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Il “mio” Segni, i miei “Segni”

segni-copia

IL “MIO” SEGNI, I “MIEI ” SEGNI

Segni
New generations Festival
XI Festival Teatro arte spettacolo
Mantova 26 ottobre – 2 novembre 2016

Imperdibile.

Questo è
Segni.
Il Festival di teatro, arte e spettacolo, giunto alla sua XI edizione, rinominato nel 2016 con New generations Festival, che si è svolto a Mantova dal 26 ottobre al 2 novembre scorsi.

Imperdibile: così avevo scritto nella segnalazione-lancio del programma del festival.

E così è stato.

Il festival, a carattere internazionale, rivolto ad un pubblico trasversale-transgenerazionale, è dedicato ai giovani spett-attori, le più piccole e i più piccoli dei quali sono spesso accompagnati dagli adulti.
Ma, poiché niente è come sembra, spesso è vero il contrario.

300 eventi – spettacoli, laboratori, percorsi d’arte – in cui la contaminazione di arti e linguaggi favorisce la comunicazione, la condivisione e gli scambi che “segnano” persempre
8 i giorni del festival
27.000 le presenze rilevate
6000 le studentesse e gli studenti, provenienti da scuole di ogni ordine e grado, di età, “dedicata”, compresa fra i 18 mesi ai 18 anni …
Ho visto anche delle piccole e dei piccoli ottantenni (visibilmente) felici.
14500 i biglietti venduti
l’85 % degli eventi ha registrato il tutto esaurito.

I luoghi del festival sono i luoghi storico-artistici della città che hanno accolto con grande generosità culturale, e in tutto il loro splendore, il pubblico.
I luoghi simbolo di questa undicesima edizione sono stati il complesso museale di Palazzo Ducale e il Teatro scientifico del Bibiena.

In una città che apre tutti i suoi spazi artistici migliori e che si apre alla cultura allargata, e condivisa, dove la cultura e l’arte sono per tutte e per tutti.
Mantova, “Capitale italiana della cultura 2016”, tiene fede così al mandato che concepisce e intende promuovere i capisaldi del vivere di qualità e della qualità del vivere: il valore della cultura per la coesione sociale, l’integrazione senza conflitti, la conservazione delle identità, la creatività, l’innovazione, la crescita e lo sviluppo economico, il benessere individuale e collettivo.

Poi ci sono i luoghi interiori, di rara bellezza, transumanti, quelli che ogni persona porta con sé in tutti gli incontri proposti senza frontiere e senza barriere e che si socializzano grazie agli artisti e alle compagnie ((http://www.segnidinfanzia.org/it/festival/artisti) sempre aperti e pronti allo scambio col pubblico.

Sono loro i portatori di complessità, di soluzioni, di storie.
Sono loro i facilitatori di esperienze, di sperimentazioni e di relazioni fra persone, suscitatori di empatie che restituiscono senso
alla vita singola e collettiva.

Segni è un’occasione di ben-essere.
Tra narrazioni e persone che sono le vere opere d’arte del festival, in cui les pièces e i VISSUTI che ciascun protagonista-spettatore può vivere e con-dividere con altri, attraverso e tramite il teatro, l’arte, gli spettacoli e i workshop, che altro non sono che dei pre-testi per vivere e costruire modi e mondi possibili.

A Segni si sentono prima, e si coscientizzano poi, contenuti che potrebbero apparire degli slogan quali “la Bellezza salverà il mondo” e “il mondo salverà la Bellezza”.
I sogni trovano spazi e tempi consoni all’intrinseco slancio all’andare verso la loro realizzazione escatologica.
All’insegna della Bellezza è stato il mio percorso in forma dell’impegno di memoria, per ricordare di non dimenticare, il collettivo.

Il giardino delle magie. La storia di André e Dorine ha spalancato “stupendità” al mio meravigliarmi, lasciandomi bouche béante.
Lacrime mute, irrefrenabili, per la bellezza e per la complessità dei vissuti – lì e allora – in teatro, il San Leonardo, e nella vita di tutti i giorni, hanno prodotto grandi spostamenti del cuore e un rispettoso silenzio assordante dentro.
Fin dentro all’anima.
Quel fin dentro all’anima che non si può raccontare ma si può solo vivere.
In un giardino dove la magia di riti e di cerimonie necessarie ritmano la narrazione che si invera nella scoperta di felicità possibili.
Perché, pur nella improbabilità di vite solo felici, nel mestiere di vivere, nella fatica e nel dolore di vivere, “bisogna far la festa fino in fondo a questa vita” come canta il nostro amico e chansonnier Marco Revelli.
O come fa il filosofo André Gorz, con la sua vita e con la sua Lettera a D. Storia di un amore, a cui si ispira la vicenda narrata nello spettacolo, testimone di quanto la magia e le cerimonie nella relazione rispettosa fra due individui, pur spaesati tra loro, possano costruire spazi e tempi per un amore così necessario da poter essere persempre.
Oltre e al di là della vita.
Un décor di grande stupendità e di alto valore e senso della vita.
Con cerimonie dello stare insieme di rara bellezza, comprese le cerimonie degli addii, che, con raffinata sensibilità e bravura, Luigi d’Elia accenna, quasi sussurra, ancorché nell’inevitabilità del compiersi della vita narrata.

An extraordinary love story teaches the more happiness you give, the more you will receive.

 

What is home? (WIH) – laboratorio teatrale – un’altra e alta cerimonia, è un evento nell’ambito di Epicentro Culturale Diffuso Valletta Valsecchi. Il quartiere delle fiabe, Tandem Europe.
Ricerca e teatro.
Il laboratorio si è svolto nell’incantevole cornice di palazzo Te e precisamente nelle Fruttiere.
Uno splendido spazio espositivo è stai messo a disposizione del gruppo di ricerca per l’arte della vita in uno spazio d’arte.
Esperienza sublime.
Un laboratorio di ricerca in tre moduli, di due ore ciascuno, sul quesito “Cos’è casa”.
I partecipanti, in due gruppi informali, hanno costruito suites poetiche in forma di microstorie, agite in chiave teatrale, sotto la regia di Antonio Panella e di Danila Barone del Teatro del piccione. Danila e Antonio, compagni di viaggio più che trainer, hanno fatto emergere, maieuticamente, da ogni aspirante teatrante, la rispettiva singola idea di casa.
La cerimonia dell’introspezione, della messa in comune e della condivisione di “cos’è casa” tra gli aspiranti attori, qui attori di se stessi, portata a règime, è divenuta sinfonia concertante che abbiamo “suonato tutte e tutti insieme” per il pubblico.
Un debutto in pubblico, e per il pubblico, dopo sole cinque ore di training a cui nessuno di noi aveva pensato anche in considerazione della profondità di questo viaggio collettivo interiore la cui forza mite e dolce ha potuto divenire dono per il pubblico.
“Sembra che ci conosciamo da sempre” la conclusione di Andrea, uno dei partecipanti, è uno dei segni che Segni ha marcato in NOI partecipanti. Persempre.
E questo che cos’è se non la realizzazione realizzata di un Community engagement in cui senso di appartenenza ed empatie eliminano persempre le esclusioni e le divisioni fra culture e persone?

Per WIH ho prodotto, scritto, comunicato, messo in comune, condiviso e interpretato
© TRANSUMANZE. My idea for home.

A theatrical research path for everyone to communicate their idea of “home”

 

Let’s play kawara! (Italia/Giappone) è un laboratorio.
Più che di un laboratorio si può parlare di una cerimonia dei suoni in cui le percussioni hanno fatto ri-suonare, e subito sentire, il pulsare della vita che viene immediatamente associato all’ancestrale battito del cuore.
Non c’è bisogno di parole quando c’è la musica è lei il linguaggio praticato e insieme lo strumento per la conoscenza della propria e delle altrui culture.
La proposta di sperimentazione, in forma ludica, di sonorità altre attraverso l’uso di strumenti sconosciuti ma immediatamente suonabili come kawara, tegole giapponesi, amplifica nei più piccoli (ma anche negli adulti) la capacità di ascolto e le capacità comunicative.
E’ stata un’esperienza forte dai contenuti socializzanti e didattici, che sollecita la partecipazione attiva e permette l’espressione della creatività individuale e collettiva.
Favorisce processi di integrazione e di confronto fra il singolo e il gruppo. ll setting, grazie alla diversità-novità dello spazio – eravamo in Santagnese10 officina creativa in Mantova invece che in un’anonima aula scolastica – ha certamente propiziato i risultati della performance. Ho seguito la new kind of music delle piccole e dei piccoli dai tre ai cinque anni del lab di venerdì 28 ottobre e la disinvoltura e le capacità compositivo-musicali delle e dei concertisti, concertanti, della scuola d’infanzia di San Giacomo delle Segnate, è stata di rilievo che desidero segnalarla.
Musica con percussioni kawara e danza hanno riempito di felicità e di speranza questa community engagée.
Makoto Nomura e Kumiku Yabu con questa little community hanno creato legami indissolubili e segni indelebili in chi li ha ascoltati e visti interagire con i piccoli musicisti.
Portando con sé kawara che possono essere anche intesi come pezzi di casa …

A workshop to experience the sounds of Japanese rooftiles, made of heart and music and to compose a new kind of music

Con il contributo di Japan Foundation. Questo evento era inserito nelle celebrazioni ufficiali del 150° anniversario delle relazioni tra Giappone e Italia

 

E poi ancora in viaggio verso il mondo dove casa di molti è la savana dove, come dovunque, le contraddizioni della vita collettiva sono incalzanti.
Allora ho potuto ammirare YARON DAGGI. Una fiaba africana
Il titolo significa bambino della savana.
Maman Ide, from Nigeria, è l’attore unico di questa pièce davvero necessaria.
Per la bellezza delle contaminazioni ben riuscite fra parola, musica, danza e l’uso di figure animate per una narrazione delle complessità della vita collettiva nella savana.
Ma soprattutto per la ricerca e per le possibilità ri-trovate di una convivenza possibile fra etnie diverse in una condivisione pacifica delle stesse terre e dello stesso spazio.
La storia di Yaron Daggi evidenzia come soluzioni e convivenze pacifiche siano già tra noi. A noi trovarle e riempirle di bellezza in ogni istante della nostra vita.

Maman ha lasciato il Niger nel 2005. Dopo un viaggio, fatto anche di due anni di permanenza nella Libia dilaniata dalla guerra, vorrebbe tornare a casa.
Ma nel 2011 il battello sul quale si imbarca lo porta a … Lampedusa.
Dopo la permanenza in diversi campi profughi giunge a Mantova.
E nella danza della vita c’è posto per il senso e l’esercizio di umanità ed ecco per lui l’accoglienza.
Nella dolcezza del canto di Maman c’è tutta la struggente nostalghìa per la sua terra.
E nelle sue parole che non capiamo c’è tutta la bellezza della narrazione di mondi e di soluzioni possibili.
Imperdibile.
Una produzione Teatro all’improvviso, 2016

A traditional Africain fairy tale becomes a metaphor of the peaceful coexistence of different peoples in the same country

E dopo transumanze, personali e non, ancora la perdita, del proprio paese, dei propri affetti in quell’inevitabile progressivo allontanamento dalle proprie origini, ecco ancora migranze.
Segni è così radicato nella storia e nell’attualità che non puoi sfuggire alla provocazione delle responsabilità collettive: per chi volesse dimenticarsene non c’è scampo.

Poi ho visto Senza sponda. Storie di uomini e migranti.
Anteprima nazionale a Segni.
Spettacolo ad alto dispendio energetico per l’attore unico Giorgio Scaramuzzino che, tramite l’espediente del quiz ben agito conil coinvolgimento diretto degli studenti presenti in teatro, ha provato a decostruire luoghi comuni e pre-giudizi sui migranti. Attraverso le risposte degli studenti Scaramuzzino restituisce lo spaccato di un’Italia poco informata e ancor troppo dimentica delle proprie origini e, dello status attuale per molti Italiani, di e-migranti.
L’indagine sulle ragioni delle migranze, attraverso la narrazione e la ricostruzione di storie vere, di ieri e di oggi, è pregna di sogni e di speranze collettivi che dobbiamo assumere e a cui dobbiamo, a livello planetario, dare risposte e accoglienze.
Perché la storia del mondo è storia di donne e uomini, di bimbe e bimbi, di giovani e minori non accompagnati, migranti.
Teatro dell’Archivolto

A show they tries to find the reasons why millions of people loo for a new land, a new country to live in.

E la musica, la grande musica, accompagna migranti e stanziali.
Ne Le città incantate. Suoni e visioni dal Giappone, performance- concerto ed evento speciale insieme, ho potuto apprezzare l’associazione, non indebita, fra segno grafico e gesto musicale per una contaminazione non improbabile.

Con gli spettatori in prima fila.
Bimbe e bimbi in prima fila.
SEMPRE.
Sia all’incontro delle 17,30 sia alla sera per l’evento speciale.
Gli adulti, anche i genitori, dietro a ri-guardo delle news generations.
A Segni è così.
A Segni si fa così.

LE CITTA’ INCANTATE rappresenta il climax di suoni e di visioni del Giappone agiti attraverso la music kawara e attraverso il segno di Dario Moretti, il di-segnatore di scene sul palco del Bibiena.
Arte nell’arte per arte in un tempio dell’arte.
Bellezze di almeno due techné per uno scambio-unione di linguaggi.
Improvvisazioni di tre artisti.
Makoto Namura e Kumiko Yabu parlano con Dario in uno scambio dal tocco e dal sapore “munariani” così avevo definito la performance, in una sinestesia edificante che, nella sua compiuta bellezza, eleva lo spett-attore.

What is the sound of rooftiles? Two Japanese musicians usethem as musical instruments duringan improvised visual concert with the artist Dario Moretti

E ancora spazio per i sogni e per amare il mare.
Per La mer en pointillés
Non volevo perdere per nessuna ragione al mondo la storia vera di quell’uomo che aveva un sogno: vedere il mare.
E che il sella alla sua bicicletta prova a raggiungere il mare.
Una non banale questione di mancanza di documenti impedirà la realizzazione di uno dei più bei sogni che sogno tutti i giorni.
Insuperabili Jean Quiclet e Nathalie Le Flanchec
Décor e allestimento d’antan per una storia indimenticabile.
Compagnia Bouffou Théâtre

A journey, a bicycle and a dream looking at the sea. An adventure that shows how little dreams can trigger great projects

Con La grande foresta ho chiuso, senza finirlo, Segni 2016.
Con commozione, gioia, disperato senso della vita che ancora ritrovo nella narrazione lucida e discreta ma diretta dell’attore unico Luigi d’Elia.
Storia di più vite, in una musica d’insieme, dove regole, rispetto e saggezza s’intrecciano e sono più che una mera cosmologia o una Weltanschauung.
Ciò che fa la differenza è un’acculturazione rispettosa di ogni essere senziente, cosicché se la vita degli altri non deve andare sprecata, essa ci appartiene, insieme alla libertà, al cielo e a tutto ciò che ha contribuito al suo essere di cui siamo interamente responsabili.

Sette volte bosco, sette volte prato e poi tutto ritornerà come era stato …
Ad libitum.

A child, his grandfather and the rules of the woods: a world whose harmony must be respected

A Segni un grande “in bocca al lupo!”
Nell’accezione che conosciamo.
O che tutti dovremmo imparare a conoscere.

Con rispetto,
Silvia Berruto

® Riproduzione riservata

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