19
Ott
14

Gabriele Del Grande su “Io sto con la sposa”

Dopo la proiezione torinese di sabato 11 ottobre presso il cinema Fratelli Marx di Torino, ho incontrato informalmente Gabriele Del Grande.

Silvia Berruto_Gabriele perché questo titolo.
Per dichiarare da che parte state o ci sono anche altre valenze?

Gabriele Del Grande_ Il titolo è per me molto azzeccato.
Il titolo l’abbiamo scelto prima ancora di partire per il viaggio, quando ancora non sapevamo nemmeno dove saremmo arrivati. Poi quando ci siamo messi a cercare il titolo per il film ne abbiamo selezionati moltissimi ma nessuno ci convinceva e siamo tornati a questo titolo perché, secondo me, è quello che meglio riassume sia il senso del film sia il senso di tutta quanta l’operazione.
Questo stare con la sposa come un simbolo di disobbedienza, del prendere una posizione.
Era sia la risposta da dare in un posto di blocco per chi era senza documenti “io sto con la sposa, io viaggio con la sposa, io scappo con la sposa” e anche per chi i documenti li aveva e stava con la sposa per … disobbedire.
Il senso è quello e devo dire che funziona bene per la campagna che ci stiamo costruendo attorno.
C’è il film e poi c’è l’operazione politica e mediatica che stiamo costruendo sul film. Quel titolo secondo me le tiene dentro tutte e due perfettamente.
E poi c’è anche l’io. L’esporsi in prima persona, prendere una posizione.

SB_E poi c’è la costruzione di un NOI.

GDG_ Questa è una cosa veramente bella.
Era veramente un NOI quel viaggio.
Non è la storia degli Italiani buoni. Gli organizzatori del viaggio siamo Italiani, Palestinesi e Siriani e portiamo cinque Siriani palestinesi.
Una commistione proprio in tutto: Khaled che prende la cittadinanza, Tasnim che ha il passaporto tedesco, Tarek che ha l’asilo in Italia.
Molto bella!

SB_Il film è un atto di resistenza civile nonviolenta. Una legge ingiusta si può modificare anche attraverso la disobbedienza civile che però ha un prezzo.
Quanto sta costando questa scelta?

GDG_Per ora non c’è nessun procedimento in corso. Noi l’abbiamo messo in conto.
Noi contiamo sul fatto che sia diventata un’operazione culturale così grossa e collettiva.
L’idea nostra è di far diventare non tanto il processo a noi tre ma a queste leggi, a questo sistema.
L’intenzione è di mediatizzare il processo e di farlo diventare veramente un dibattito su queste questioni.

SB_Proverò a ragionarci su e a studiarlo come un case study per costruire un’azione collettiva di resistenza civile nonviolenta.

GDG_ Molto interessante …

SB_Gabriele che cosa ti aspetti dal futuro. Qual è il tuo sogno del NOI costruito nella vita reale oltre che nel film.

GDG_ La sfida culturale è proprio quella di cambiare l’immaginario. Rovesciare l’estetica della frontiera.

SB_ Ma tu questo l’hai già fatto con Fortress Europe coi tuoi scritti, coi tuoi viaggi, con le tue inchieste, nei tuoi libri…

GDG_E’ un percorso. E’ un percorso chiaramente. Questa cosa è più grossa di quello che ho fatto prima.
Il cinema è un altro linguaggio.
L’idea è anche quella di uscire dal giro ristretto di chi è d’accordo.
Il cinema può aiutare coloro che non hanno mai visto queste cose o che non hanno mai fatto una riflessione politica. Un film come questo ti tocca e alcune persone non se l’aspettano tutta quell’umanità nel film.
E’ il tentativo di usare un linguaggio, in un documentario che parla di cose drammatiche ma in cui comunque c’è la poesia, l’ironia, un po’ il verso alla fiction, per raggiungere più persone possibili e per dare un po’ la scossa su questi temi con un atto forte che è addirittura quello di disobbedire e con una operazione che non è di denuncia. Questo non è un film che denuncia. E’ un film che mostra quanto è bello quel mondo che abbiamo fatto esistere.
Sì c’è anche la denuncia però mi piacerebbe di più riuscire nell’operazione di affascinare, di dire “Guardate come è bello questo mondo che abbiamo fatto esistere, guarda che bella storia e che bella cosa che abbiamo fatto.
E guardate quel confine vuoto. Anche questa è una cosa interessante. Tu vai in frontiera non c’è nessuno. Non arriva mai la polizia in questo film. Noi avevamo paura, tantissima paura, però poi, all’atto pratico, quando passi dal confine non c’è nessuno.
Il confine in Europa è una dogana vuota, è un buco in una rete sulla montagna.
Alla fine il confine è dentro la testa.
Questo film è liberatorio perché noi dimostriamo che è possibile disobbedire a quella legge ma per dire delle altre cose ovvero che si può stare insieme, si può stare con la sposa, si può essere amici, ci si può sentire veramente mediterranei, che il Mediterraneo è il nostro mare e che si possono fare le cose insieme.”

E contro il logorìo della disinformazione moderna non posso non essere d’accordo con lo slogan “bisogna aiutarli a casa loro”.
Pertanto mi sforzo e segnalo, a Salvini e ai vari padani di destra, il terzo Libro bianco sulla discriminazione e la xenofobia in Italia, scaricabile gratuitamente.
Perché non resti solo “L’idiotie en politique.*

Silvia Berruto, Giornalista contro il razzismo

* L’idiotie en politique. Subversion et néo-populisme en Italie”, Lynda Dematteo, 2007, Editions de la maison des Sciences de l’homme. CNRS Editions

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