
Un non luogo per non diritti.
Un luogo di perdita.

Nei CIE si viene internati per varie ragioni e vi si può rimanere sino a sei mesi.
In attesa di essere rimpatriati attraverso un’operazione assimilabile ad una deportazione da quanto si sa, con certezza, dalle numerose testimonianze dirette, pubbliche e pubblicate, degli espulsi.

Su tutto quanto già detto aleggia anche il businness, come risulterebbe dal materiale esposto nel corso della manifestazione del 10 luglio e dal businness sull’assistenza dei rifugiati, secondo quanto emergerebbe dalla recente inchiesta di Enrico Campofreda a Roma pubblicato da TERRA (giugno-luglio 2010)  e ripreso da radiocittà aperta.

materiali esposti_10.07.2010
photo silvia berruto_10.07.2010

Ma l’articolo 10 della Costituzione della Repubblica Italiana e il diritto di asilo, che l’articolo ancora tutela, sono ancora vigenti?

Un’importante azione politica, di COMUNICAZIONE e di RESISTENZA NONVIOLENTE,  è da segnalare.
Non è nuova e il movimento la usa da tempo.
E’ un sistema creativo di comunicazione coi migranti internati.
Consiste nel lancio dall’esterno degli attivisti, action che diventa poi bidirezionale in un felice ciclo ad libitum di (esterno-interno-esterno), di PALLINE da tennis, portatrici di messaggi.
E di risposte.

voglia di comunicare
Photo silvia berruto_10.07.2010

Dai manifestanti agli  internati.
Prima.

voglia di comunicare
Photo silvia berruto_10.07.2010

E dagli internati, resistenti, ai manifestanti.
Poi.
Divisi solo, e solo apparentemente, da un muro di cemento.

il muro del cie
Photo Silvia Berruto_10.07.2010

– CONTINUA-

silvia berruto, GCR, Aosta

N.B. PHOTOS
chi intende usare le foto qui pubblicate svp citi la fonte:
PHOTO SILVIA BERRUTO, Torino, 10 luglio 2010, MANIF. CONTRO I CIE

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