17
Feb
17

Era un giorno qualsiasi. Intervista a Lorenzo Guadagnucci.

Era un giorno qualsiasi. Sant’Anna di Stazzema, la strage del ’44 e la ricerca della verità. Una storia lunga tre generazioni

” Le storie crediamo ci appartengono,
appartengono a tutti.
Sono storie che ci legano
che ci collegano
che ci uniscono
proviamo a vederle … “

Massimiliano Filone, Sant’Anna di Stazzema, 12 agosto 2016

STORIE è la sezione dedicata a cinque narrazioni che invitano a riflettere su violenza e nonviolenza, resistenze, pace e guerre.
La proposta è inserita nello spazio Espace memoria, all’Espace Populaire di Aosta (Italy), dove è nato 10 anni il progetto culturale Collettivamente memoria di cui sono ideatrice, conduttrice e quest’anno copromotrice.

Il primo incontro è con Lorenzo Guadagnucci per la presentazione del suo nuovo libro uscito nel luglio 2016.

Ecco un’anteprima.

Silvia Berruto_”Era un giorno qualsiasi. Perché era un giorno qualsiasi?

Lorenzo Guadagnucci_Il titolo nasce dall’idea che si racconta un episodio storico, come è la strage di Sant’Anna di Stazzema, una delle più gravi avvenuta sulla linea gotica, senza fare un libro di storia: da un punto di vista di un bambino per il quale quella vicenda era davvero un giorno qualsiasi. Questo bambino di dieci anni, come si racconta, faceva una vita assolutamente comune, normale : per lui la guerra sostanzialmente non esisteva.
E’ il racconto di un improvviso incontro fra un percorso individuale e la grande storia.
In un giorno qualsiasi, ad un’ora del tutto imprevista, senza che il racconto di questo episodio sia caricato dell’approccio dei significati del senso che normalmente gli attribuiamo.

SB_12 agosto 1944 Sant’Anna di Stazzema. Warum? Perché ?

LG_Perché la strage? Secondo lo storico Paolo Pezzino non c’è una vera motivazione per quella strage nel senso che non fu una rappresaglia rispetto ad azioni partigiane. Non è la situazione di Sant’Anna che non aveva nemmeno un valore strategico, militare particolare e non era particolarmente conosciuta come luogo di rifugio dei partigiani.
Da questo punto di vista si può dire senza motivazione.
In realtà credo di poterla definire un atto terroristico.
Un terrorismo di stato – se vogliamo chiamarlo così, come spesso se ne vedono nelle guerre attuali – che aveva senso nella logica dell’esercito tedesco in ritirata che aveva il problema dei partigiani ritenuti una presenza fastidiosa.
In quel momento fu scelto di compiere anche azioni di eliminazione fisica delle persone e di mandare un messaggio a tutti: un invito a non collaborare coi partigiani, a non disturbare, a rispettare il dominio, senza creare fastidi.
In sostanza si diede il via libera anche a pratiche di annientamento.
Sant’Anna fu la prima, in ordine cronologico, dentro questa logica di annientamento dei civili.
Il perché della strage ha a che fare con questo contesto, con la presenza della divisione – la XVI Divisione comandata dal generale Max Simon, nda – chiamata apposta per gestire questa fase di evacuazione, ritirata, bonifica dei territori.

SB_Tu dici che il contenuto del libro è racconto della strage, il tentativo di comprendere l’origine di quell’orrore, e poi la riflessione sul ruolo civile culturale e politico di Sant’Anna di Stazzema.
Il libro è una ampia, e anche tormentata, riflessione sulla guerra e, come dice Alberto, su la vita umana dentro la guerra. Ma si può dire vita, una vita dentro la guerra?

LG_Dentro la guerra c’è sempre vita. Ci sono sempre delle persone che fanno delle scelte. C’è sempre una vita, un’autonomia, una scelta possibile in tutti i personaggi che compaiono nella vicenda.
E c’è un margine di scelta anche per le SS. Uno dei contributi principali del processo, pur tardivo, che c’è stato, è stato di affermare, diversamente da quanto si riteneva fino ad allora, che anche gli appartenenti a questo battaglione di SS – il II Battaglione Galler, nda – avessero il DOVERE DI DISOBBEDIENZA.
Questo processo – il processo di La Spezia, conclusosi con sentenza di primo grado con la condanna all’ergastolo di tutti gli imputati 2004, nda – ha sancito che ciascuno di loro non doveva obbedire agli ordini. Non c’era la scusante della gerarchia.
Anche per il diritto militare tedesco di guerra: di fronte a ordini criminali non si può obbedire.

SB_Parliamo dei processi. Sappiamo che le ricerche italiane cominciarono già nel 1946.
Che cosa ha funzionato e cosa non ha funzionato nella ricerca della/e verità sull’eccidio di Sant’Anna di Stazzema. E quali sono le implicazioni politiche sulla società italiana, soprattutto rispetto a quanto ci dice lo storico Paolo Pezzino in merito al fatto che il corso della giustizia fu impedito dalla magistratura militare italiana.

LG_Se uno va a vedere le carte delle prime inchieste che furono fatte sul momento dagli Inglesi e dagli Americani, si vede che c’era tutto: c’erano le indicazioni – e questo vale non solo per Sant’Anna ma anche per altri episodi – dei reparti che agirono, molto spesso anche i nomi e i cognomi, gli organigrammi, i responsabili dei vari reparti. Fin da subito c’erano gli strumenti per perseguire questi crimini: quindi per fare giustizia, per dare una risposta alle popolazioni che avevano subito queste violenze così enormi che riguardavano migliaia di persone.
Questo percorso non c’è stato per ragioni politiche.
E’ stata una decisione non dichiarata, non esplicitata … Abbiamo poi capito che, sia in Italia che in altri paesi, fu scelto di non perseguire questi crimini, se non sporadicamente, con qualche processo a qualche gerarca tra quelli più in vista.
I fascicoli sulle stragi furono, come si sa, occultati. Negli anni Sessanta ci fu il provvedimento di archiviazione provvisoria poi i fascicoli furono riaperti nel 1994, ma anche in quella circostanza, sostanzialmente non si fecero i processi. Tranne a La Spezia dove, nel 2002, col magistrato De Paolis si è riusciti a fare le inchieste.

Le conseguenze che si sono avute sulla società italiana secondo me sono molteplici e sottovalutate.
A livello politico c’è questa scelta di far prevalere la realpolitik con la necessità di non disturbare la Germania Ovest, in quel momento alleata all’occidente nella guerra fredda, andando a cercare criminali di guerra che, in buona parte, fra l’altro, si erano reinseriti nella vita civile tedesca.
Andare a ricercare all’epoca questi personaggi voleva dire mettere in discussione il percorso che la Germania Ovest stava facendo e quindi anche il recupero del personale politico e militare nazista.”

Il non aver fatto i conti col nazismo e con il fascismo, da parte della Germania dell’Italia e dell’Europa, cui si associano i mancati processi e le mancate inchieste sui nostri crimini di guerra ad esempio in Yugoslavia, ha prodotto come effetto l’impossibilità di andare a chiedere l’estradizione di ex militari tedeschi e poi rifiutare le richieste di estradizione che arrivavano dalla Yugoslavia.

“Questo è un livello politico.

Poi c’è un livello più sociale, più civico, questo fortemente sottovalutato.
Le stragi in Italia sono state qualche migliaia. L’atlante delle stragi nazifasciste, disponibile dall’anno scorso in rete, evidenzia che sono stati più di 5000 gli episodi censiti, 20.000 morti e decine di migliaia di feriti: dato questo che va moltiplicato per le famiglie e per i compaesani.
E di violenza su inermi. Perché di questo stiamo parlando e non di combattimenti.
Il fatto di aver abbandonato sostanzialmente queste persone, di aver fatto sentire lo Stato o assente o ostile addirittura – a Sant’Anna c’è un vissuto di contrapposizione, di antagonismo rispetto allo stato italiano per il fatto che non ha, per decenni, perseguito i criminali, non si è preoccupato di fare giustizia, non si è preoccupato dei sopravvissuti – secondo me ha comportato una lesione enorme del senso di appartenenza, del senso di cittadinanza. E stato un sentimento che qua in Toscana non è assolutamente superato. C’è una percezione di questa inadeguatezza, di questo abbandono che ha riguardato tantissime persone e che è stato ereditato. Questi traumi poi, e la constatazione che faccio su me stesso, si trasmettono attraverso le generazioni: questo deficit non si è fermato con le generazioni dei superstiti e dei loro familiari ma si è esteso alle generazioni successive.”

Concordo con quest’ultima affermazione di Lorenzo e vivo e condivido, empaticamente e spesso in laica solitudine, il dolore allargato proprio delle storie lunghe tre generazioni, come sono le nostre.

C’è poi il grande punto di forza del libro: lo spazio dedicato alla costruzione di progetti e azioni di pace e di nonviolenza, a partire da Sant’Anna di Stazzema “fino a farli diventare il cuore della memoria di Sant’Anna”. Lorenzo ci sta pensando su ma gli chiedo qualche anticipazione: infatti il pensiero e la teoria devono diventare, e farsi, azione.

LG_Quello che mi ha spinto veramente a scrivere questo libro e a dare il mio piccolo contributo è l’insoddisfazione per quello che è oggi la memoria di questi luoghi, per quello che rappresenta oggi un luogo come Sant’Anna.
A me sembra che la memoria in questo momento sia … molto debole, sia qualcosa di cristallizzato, di poco vivo.
Questi luoghi sono stati monumentalizzati e in qualche modo però anche anestetizzati in tutta la loro forza comunicativa e anche evocativa.
La capacità che questi luoghi possono avere di farci pensare, di spingerci ad analizzare le cose con più complessità di quanto normalmente si faccia, viene un po’ neutralizzata dai riti che hanno preso il sopravvento e dal tipo di memoria che si è fermata.
Una memoria che si è un po’ cristallizzata intorno alla dinamica del fascismo, antifascismo, occupazione nazista, Resistenza: un circolo dentro il quale oggi è chiusa la memoria di questi luoghi.

A me sembra che manchi una parte fondamentale: la tensione a chi ha vissuto la guerra in quel modo, per averla subita quella guerra, per aver dovuto farci i conti nella vita quotidiana, per poi perderla la vita.”
Nella dimensione del rifiuto della guerra e nella discussione sulla violenza.

“Noi dobbiamo andare a Sant’Anna e pensare alle altre Sant’Anna.
Dobbiamo andare a Sant’Anna e pensare a quello che ci accade intorno: allora ci accorgiamo che di Sant’Anna ce ne sono state altre negli anni successivi.
Alcune causate anche da NOI: da noi Occidente, da noi Italia, da noi che abbiamo partecipato, e partecipiamo, ad esempio a missioni che implicano stragi come quella di Sant’Anna: in Siria, In Afghanistan, in Irak, qualche anno fa in Bosnia.
NOI siamo stati corresponsabili di nuove Sant’Anna.

Sto tentando di organizzare, con la Pro loco di Avenza e Terre di Mezzo, una camminata – da Avenza, luogo natale di Elena Guadagnucci, a Sant’Anna di Stazzema, con passo lento che permette la concentrazione, senza la fretta che normalmente si accompagna alle cose che facciamo e che porta sempre superficialità – che avrà la caratterizzazione del seminario.
Si va a fare questa camminata e si ragiona sull’opposizione nonviolenta, sulla resistenza civile, sulle forme di dissidenza.

Resistenza civile, resilienza, opposizione, disobbedienza sono “l’aggiunta capitiniana” che Lorenzo propone per una memoria nuova.

Nel frattempo assumiamo la stupendità, la forza e l’ahimsa che derivano dalla sentenza del processo di La Spezia.

Ovvero IL DOVERE DI DISOBBEDIRE.

Silvia Berruto, amica e persuasa della nonviolenza

Aosta, Espace Populaire, 20 febbraio 2017
Torino, Centro Studi Sereno Regis, 21 febbraio 2017

® RIPRODUZIONE RISERVATA

Annunci

1 Response to “Era un giorno qualsiasi. Intervista a Lorenzo Guadagnucci.”



Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...


febbraio: 2017
L M M G V S D
« Gen   Mar »
 12345
6789101112
13141516171819
20212223242526
2728  

Mesi


%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: