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LETTERA A ME STESSA di Paola Cattelino

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Paola Cattelino,  Aosta,  Palazzo regionale, 3 dicembre 2016 – © Photo Silvia Berruto

 

Lettera a me stessa è un libro necessario.
Per i destinatari collettivi.
Per NOI che, con l’autrice, “roccia” e cristallo insieme, siamo coinvolti nel difficile, talvolta faticoso, ma irrinunciabile compito di comunicare.

Per una comunicazione intenzionale che è una scelta.

La scelta di voler comunicare a tutti i costi inventando ogni giorno e in ogni istante modi possibili e altri.
Con creatività della e nella comunicazione, obiettivo e modus insieme.
In un rapporto bidirezionale inclusivo, dunque mai escludente, che è fondamentale perché la comunicazione avvenga. Stilisticamente esclusivo per la raffinatezza e per l’intensità che può raggiungere.
Ma anche semplicemente per quell’intrinseca legge della comunicazione che si esemplifica in linguistica ponendo l’assunto distintivo fra emissione e comunicazione: una radio che trasmette in una stanza vuota, emette. Due persone che intenzionalmente si parlano, comunicano.
La qualità del comunicare è però tutt’altro che scontata ed è tutta da verificare.

Sei capitoli, per l’introduzione di Luigino Vallet, presidente della Fondazione comunitaria della Valle d’Aosta, Sostenere progetti di vita, con la prefazione di Maria Cosentino – una delle amiche di sempre del Coordinamento Disabilità della Valle d’Aosta – intitolata Una sana testardaggine, una conclusione, i ringraziamenti, la biografia dell’autrice, le foto di Stefano Torrione che realizza un primo piano di Paola che ti arriva sin dentro all’anima, Germa che sigla la postfazione.
Questo è il libro.
Questo il concerto che Paola, con i coautori dell’opera, consegna a chi vuol com-prendere.
In empatia. Con empatia suggerita e agita.

Poi la dedica.

“A volte nella vita
ci possono essere dei momenti
di cosiddetto silenzio,
nei quali si sente bisogno di fermarsi
per poi riprendere sperando di riuscire
a dare un contributo positivo
alle persone che vivono intorno a noi.

A tutta la mia famiglia.”

Segue quell’incipit di riconoscenza per la vita vissuta anche “in direzione ostinata e contraria”, come mi sembra essere, talvolta, l’esistenza di Paola:

“C’è chi ha tutto
e piange per una cosa
che non è riudito ad ottenere,
e c’è chi non ha nulla,
ma sorride e ringrazia ogni giorno
per la cosa più preziosa che ha:
la vita.”

Alla ricerca di un modo nonviolento di comunicare che è anche e insieme un modo nonviolento di vivere.

I titoli dei capitoli sono contenuti, forma e bussola.
Capitolo primo. Il passato è la tua lezione. Il presente è il tuo dono. Il futuro è la tua motivazione.
Capitolo secondo. In un incontro è fondamentale la prima impressione.
Capitolo terzo. Non si può sapere tutto ciò che pensano di te, ma si può capire tanto da come ti trattano.
Capitolo quarto. Avere una relazione non significa necessariamente riuscire ad incontrarsi.
Capitolo quinto. Esserci quando è il momento e non quando hai un momento: la differenza è tutta qui.
Capitolo sesto. Non posso prendermi cura dell’incontro con l’altro se l’altro non fa lo stesso.
Conclusione. Trasformare una mancanza in assenza di bisogno è degno della migliore tradizione zen.

Nel finale dei ringraziamenti Paola conclude: ” […] da soli non si può vincere e non si può vivere senza l’aiuto degli altri, ma (che) si può vivere e non soltanto sopravvivere.”

 

Per me Paola è una Hoffnungstrager: una portatrice di speranze collettive.

Nel 1996 Paola è la protagonista dell’immagine conclusiva dell’omonima exhibit black and white fotografica, esposta per l’inaugurazione della Biblioteca regionale di Aosta, intitolata “Hoffnungsträger. Portatori di speranze collettive.”

Voleva essere ed è una storia poetica contro l’ineguaglianza delle esistenze prodotta dalla guerra – la nostra guerra in Bosnia, ricordi Maria – da incidenti che provocano limitazioni insanabili, da costruzionismi, anche linguistici, che dividono le persone fra “normalmente o diversamente abili” mentre so bene che questo assunto è “questione di tempo o di fato. A volte di scelte.”

Nessuna persona di buon senso recensirebbe questo libro così.
Una persona di buon senso ne consiglierebbe la lettura.
Un libro “denso” afferma Chicco.
“Un libro da leggere” dice Maria.

 

Perché poi ti si porta dentro

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Perché poi ti si porta dentro, Aosta, 1996,  © Photo Silvia Berruto

 

Silvia Berruto

® Riproduzione riservata

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