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STORIE. Intervista a Murat Cinar in vista dell’incontro di STORIE_Aosta 8 aprile 2017

STORIE, sezione del progetto culturale Collettivamente memoria 2017, presenta, per il quarto incontro, il giornalista, blogger, fotografo (e amico) turco Murat Cinar.
In anteprima una breve intervista.

Silvia BERRUTO_ Mezzaluna e libertà. Turchia: ancora gravi condizioni legali e politiche che limitano la libertà accademica, giornalistica e politica. Un grande carcere a cielo aperto è il titolo che hai voluto dare all’incontro che si terrà all’Espace Populaire di Aosta il prossimo 8 aprile 2017
Questo il titolo dell’incontro. Neden ?*

Murat CINAR _ Mezzaluna e libertà è un titolo molto pubblicitario perché la Turchia è associata alla Mezzaluna. Tutto il resto perché è un riassunto della situazione in Turchia.
Oggi contiamo più di 200 giornalisti in carcere, una cinquantina di accademici in carcere, in detenzione cautelare, tantissimi hanno perso il lavoro, alcuni il passaporto, senza il diritto di abbandonare il paese e sono più di 1000 i ricercatori sotto inchiesta, 14 università private chiuse quindi tantissimi i ricercatori sono senza università. Tanti avvocati, ormai dal 15 luglio – sono più di 500 i giudici e i pm senza lavoro – sono o in carcere o senza lavoro. Stiamo parlando, per quanto riguarda questo elenco, di impiegati statali non possono più esercitare il loro lavoro di impiegati statali. Con un marchio sulla faccia così forte – le accuse nei loro confronti sono di promozione di attività terroristiche e/o di appartenenza ad un’organizzazione terroristica – stiamo parlando di persone teoricamente uccise. Stiamo parlando di casi di morte civile.
Non possono più ritrovare un lavoro, sarà forse impossibile anche nel settore privato, stiamo parlando di persone che sono in buona parte in depressione, ad oggi sono 17 le persone che si sono suicidate.
Sono fonti di guadagno delle famiglie.
Sono circa 120.000 persone che, in meno di un anno, sono finite sotto indagine, alcune sono sotto processo, alcune sono in carcere, in semilibertà, assolte …
UN CARCERE A CIELO APERTO. Un carcere di oppositori di ogni tipo, di ogni provenienza. Con prove concrete oppure con le denunce anche dei vicini … Non sto a elencare o a citare casi però ci sono anche di prove inesistenti, oltre a essere false sono anche ridicole.
La situazione è abbastanza terrificante e terrorizzante per chi vive dentro, ma anche per chi guarda da fuori.

S.B. _ Quali forme di Resistenze ci sono dall’interno?
Ci sono anche forme di resistenze civili nonviolente che puoi segnalare?

M.C. _ Stiamo parlando di un paese che vive in uno stato di caos da parecchi anni. La Turchia ha vissuto tre colpi di stato effettivi, due soft con interventi pubblici da parte dell’esercito. E ha respinto un tentativo di colpo di stato pochi mesi fa (15 luglio 2016, ndr).
Stiamo parlando di un paese che, come succede in ogni colpo di stato, ha trascorso buona parte della sua storia sotto lo stato di emergenza: col coprifuoco, con la censura, con la chiusura di giornali, di canali televisivi, con l’incarcerazione degli avvocati, dei politici, degli studenti e degli accademici.
Non è una novità ciò che si vive in Turchia, ovviamente a dosaggio elevato in questi ultimi trent’anni.
Precedentemente, col colpo di stato del 1980, la Turchia ha vissuto sotto la dittatura militare esattamente le stesse cose che sta vivendo adesso.
Prima nel 1972, e prima ancora nel 1961, altri due colpi di stato hanno ovviamente colpito fortemente le opposizioni.
Quindi in uno stato del genere, come succede anche in altri casi, asiatici o sudamericani, ci sono diverse forme di opposizione, anche armate. Ci sono partiti di estrema sinistra combattenti, che sono turchi oppure turchi curdi, ci sono stati diversi turchi negli anni Sessanta e Settanta marxisti, tuttora esiste il partito di rivolta del Kurdistan, il PKK,
che è una forma di guerriglia molto radicata e molto forte che ha compiuto quasi quarant’anni, si trova sul territorio delle repubbliche di Turchia ma anche in Siria, in Irak, in Iran. Stiamo parlando di un paese che, oltre alla resistenza armata, ha una storia fortissima anche di opposizione nonviolenta. E una storia di partiti politici di sinistra molto forte, nonostante mille chiusure. La Corte Costituzionale per parecchi anni ha chiuso i partiti di sinistra. Fondare un partito comunista era vietato e contro la legge. Diversi partiti parlamentari curdi sono stati chiusi, riaperti in questi anni, negli anni Ottanta e anche Novanta. Diversi parlamentari sono stati in carcere: ora la Turchia conta dodici parlamentari in carcere. E poi c’è anche l’opposizione mainstream.
Come il partito di centro-sinistra oppure il partito di sinistra che è entrato
in parlamento per la prima volta così fortemente. Ci sono tanti partiti extraparlamentari, c’è un mondo non partitico dell’opposizione. La Turchia è un paese con una popolazione molto giovane, stiamo parlando di una società molto creativa, frizzante, energetica, con un’opposizione artistica e culturale molto produttiva.
Un paese di opposizioni, di collettivi intorno alle riviste politiche e artistiche, di collettivi artistici: un paese che, nonostante miliardi di difficoltà e censure, ha sempre prodotto e tuttora produce le sue alternative. Ci sono quartieri interi, anche a Istanbul, controllati da realtà alternative allo stato che possono essere gruppi armati o comunità religiose che, ci piaccia o no, comunque si oppongono allo stato.
In diverse fasi della storia si è visto che crescono queste alternative allo stato. Quindi provenienze da diverse culture politiche in Turchia ci sono, delle opposizioni popolari e nazionali, oppure locali.

S.B. _ Che cosa chiedi a noi giornalisti come azione di resistenza dal di fuori, dal posto in cui ogni giornalista straniero si trova rispetto alla Turchia. Che fare insieme, come resistere insieme ?

M.C. _ Bisogna prima di tutto informarsi. Leggere in diverse lingue, preferibilmente in turco. Informarsi, sapere cosa succede succede in Turchia. Accedere alle fonti di informazioni libere e produrre degli approfondimenti, degli articoli giornalisti sulla Turchia dignitosi e decenti, che non siano ideologicizzati oppure partitici.
Purtroppo in Italia quando si tratta di notizie straniere c’è tanta fissazione ideologica e partitica nel giornalismo.
Una volta effettuato un lavoro del genere, non bisogna mai mollare la Turchia, deve stare quasi sempre in primo piano. Un paese enorme, candidato europeo, alle porte dell’Europa, sia fisicamente che politicamente. Per l’Italia la Turchia è il secondo partner economico più grande, per la Turchia l’Italia è il quarto partner economico più grande.
Quindi conta economicamente e umanamente.
Questo porterà molto probabilmente nella società un pensiero politico libero, molto riuscito, più di quanto possono fare i politici perché, purtroppo, i politici, per convenienza ideologica oppure economica, non prendono le misure necessarie, come si deve oppure in tempo, oppure prendono misure scorrette o smisurate, che possono essere tradotte, nei paesi con un forte sentimento nazionalista, come teorie di complotto. Come è il caso olandese. Lo scontro tra la Turchia e l’Olanda è stato venduto con grande successo in Turchia, da parte del governo, perché in Turchia c’è il pensiero e il sentimento che tutti ci vogliono male. Noi siamo in piena crescita, e questo dà fastidio a qualcuno e quindi cercano di ostacolare: ostacolare il nostro referendum, l’operare del nostro governo. A questo punto dico: non lasciamo il lavoro nelle mani dei politici. Siamo noi, i giornalisti, che dobbiamo fare informazione, prendere posizione, dichiarare la nostra solidarietà, dimostrarla con i nostri colleghi, con tutti i cittadini in Turchia, senza distinzione di etnia, provenienza oppure di posizione politica.
Una volta fatto questo, secondo me, il cittadino medio italiano può capire esattamente cosa succede in Turchia e avere più consapevolezza. Questo è ciò che manca.
Invece quando un politico esce con un urlante slogan contro la Turchia fa solamente propaganda politica-partitica e questo non fa capire niente al cittadino medio italiano su cosa stia effettivamente succedendo in Turchia.

Perché, in turco*

 

Silvia Berruto, giornalista solidale

® Riproduzione riservata

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