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Lug
10

21 giugno Strage di piazza della Loggia … A quando la verità?

parte II

Nel 36° Anniversario di Piazza Loggia
In memoria del salodiano Vittorio Zambarda

Martedì 28 maggio 1974
Brescia.
Piazza della Loggia.
10,00. Manifestazione antifascista.
10 e 12 minuti. Esplode una bomba.

Ricorderemo
PERSEMPRE

vennero
uomini e donne liberi
a testimoniare contro la mostruosa
oscurità del fascismo di oggi
non diverso da quello di ieri
né di esso migliore
non si chiamino vittime ma caduti consapevoli
militanti partecipi dell’antifascismo internazionale
quando la vergogna delle false tolleranze
e delle innominate connivenze ha albergato tra  noi
la dinamite diventa soltanto
per i militanti antifascisti
una malattia in più
di cui poter morire

Piazza Loggia, 28 maggio 1974

perché è accaduto!

capire le MOTIVAZIONI diventa l’elemento essenziale.

Manlio Milani parla più volte nel corso della serata di DEMOCRAZIA TRASPARENTE, dell’uso delle coperture, del segreto di stato, delle VERITA STORICHE da enunciare in maniera forte.

“E’ cosa complicata fare i conti con la storia”, afferma Manlio Milani che evidenzia una sorta di memoria rancorosa, una memoria delle parti, a causa della quale non si sono fatti i conti con la storia, non solo del periodo degli anni Settanta ma anche di altri periodi storici.
Una memoria che anziché cercare di capire i processi storici cerca di negarli semplicemente perché essi sono appartenenti a storie e a memorie contrapposte
“Non si è mai di fronte ad una dimensione dialogante. Si ha sempre una memoria che cerca di negare la memoria dell’altro ed esalta la propria, come una sorta di verità assoluta.
Fare i conti con la storia significa mettere tutto sul piatto: gli elementi positivi e gli elementi negativi.” Milani rivendica, al di là della memoria soggettiva, una memoria collettiva.
Cita come una “straordinaria lezione di metodo” il lavoro svolto dalla Commissione Verità e Riconciliazione realizzata in Sudafrica “che ha messo a confronto le responsabilità dello stato ma anche dei singoli rispetto alla dimensione delle vittime e ha trasformato l’esperienza di quei drammi soggettivi in un dramma, in una rappresentazione di drammi collettivamente vissuti.”
Dai racconti dei colpevoli e delle vittime, dal confronto delle responsabilità di tutte le parti coinvolte e dal riconoscimento di ciò che è stato si può arrivare ad una lettura collettiva della storia.
“Bisogna fare i conti con la storia e bisogna avere il coraggio di raccontarli: ognuno partendo dalla propria esperienza e dalla propria storia. Noi dobbiamo respingere la logica di una costante rappresentazione della contrapposizione e negazione del valore dell’altro.
Ognuno è portatore di verità.”
Si tratta di VERITA’ soggettive-relative a confronto. Solo attraverso il confronto fra le verità soggettive-relative delle parti, si può pervenire ad una lettura CONDIVISA della storia sempre più prossima alla realtà.
La ragione per cui l’Italia, secondo Milani, non ha ancora fatto i conti con la storia
starebbe proprio nel fatto che prevale ancora una memoria rancorosa e un senso di rivalsa.

“La Commmissione Stragi è fallita, dopo vent’anni di lavoro. Non è mai riuscita a produrre un documento unitario da sottoporre al Parlamento. Ogni gruppo ha fatto la sua relazione. Alla fine al Parlamento NON E’ MAI ARRIVATA UNA RELAZIONE CONCLUSIVA e ognuno ha cercato di affrontare il tema in questione, l’impunità delle stragi, solo partendo dal proprio punto di vista e mantenendolo fermo.”
Rompere la rancorosità dunque per evitare l’USO PUBBLICO DELLA STORIA.
Rispetto agli anni Settanta Milani cita con passione politica il suo dissenso rispetto alla posizione di chi ha interesse a far passare gli anni Settanta come un periodo solo violento.
“Che senso ha farli passare solo ed esclusivamente come anni solo violenti quando sono stati momenti di conquiste PROFONDAMENTE DEMOCRATICHE, che hanno modificato il modo di essere di questo paese. Pensiamo alla CULTURA FEMMINILE, ALL’OBIEZIONE DI COSCIENZA, l’istituzione delle Regioni (1972) che oggi divengono il punto centrale della domanda di federalismo, alla LEGGE BASAGLIA.”
Si nega, così, la partecipazione e la richiesta di contare di più come cittadini che veniva allora dalla base.
Ovvero si distorce la realtà/verità dei fatti.

Milani ricorda un’affermazione di Pellegrino, nel 1990, nell’ambito di una discussione alla commissione stragi: “SE CERTE VERITA, CHE noi OGGI CONOSCIAMO, FOSSERO STATE DETTE NEGLI ANNI SETTANTA PROBABILMENTE questa democrazia così giovane non avrebbe retto.”
Milani aggiunge “In una certa misura Pellegrino giustificava IL SILENZIO DI STATO, e quindi la RAGION DI STATO”.
Però, contemporaneamente, quarant’anni dopo che senso ha, perché non dovremmo dire come sono andate le cose.
“Perché scopriremmo che avevano delle motivazioni importanti, serie. Giustificabili o meno.
Capirle diventa l’elemento essenziale.
NOI oggi dobbiamo rompere questa situazione per interrompere la memoria rancorosa e di parte.
Probabilmente RIUSCIREMMO ANCHE A CAPIRE L’IMPORTANZA E IL VALORE
della necessità di oggi di non considerare IL MIO AVVERSARIO UN NEMICO ma semplicemente una persona che la pensa diversamente da me.”

UN LUNGO e COMMOSSO APPLAUSO. CONDIVISO.

Dal pubblico una domanda su senso del segreto di stato.
In merito al fatto che il SEGRETO DI STATO sia uno strumento che possa risolvere la questione delle stragi “Io ho una mia teoria. IL VERO SEGRETO DI STATO SU QUESTI fatti E’ IL SILENZIO.
Credo che ne abbiamo avuto riprova durante il processo.”
Milani parla di documenti.
Ritrovati, sottratti, persi.
E di una situazione non completamente risolta.

“In America, dice Milani, esiste la temporalità, con un tetto massimo compreso dai 15 a 30 anni, i documenti desecretati vengono classificati, repertoriati e diventano consultabili da chi fa ricerca.
Tre anni fa in Italia è stata fatta una legge che prevede la temporizzazione del SEGRETO DI STATO. Periodo massimo di 30 anni.
Ma a tre anni di distanza dall’emanazione della legge “mancano ancora i DECRETI ATTUATIVI.
Noi in questi giorni (giugno 2010) stiamo prendendo contatti per un incontro
col Presidente della Camera per sollecitare l’emanazione dei decreti attuativi sull’applicazione.”
Una strada tutta in salita.
Infatti secondo una delle interpretazioni che sta passando, segnala Milani, circa la data da prendere in considerazione per desecretare i documenti, insisterebbe non sulla data del documento bensì sulla data del suo ritrovamento.
Esiste anche un secondo distinguo. I documenti vanno distinti fra documenti d’archivio e documenti correnti.
Se il documento è d’archivio può essere messo a disposizione.
Se è un documento corrente viene tenuto fisicamente in un altro luogo “perché potrebbe servirci” sottolinea Milani.
Una serie di archivi, inoltre, ad esempio quello dei Carabinieri, non sarebbero verificabili, perché i soggetti in questione non hanno l’obbligo di versare i loro documenti all’Archivio di Stato.
“La legge è importante. E’ un passo avanti rispetto a prima, ma è ancora burocratizzata attraverso queste forme di paura che non si capiscono.
Non c’è nessuna voglia di fare i conti con la storia perché, alla fine, un documento chiuso nel cassetto può sempre servire per ricattare qualcuno.”
In ultimo chi produce il documento non deve essere lo stesso soggetto che lo gestisce per garantire l’accesso alla fonte della responsabilità nei confronti del documento stesso: in caso, ad esempio, di perdita o di manipolazione del documento stesso.
Per la gestione trasparente del documento.
Il che denota la volontà di NON VOLERE UNA DEMOCRAZIA SOTTO CONTROLLO: DEMOCRATICO.
“Denota un’idea delle istituzioni in cui l’istituzione può essere un leader e in cui la politica è personificata da un leader e contemporaneamente si perde il senso dell’istituzione che va al di là del leader.
Perché il senso delle istituzioni E’ IL SENSO DELLE REGOLE.
E’ IL SENSO DEL CITTADINO CHE CONTROLLA
CHE SI INDIGNA
CHE DECIDE DI CAMBIARE.
MA CAMBIA IL SOGGETTO, NON LE ISTITUZIONI.”

Silvia Berruto, bresciana, antifascista, socia ANPI – Comitato Regionale Valle d’Aosta

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