Archive for the 'giustizia' Category

18
Mar
17

” Lotte per l’otto marzo ” 8 marzo 2017 ad Aosta. Action nonviolenta

DI FRONTE AL DOLORE DELLE ALTRE
Per #LottoMarzo
Action collettiva di donne
Aosta, Place des Franchises, 8 marzo 2017

Aosta, Aosta Valley, Italy
8 marzo 2017
Action nonviolenta per una riflessione su violenza e nonviolenza verso le donne

Stand-in è l’azione di stare in piedi, in modo ordinato e tranquillo, al fine di riflettere, per ottenere, in questo caso, il rispetto allargato delle donne, e di tutti gli esseri senzienti in generale, attraverso mezzi nonviolenti.

Un modo per richiamare l’attenzione collettiva sul fatto che è un diritto delle donne, ma in definitiva di tutti, l’essere rispettate e non essere considerate e trattate come s-oggetti di violenza.

Con 15 foto estratte dalla mostra di Giuliana Sgrena “Oltre il velo” di cui ho effettuato la curatela, esposte all’Espace Populaire di Aosta per tutto il mese di marzo 2017, 7 donne hanno “preso su di sé” il destino e lo status di altre donne. Simbolicamente, ogni donna coinvolta, ma tra loro c’era anche un uomo, ha preso e ha alzato il volto, il corpo o una situazione propria di una donna ritrattata, violata e violentata dal dominio di menti e azioni maschiliste violente.

Nelle foto di Giuliana “re-interpretate” per l’occasione, ci sono anche donne resistenti: donne liberate, anche se non sempre libere, che festeggiano l’8 marzo 2002 a Kabul o che si ribellano contro il burqa o che si “scoprono”, togliendosi il velo, durante una commemorazione di vittime della guerra.

E’ stato così.

Le compagne, e il compagno, coinvolti, hanno proposto, ed effettuato, un breve corteo silenzioso dal gazebo informativo organizzato in place des Franchises, in occasione dello SCIOPERO DELLE DONNE, sino in Piazza Chanoux, con la distribuzione di 150 copie del testo che ha dato il titolo all’action “DI FRONTE AL DOLORE DELLE ALTRE” citato di seguito.

DI FRONTE AL DOLORE DELLE ALTRE
Per #LottoMarzo
Action collettiva di donne
Aosta, Place des Franchises, 8 marzo 2017

Desidero oggi con altre donne, compagne e attiviste, fare un gesto politico, di donne per le donne, con gli uomini che vorranno condividerla, che ho voluto chiamare action.
Un’azione di protagonismo politico condiviso.

Con alcune immagini di Giuliana Sgrena, estrapolate dalla mostra “Oltre il velo” – 25 fotografie in bianco e nero e colore, realizzate dal 1997 al 2003 – visitabile all’Espace Populaire di Aosta per tutto il mese di marzo, condivideremo la visione e la con-divisione di STORIE di vita, fatte di assenze di libertà, di violazioni dei diritti umani fondamentali, di violenze silenziose perpetrate da maschi dominanti e dominatori nell’apparente accettazione e rassegnazione delle donne, spesso, non sempre, e non dovunque, sottomesse.
Estromesse dal potere dal dominio maschile.
Ma non persempre.

Alcune fotografie, non tutte, estratte dalla mostra integrale, a significare come si possano spezzare, e fare a pezzi, le vite delle donne, di tutte le età, attraverso COSTRUZIONISMI: assunti improbabili costruiti dai dominatori.
Pezzi di storie ma anche storie di donne a pezzi.
“E’ tempo di Ramadan, donne in attesa di ricevere un pezzo di pane e di elemosina davanti alla moschea” Kabul, novembre 2001 e “Donne chiedono l’elemosina davanti ad una moschea”, Kandahar, ottobre 2002 si legge nelle didascalie di due fotografie della mostra.

Decostruite e deformate dal dominio, acefalo anche se ben orchestrato, proprio di un immaginario maschile, senza un impianto teorico sostenibile se non quello afferente alla violenza.
Donne negate.
Solo apparentemente persempre.

Si tratta di fotografie che attestano anche storie di empowerment.
Dietro ad ogni immagine c’è una donna.
Dietro le fotografie c’è uno sguardo femminile: “E’ il mio sguardo e la mia particolare attenzione sulle donne.”

STORIE di donne, frammenti di un universo composito, che sanno LOTTARE insieme.
Giuliana SGRENA scrive: “Ovunque nei paesi che ho frequentato, ho trovato donne coraggiose, combattive nell’affermare i loro diritti e con la capacità di proporre soluzioni alternative ai conflitti.
UNO SGUARDO CHE VA OLTRE GLI INTEGRALISMI RELIGIOSI E LE DIVISIONI ETNICHE.”
E ancora Giuliana: “Se si tenesse conto delle elaborazioni e dei punti di vista delle donne forse si arriverebbe più facilmente alla soluzione dei conflitti.”

Sono storie di donne RESISTENTI che si RIBELLANO.
Algeri, giugno 1997, una ragazza firma la petizione per la revisione del codice di famiglia che discrimina le donne.
Kabul, novembre 2001, subito dopo la caduta dei taleban c’è chi si ribella e manifesta contro il burqa e giugno 2002, si scopre durante una commemorazione delle vittime di guerra.
“Le immagini di un’atrocità possono succitate reazioni opposte.
Appelli per la pace.
Proclami di vendetta.
O semplicemente la vaga consapevolezza, continuamente alimentata da informazioni fotografiche, che accadono cose terribili.”
Susan SONTAG, Regarding the Pain of Others, 2003.

Dall”8 marzo 2002 a Kabul alLottoMarzo 2017 ad Aosta.
Prenderemo su di NOI e sosterremo – anche con le fotografie – le lotte per i diritti delle DONNE DI DOVUNQUE.
Davanti alla forza e al dolore delle altre.
In empatia.

Con rispetto,
Silvia Berruto, fotografa, LottoMarzo 2017

OLTRE IL VELO. Fotografie di Giuliana Sgrena.
Curatela ed esposizione mostra, Torino 12-22 dicembre 2006, by Silvia Berruto, fotografa, Associazione Fotografi Professionisti TAU Visual Milano.

Donatella ha letto ad alta voce, camminando, il testo, e lo ha distribuito insieme alla più piccola donna attivista Agnès di 4 anni.

Così abbiamo interpretato e agito lo sciopero dell’8 marzo 2017.

Per me si è trattato anche di uno SCIOPERO ALLA ROVESCIA, come spesso mi capita di fare nella vita quotidiana e come ci hanno insegnato i braccianti agricoli italiani negli anni Cinquanta e successivamente l’amico e maestro, Danilo DOLCI.
LO SCIOPERO ALLA ROVESCIA è economico nella forma, “in larga misura psicologico come impatto.
[…]
I braccianti agricoli usavano questa tecnica lavorando più duramente e più a lungo di quanto toccasse loro e di quanto erano tenuti a fare in base alla retribuzione pattuita al fine di mettere il padrone in una posizione in cui gli fosse difficile respingere le loro richieste di aumenti.
Lo sciopero alla rovescia è stato usato anche per evidenziare drammaticamente la necessità di posti di lavoro per i disoccupati. Nel 1956 alcuni disoccupati siciliani guidati da Danilo Dolci usarono questa tecnica riparando volontariamente una strada pubblica per richiamare l’attenzione sulla grave disoccupazione nella zona, l’incapacità del governo di affrontarla in modo adeguato e la garanzia costituzionale del diritto al lavoro. In questa occasione Danilo Dolci e altri furono arrestati” (Gene Sharp, The Politics of Nonviolent Action, Part Two: The Metods of Nonviolent Action, Porter Sargent, Boston 1973)
/Politica dell’azione nonviolenta, 2 Le tecniche, Edizioni Gruppo Abele/

Per LOTTO MARZO ho lavorato tenacemente, e per un tempo a-economico, affinché, oltre al testo, anche l’ANIMAZIONE dell’action potesse essere ben agita, considerato il numero imprecisato a priori delle donne attiviste partecipanti ma soprattutto quello delle donne, e degli uomini, del pubblico interagente.
E’ stato necessario un lavoro di riflessione applicata affinché nell’azione silenziosa fosse garantita la comunicazione con le altre donne e con gli altri uomini di passaggio nelle vie della città e la messa in comune, con l’auspicata con-divisione empatica, di ideali e contenuti nonviolenti quali IL RISPETTO DELL’ALTRA e DELL’ALTRO.
Ovvero di TUTT*.

Con rispetto,
Silvia Berruto, amica e persuasa della nonviolenza

® Riproduzione riservata

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17
Dic
15

Proposta di autoconvocazione allargata

Aosta,16 dicembre 2015

Chiamata a raccolta per messa “in comune” e condivisione delle info a disposizione circa la presunta chiusura del Servizio migranti di Aosta.

E per decidere eventuali azioni politiche collettive nonviolente, non solo dimostrative.

La proposta di un’autoconvocazione allargata al fine di riunire tutte le informazioni disponibili, preferibilmente da fonti primarie, ovvero da consigliere e consiglieri comunali, operatori e dipendenti in servizio ed ex operatori del servizio migranti di Aosta, imprenditori sociali e/o gestori del servizio migranti, cooperatori sociali, intellettuali, cittadine e cittadini per fare il punto sullo stato dell’arte della questione e delle alternative programmatiche proposte dal Comune di Aosta.

l’autoconvocazione è per
VENERDI 18 dicembre 2015
ore 18:00
espace populaire di aosta

 

Con preghiera di diffusione ai Nostri contatti.
Con rispetto,
Silvia Berruto, cittadina, giornalista contro il razzismo, amica e persuasa della nonviolenza

16
Nov
14

Aosta. Quarant’anni sempre per la verità.Memorie e attualità della strage di Piazza Loggia (28 maggio 1974- 28 maggio 2014). Seconda Parte

Extrait dell’intervento di Manlio Milani, presidente dell’associazione familiari Caduti di Piazza della Loggia e della Casa della Memoria di Brescia.

– seconda parte –

Preambolo

In occasione del quarantennale della strage di Piazza della Loggia il progetto culturale Collettivamente Memoria ha voluto che Manlio Milani e l’avvocato di parte civile Silvia Guarneri, portassero la loro testimonianza ad Aosta.
Per un pubblico allargato, la sera di giovedì 6 novembre 2014 presso la Biblioteca regionale di Aosta.
Per gli studenti 160 e almeno 13 insegnanti accompagnatori, venerdì 7 novembre 2014 presso il Salone delle Manifestazioni di Palazzo regionale di Aosta.

Ogni antifascista a Brescia la mattina del 28 maggio 1974 o era in piazza o in quella piazza aveva qualcuno “dei suoi” presente.
Tanti, troppi sopravvissuti, a quarant’anni dalla strage, ancora si domandano le ragioni per le quali sono ancora in vita.

A tutti: ai sopravvissuti, ai feriti nell’anima, alle otto vittime che ancora una volta voglio ricordare:
Giulietta Banzi Bazoli, 34, insegnante
Livia Bottardi Milani, 32 anni, insegnante
Clementina Calzari Trebeschi, 31 anni, insegnante
Euplo Natali, 69 anni, pensionato
Luigi Pinto, 25 anni, insegnante
Bartolomeo Talenti, 56 anni, operaio
Alberto Trebeschi, 37 anni, insegnante
Vittorio Zambarda, 60 anni, pensionato
e ai loro familiari,
ai 102 feriti nel corpo,
e ai loro familiari, va il mio abbraccio, lungo, commosso, discreto.

Desidero citare qui il passo di Ivan Giugno nella sua “UNA NON PRESENTAZIONE” all’opera jazz “IN MEMORIAM” (che recensirò a breve anche su questo portale) commissionata dalla libreria cooperativa “Rinascita” di Brescia e prodotta da Matilde Brescianini per Medulla e da Rinascita col sostegno della CGIL.
[…] “Questo hanno fatto Battaglia, Rabbia e Aarset, insieme ad Amadori e Cifarelli, proponendo uno spettacolo indimenticabile che parla alla mente, ma, soprattutto al cuore di tutti, e in particolare a noi che, allora, in Piazza Loggia c’eravamo e che, ancora oggi, non abbiamo capito perché siamo sopravvissuti”.
L’incontro del 6.11.2014 per CM.

Il punto di partenza della riflessione di Manlio Milani si incentra sulla necessità che i fatti debbano sempre essere collocati storicamente per coglierne la complessità.
Questo per far emergere il bisogno collettivo di avere delle istituzioni sempre pronte a restituire VERITA’ nella comprensione dei fatti, sostiene Milani.
“Perché credo che la forza di una democrazia stia anche nel riconoscere i propri errori e limiti per poi affermare principi di verità.”

Milani si riferisce alle parole dette dal Presidente Grasso il giorno precedente in merito al caso Cucchi preso in esame come caso a sé, estrapolato e decontestualizzato. In questo senso, dice Milani, il fatto viene interpretato in chiave negativa perché si prende l’occasione di un fatto e ci si limita ad esso senza comprenderne la complessità.

“Se non cogliamo la complessità non riusciamo a cambiare le cose, non riusciamo a renderci consapevoli di che cosa significhi capire la mancanza di verità, che cosa produce di negativo e che cosa invece la verità affermandosi, riconosciuta in tutti suoi aspetti, può produrre in termini positivi nel processo democratico, nelle modalità dello stare insieme.”
Sulla strategia della tensione si corre il rischio di non cogliere le verità che oggi conosciamo e dall’altro lato di farle scomparire dalla memoria.
Ma dalla memoria non scompaiono … “e sono lì come buchi neri che costantemente chiedono di essere riempiti”.

Da tempo Milani e la Casa della memoria stanno portando avanti un’istanza che riguarda alcune strutture fondamentali del modo di essere democrazia in questo paese: gli archivi. Tema questo fondamentale per decidere quale memoria si voglia preservare all’interno del paese e quindi quale memoria si intenda trasmettere alle nuove generazioni.

La trasmissione della memoria alle nuove generazioni non è un fatto mnemonico legato a date ed avvenimenti accaduti, sostiene Milani, ma la comprensione della storia di un paese. “La storia di un paese, in questo caso il nostro, soprattutto dal periodo postfascista in poi. Come è nata questa Repubblica, come si è formata, quali costi ha dovuto pagare per costruirsi e quali costi ha dovuto pagare per ri-costruirsi, per continuare ad essere democrazia e non diventare qualche cosa d’altro.
Perché la memoria è un processo identitario dell’uomo e lo è nella storia del suo paese. Non tanto come storia privata ma soprattutto come storia di carattere collettivo.”

La messa a disposizione e l’apertura degli archivi sono importanti affinché i cittadini abbiano la possibilità di conoscere, analizzare e criticare la storia e di trarne da essa tutti gli insegnamenti che la storia del passato può dare.

“Così come è importante che la direttiva sull’abolizione del segreto di stato, messa in campo dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri è importante non può fermarsi lì. Ha bisogno di una grande volontà che, oltre che alla messa a disposizione dei documenti, ci dica anche come sono messi a disposizione questi documenti.
Dopo 40 anni la legge sul segreto di stato prevede oggi che i tempi massimi di desecretazione di un documento siano di 30 anni.
E’ ancora tutto molto evanescente perché, in realtà, non sappiamo ancora quanti archivi abbiamo in questo paese.
La direttiva prevede che tutto debba confluire nell’archivio di stato: per il momento sono confluiti alcuni materiali provenienti dal Ministero degli Esteri, non sappiamo quello del Ministero degli Interni.
Ci sono 38 archivi che non conosciamo tra cui gli archivi dell’arma dei Carabinieri e delle forze di Polizia.
Se noi non abbiamo questa disponibilità anche nelle strutture istituzionali o dell’arma difficilmente possiamo ricostruire la credibilità istituzionale che molto spesso è minata anche da ciò che appare come fallimento giudiziario ma che spesso è il fallimento conseguente alla mancata collaborazione tra i vari momenti istituzionali e troppo spesso vediamo che questa mancata collaborazione troppo spesso non è un fatto puramente burocratico è una mancata collaborazione costruita.
Pianificata.
Messa in atto in termini molto ma molto precisi.”

Così come è estremamente importante il protocollo sottoscritto a Roma il 9 maggio scorso con la Presidente della Camera Boldrini e il Ministro della Pubblica Istruzione che sostiene che nelle scuole bisogna riaffermare e riportare l’educazione civica e che “anche gli anni Settanta hanno bisogno di essere affrontati. Perché è in quel contesto lì che la memoria deve servire.”
In una recente indagine del CENSIS 2014 (link) realizzata in occasione del quarantennale a Brescia sugli studenti delle scuole superiori e di provincia è risultato ad esempio un dato assai importante, dice Milani. “Il 70% degli studenti riconosce l’importanza e il valore di avere memoria della storia del passato e ritiene che i primi trasmettitori di memoria devono essere gli insegnanti, sottolinenando così il valore della scuola come strumento fondamentale per costruire memoria.
La memoria in una scuola intesa come spazio libero all’interno del quale tutte le opinioni devono trovare capacità di ascolto e di confronto e dove è decisivo il capire come si è formata la storia e come si sono svolti i fatti. E quindi “è lì si forma davvero il modo di essere di un paese attraverso le nuove generazioni che sanno guardare al passato attraverso il loro presente ma che sanno anche che quel passato può insegnare rispetto al loro presente e rispetto al loro futuro.”

A questo punto si inserisce il tema della necessità di saper sempre distinguere rispetto alle cose.
“Dobbiamo sempre aver la forza di saper distinguere perché le verità che non conosciamo sono responsabilità di uomini dello stato hanno operato contro la verità ma è altrettanto vero che altrettanti uomini dello stato hanno saputo per far emergere le verità che oggi conosciamo.
Saper distinguere è dunque fondamentale. Richiede la volontà di voler conoscere, l’assunzione di responsabilità singola per cercare di capire e di cogliere i fatti come si sono svolti.

“Noi quest’anno abbiamo compiuto quarant’anni e potrà apparire strano ma ci sono stati due fatti molto diversi in quella piazza (Piazza della Loggia, ndr) in questo 28 maggio.
In una piazza adiacente a piazza della loggia nell’aula del consiglio comunale e in una rappresentazione operistica, in un teatro, abbiamo potuto cogliere i volto dei cittadini come erano quarant’anni prima. Volti scolpiti dal dolore … quasi sospesi in una certa misura perché non credevano a quanto fosse successo. Erano attoniti.
E’ stato estremamente importante perché tutti quei volti, esclusi quelli dei morti, ci hanno testimoniato un fatto estremamente importante e cioè che quella strage, prima di colpire otto persone, ha colpito tutti. Ha colpito il paese. E allora il valore di quei volti era di dire questo è in primo luogo un fatto pubblico. E il valore di riproporre quei volti era di ricordare una memoria pubblica di un fatto che è accaduto a tutti.
Contemporaneamente abbiamo avuto una miriade di cori di bambini in quella piazza del 28 maggio (2014, ndr). Di fronte a quei volti attoniti, di fronte alla violenza, di fronte alla volontà di far prevalere l’idea di morte rispetto all’idea di vita, quei bambini erano lì a dirci che piazza della Loggia quel giorno era una piazza viva e non era lì a ricordare la morte ma era lì a ricordare un fatto che ha avuto anche otto persone uccise a cui è stata violentemente tolta la vita. E’ giusto ricordare che cosa significa violenza, che cosa significa interrompere la vita di persone, di coppie, è giusto far risaltare ed esaltare il senso del vivere diventa il modo migliore per combattere l’ideologia della morte e quindi una modalità che rifiuta lo stare insieme.
Questi due elementi credo abbiano caratterizzato il 28 maggio ma hanno anche significato il percorso di questi quarant’anni di vita e di impegno intorno a questo fatto ma attorno ai fatti nella loro globalità.”

Nello stesso tempo bisogna valutare i fatti: cosa è accaduto, perché è accaduto, che cosa si proponeva quel fatto.
Al centro degli attacchi dei due terrorismi c’era la nostra Costituzione.
Il 28 maggio 1974 arriva in un momento particolare di straordinaria euforia del nostro paese e nello stesso tempo di violenza incredibile.
La straordinaria euforia che ci dimostra come il paese era cambiato sotto la spinta dei movimenti in termini positivi di grande avanzata democratica: il ’68. la scuola, lo statuto dei lavoratori, l’istituzione delle regioni. In quei giorni lì trova la sua espressione forse più alta: il referendum sul divorzio (12 e 13 maggio 1974). I cittadini si esprimono su un valore civile e il diritto di poter operare le proprie scelte soggettive.
In quel momento esplode forse il massimo della violenza la strage il 28 maggio 1974.
Ed è una strage che ha tutta una sua particolarità.
Certo la manifestazione è una risposta alla violenza che Brescia stava subendo in quel momento che mette a nudo anche l’obiettivo di chi ha organizzato la violenza.
Perché la strage avviene durante una manifestazione antifascista ed è importante sottolineare questo aspetto perché si contrappongono due modalità: da un lato la violenza esercitata da singoli o da gruppi ristretti e dall’altro lato le forze democratiche – in quel caso tutti i partiti politici (escluso MSI, ndr) tutte le sigle sindacali che dichiarano lo sciopero generale, le ACLI, l’azione cattolica, l’ARCI che non accettano più la violenza e che decidono di farlo senza porsi sullo stesso piano di chi ingenerava violenza.
Come rispondere allora ?
“Non dobbiamo rispondere alla violenza utilizzando la violenza. Bisogna andare tutti in piazza a dimostrare che NOI democraticamente vogliamo sconfiggere la violenza.”
Questo è il senso della manifestazione del 28 maggio che la rende diversa dalle altre stragi nel senso che “le altre stragi appaiono come atti puri e semplici di terrorismo: la banca (Banca dell’Agricoltura, ndr), il treno (Italicus,ndr). Rendere insicuro qualsiasi luogo con lo scopo preciso è di ingenerare paura. Attraverso la paura determinare condizioni di richiesta di ordine pubblico attraverso l’ordine pubblico arrivare alla sospensione di libertà democratiche.
In Piazza Loggia si dice apertamente che ciò che si vuole sfidare sono le istituzioni nel loro insieme.”
Questo è l’obiettivo esplicitato in Piazza della Loggia al punto che, ricorda Milani, ci sarà chi, (appartenente alla destra, ndr), dirà che la strage è stata profondamente remunerativa perché “non abbiamo colpito dei civili ma degli avversari politici.”
Pur rimanendo il tema della paura e del determinare caos fondamentale resta questo obiettivo.

La lezione viene dalla risposta della città.
La città è stata autogestita per tre giorni.
Fu una scelta politica.
Il servizio d’ordine dal basso ha vigilato sulla città e sui funerali che registreranno circa 600.000 presenze di donne e uomini provenienti da tutta Italia.
Il Presidente della Repubblica (Giovanni Leone, ndr) è stato difeso e fischiato.
Difeso in quanto rappresentante dell’istituzione ma fischiato a indicare la necessità di cambiamento di una classe dirigente che non era stata all’altezza. Il cambiamento però doveva avvenire all’interno di un processo democratico.
“Non va mai perso il senso delle istituzioni, insiste Milani, le istituzioni rimangono al di là di chi le rappresenta.
La grande risposta del 28 maggio nasce da questo presupposto.

“Resta il sapore molto amaro della violenza – conclude Milani – che assume la dimensione delle otto persone uccise in quella piazza.”

“Mai dimenticare che la violenza distrugge delle persone, distrugge la loro vita, i loro sogni, i loro progetti. Distrugge chi è morto ma può distruggere coloro che sopravvivono a quella vicenda.”

Ma chi erano quelle persone ? si chiede Manlio.

Gli otto morti sono emblematici della realtà del paese.
Un operaio, cinque insegnanti, due pensionati ed ex partigiani.
A dire, e a certificare, che i valori del lavoro, della scuola e della Resistenza sono i cardini su cui si fonda una società democratica. Ma anche a ricordare che la democrazia non è un bene acquisito per sempre.

“Io credo che sia questa la grande eredità che ci ha lasciato Piazza della Loggia: il rifiuto della violenza, l’esaltazione della vita, la memoria, la necessità di conoscere la memoria e conoscere la storia nella sua complessità, il saper dialogare dentro di essa e attraverso questa costruire prospettive di futuro.”

Silvia Berruto, antifascista

© Riproduzione riservata

– continua –

09
Nov
14

Aosta. Quarant’anni sempre per la verità. Memorie e attualità della strage di Piazza Loggia (28 maggio 1974-28 maggio 2014)

Aosta, Aosta Valley, Italy
6/7 novembre 2014
© Collettivamente memoria 2014

Parte prima
– Introduzione-

“Quarant’anni sempre per la verità. Memorie e attualità della strage di Piazza Loggia 28 maggio 1974-28 maggio 2014” è una proposta del progetto culturale Collettivamente Memoria 2014.

E’ il titolo di due incontri tenutisi il 6 e 7 novembre scorsi ad Aosta, proposti dal progetto culturale “Collettivamente memoria 2014”, in occasione del quarantennale della strage di Piazza Loggia (28 maggio 1974-28 maggio 2014).

Manlio Milani, presidente dell’associazione Familiari Caduti della strage di Piazza Loggia e della Casa della Memoria e l’Avvocato di parte civile Silvia Guarneri sono stati i testimoni e insieme i narratori della storia di una vicenda italiana collettiva non ancora conclusa.

Un incontro pubblico svoltosi giovedì 6 novembre presso la Biblioteca regionale di Aosta e un secondo incontro con le classi quinte di alcune istituzioni scolastiche aostane il 7 novembre presso il Salone delle manifestazioni di Palazzo regionale.

Le adesioni ricevute sono giunte da tre istituzioni scolastiche (Liceo delle scienze umane e scientifico “Regina Maria Adelaide”, Liceo scientifico E.Bérard e Istituto tecnico-professionale regionale “Corrado GEX”, per un totale di nove classi quinte, 160 studentesse e studenti e almeno tredici insegnanti accompagnatori.

Il progetto culturale “Collettivamente memoria” è dedicato ai deportati politici Ida Désandré e Italo Tibaldi e alla partigiana Anna Dati oltre che a tutte le donne e uomini Resistenti, intende riaffermare i valori democratici di un vivere collettivo antifascista che era alla base della manifestazione di piazza Loggia del 28 maggio 1974.

Tutti i co-organizzatori del progetto culturale Collettivamente Memoria e il progetto stesso hanno preso le distanze dalle derive culturali che sarebbero state postate nelle due ultime settimane su facebook da alcuni rappresentanti istituzionali locali. Si fa riferimento alla presunta dichiarazione “I rom ad Auschwitz” e alla presunta condivisione di valori “antidemocratici”, espressa con un mi piace rivolto al post di un amico per l’augurio, da questi inviato, per un “buon 28 ottobre a tutti soprattutto a chi ricorda un passato glorioso”.
Il progetto Collettivamente e tutti i co-organizzatori si richiamano alla Costituzione della Repubblica Italiana (articolo 3 e XII disposizione transitoria) e, per la prima affermazione, alla dichiarazione universale dei diritti umani (articolo 2) e si dissociano da tutte quelle istanze che afferiscono a valori antidemocratici.
Al momento non è dato sapere quali misure siano state adottate dai vertici istituzionali verso queste “esternazioni” privato-pubbliche anticostituzionali.

Contro quei valori basati sulla violenza e sui depistaggi culturali, politici e sociali che hanno tentato di ridurre a fatto privato un fatto pubblico (la strage di piazza della loggia) nel sovvertimento delle regole il cui rispetto è alla base di una convivenza civile.

E contro il depistaggio culturale Collettivamente Memoria offre come pepita lo slogan ideato da Italo Tibaldi, WISSEN MACHT FREI (la conoscenza rende liberi) che accompagna ogni incontro del progetto quest’anno arricchito da un nuovo contributo culturale “dedicato”.
Si tratta di un prestito bibliotecario speciale, con esposizione di libri sulla strage provenienti dalla Biblioteca E. Bertuetti di Gavardo, dalla Biblioteca Casazza di Brescia e dal fondo privato “28 maggio 1974”, proprietà Silvia Berruto oltre alla vetrina “dedicata” allestita in biblioteca regionale per i libri donati in questi anni dalla Casa della Memoria alla Biblioteca regionale di Aosta.
Una proposta, questa, del progetto-intervento ©LIB(E)RI NON BOMBE di Antonella Cafasso e Silvia Berruto.
Un progetto che propone la nonviolenza come processo di acculturazione, stile di vita e via, proposta da amici e persuasi della nonviolenza (solo per Gandhi e poche e pochi altri si può usare l’appellativo di “nonviolento” in modo appropriato) che concepiscono la nonviolenza come prassi e non come teoria.
Con i giovani sempre al centro delle loro riflessioni e del loro progettare.

Ho letto poi la lettera aperta-appello che avevo rivolto alle studentesse e agli studenti bresciani l’anno scorso e che ho inoltrato alle studentesse e agli studenti aostani presenti all’incontro del 7 novembre.

Ecco il testo della lettera.

Care concittadine e cari concittadini
non per ius soli, ma per cultura,
in modo speciale alle giovani studentesse e studenti,
grazie

Vi ringrazio per avermi accolta e ospitata alla vostra riflessione del 24 maggio scorso su piazza Loggia.

Tra le domande poste a Francesco Barilli e a Eugenio Papetti una studentessa ha chiesto che cosa potete fare voi, che non avete vissuto quel momento, per mantenere vivo il ricordo della strage.

Non ho ricette ma mi piace segnalarvi proprio oggi – 28 maggio 2013 – due pepite che mi sono state regalate durante la mia vita ricca di incontri, sperando possano esservi di una qualche utilità.

Wissen macht frei ovvero La conoscenza rende liberi.
Mònito e direzione insieme, a cui tendere, ricevuti dall’amico e maestro Italo Tibaldi dal quale ho accolto il testimone accettando di testimoniare sui temi della deportazione avvenuta prima, soprattutto durante, e dopo la seconda guerra mondiale.
In riferimento a quest’ultima anche in qualità di nipote di un internato militare bresciano.

Conoscere la storia permette poi di fare memoria, non solo in termini emotivi.

Per questo, e per testimoniare, ho ideato un progetto culturale che ho intitolato Collettivamente Memoria e che da alcuni anni condivido con amici e “porto in giro” insieme a deportate e deportati, giovani studentesse e studenti, partigiani e staffette e anche con Manlio Milani che ormai da tre anni viene ad Aosta per fare storia e memoria di Piazza Loggia.
Perché Piazza Loggia è storia che non lascia libero nessun bresciano.
Anche quelli che, come me, non abitano in città.

Sul sito silviaberruto.wordpress.com potrete leggere di questo progetto.

Gandhi ha detto che non c’è una via per la pace, la pace è la via.

La seconda pepita che desidero passarvi proprio oggi 28 maggio 2013 è la potente via della NONVIOLENZA.

Per il vostro empowerment essa rappresenta una via di acculturazione e liberazione.
Per tutta la vita vi proporrà metodo, contenuti e vie di risoluzione nonviolenta dei conflitti.
Sappiate però che intraprendere questa via comporta un necessario e irrinunciabile, preliminare duro e disciplinato lavoro nei confronti della propria violenza intima e individuale.

A disposizione vi saluto, sperando di non avervi disturbati, augurandoVi tanta voglia di futuro.
Vi abbraccio tutte e tutti.
Oggi in modo particolare.

Con rispetto,
silvia

28 maggio 2013
poco prima di andare in Piazza Loggia

E in conclusione ho preso a prestito le parole di Manlio.
“Quarant’anni dopo […] la Cassazione riporta all’attenzione di tutti le motivazioni e gli obiettivi che erano alla base di quella manifestazione del 28 maggio 1974 e colloca definitivamente piazza Loggia nella lotta per la difesa del sistema democratico della Repubblica nata dalla Resistenza. Lo dico con con un certo orgoglio perché quella mattina chi era in piazza aveva scelto di esserci proprio per difendere quei valori costituzionali.
[…] Le stragi, in quegli anni, hanno colpito un modo di stare insieme, un modo per relazionarsi l’uno rispetto all’altro, una modalità dialogante che è la ragione stessa del vivere. La giustizia negata aveva accentuato questa rottura sociale, trasformato il fatto da pubblico a privato; e, alla fine socialmente, ci si dimentica che quei morti erano persone alle quali è stato tolto violentemente il diritto alla vita. Inoltre, ai sopravvissuti (e quindi alla società), in carenza di giustizia, risultava impedito di recuperare quella normalità del vivere che porta a superare il fatto, riconosciuto nella sua essenza e quindi storicizzato, senza dimenticare. Non l’oblio, ma la sua collocazione nel solco della storia che è consapevolezza del perché quel fatto è avvenuto.
[…] Ora, con questa sentenza (21 febbraio 2014, ndr), possiamo dare loro (gli otto morti che Manlio chiama fantasmi senza sepoltura, ndr) un pezzo di terra su cui riposare e noi, con loro, potremo finalmente riconoscerci come cittadini in quelle istituzioni che il 28 maggio 1974 abbiamo difeso.”

Dalla postfazione di Manlio Milani a Piazza Loggia. Brescia 28 maggio 1974. Inchiesta su una strage di Pino Casamassima, Sperling & Kupfer, 2014

Per non dimenticare.
Per fare storia e memorie.
Per RESTITUIRE una storia comune. Non condivisa.
Per queste ragioni ci siamo incontrati.

Per “Quarant’anni sempre per la verità.”
Per questo abbiamo ringraziato Manlio Milani e l’avvocato Silvia Guarneri per l’accompagnamento nella riflessione su un fatto storico e di attualità che riguarda tutti.

silvia berruto
antifascista
introduzione
– continua –

quarant'anni sempre per la verità_Aosta 6.11.2014 copia

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C – Riproduzione riservata

18
Mag
14

“Va’ pensiero, storie ambulanti.” Collettivamente memoria 2014. Aosta 9 maggio 2014

“Va’ pensiero. Storie ambulanti” di Dagmawi Yimer. Prima valdostana ad Aosta

Italy, Aosta Valley, Aosta
Aosta 9 maggio 2014

Per non trovarsi all’appuntamento del dare e del ricevere
senza aver nulla da portare
Mohamed Ba
Ad Aosta c’è stata la prima valdostana del documentario “Va pensiero. Storie ambulanti” del regista Dagmawi Yimer nell’ambito del progetto culturale Collettivamente Memoria 2014 e dell’iniziativa in progress 12 città contro il razzismo promossa dall’Associazione nazionale Prendiamo la Parola.

“Va’ pensiero, storie ambulanti” è il racconto, lucido e struggente, di due aggressioni razziste avvenute a Milano e a Firenze e del tentativo di ricostruzione che ognuno degli aggrediti, sopravvissuti, sta tentando di agire su di sé, pur nella difficile convivenza con l’impossibilità di lavorare e con l’incertezza quotidiana, sempre presente, di rivivere, attraverso sguardi o gesti, il momento dell’aggressione.
Nella narrazione delle loro esperienze i tre protagonisti esplicitano, nonostante l’aggressione subita e malgrado tutto, la speranza di continuare a vivere in Italia.
“Sono venuto qui per lavorare non per fare la guerra” dice Cheick.
“Ma non so neppure come si chiamava. Mai visto prima” dice Mor
“Io vorrei seppellire questa storia e rinascere” dice Mohamed.

Mohamed Ba è stato accoltellato a Milano il 31 maggio 2009. In pieno giorno.
Il 13 dicembre 2011 Mor Sougou, Cheick Mbengue e Mustapha Vieng furono raggiunti dai colpi di pistola sparati nel gruppo degli ambulanti senegalesi dal neonazista toscano Gianluca Casseri a Firenze.
Morirono Samb Modou e Diop Mor.
Mustapha Vieng è rimasto paralizzato.
Mor e Cheick non possono ancora lavorare.

Mohamed Ba, attore e autore teatrale, musicista e formatore con Karim Metref, giornalista e scrittore e membro di Prendiamo la parola, hanno presentato il film in prima assoluta in Valle d’Aosta.

Mohamed è uno dei tre attori, interpreti di se stessi, del documentario-testimonianza.

La proiezione del documentario è stata una delle ragioni irripetibili per incontrare e conoscere uomini veri: i miei fratelli Mor e Cheick, per ora in versione filmica, e mio fratello Mohamed Ba, dal vivo.

Dag e tutte e tutti i realizzatori del film, per ora in differita, che cito volontariamente per completezza.

Regia e fotografia: Dagmawi Yimer
Montaggio: Lizi Gelare
Musiche: Veronica Marchi, Nicola Alesini, Madya Diebate, Alvaro Lanciai
Montaggio audio: Marta Billingsley
Correzione colore: Vincenzo Marinese
Produttori esecutivi: Giulio Cederna, Alessandro Triulzi
Produttori associati: Lizi Gelber, Alvaro Lanciai
Una produzione: Archivio Memorie Migranti.
Con il sostegno di: Fondazione lettera27 e Open Society Foundations
Con il patrocinio del Consiglio dei Ministri – Ministro per l’Integrazione
Con il riconoscimento dell’Unar
In collaborazione con: Associazione dei familiari delle vittime di Piazza Dalmazia, Amici di Giana, AAMOD – Archivio Audiovisivo del movimento operaio e democratico, ARCI, Circolo Gianni Bosio, Metis Africa, Nigrizia Multimedia, Officina Cinema Sud-Est, Prendiamo la parola
56’, colore; italiano con sottotitoli per il wolof e versione con sottotitoli in inglese; formato: Blue Ray, DVD; Aspect ratio: 16:9; immagine: HDV; sound: 5:1.

Collettivamente Memoria sin dalla prima edizione (2014 – settima edizione) ha dato ampio spazio agli incontri-testimonianza sulle migrazioni e sulle lotte contro le discriminazioni.
Per questo ha fortemente voluto tra i suoi co-organizzatori permanenti Glob011, con la presenza live ad Aosta di Vesna Scepanovic Murat Cinar e Marco Anselmi e A.N.S.I. (associazione nazionale stampa interculturale) sempre rappresentata della sua presidentessa Viorica Nechifor.
Le donne sono sempre protagoniste: sorelle, amiche e compagne di viaggio in un contesto nel quale le donne e gli uomini citati intendono ac-compagnarsi nella storia comune che li lega reciprocamente.
Così Giornalisti contro il Razzismo (GCR) con Lorenzo Guadagnucci – uno dei co-promotori del gruppo informale di giornalisti composto da Beatrice Montini, Zenone Sovilla e Carlo Gubitosa – accompagna sempre CM.

Quest’anno, a causa di un rinvio di data non attribuibile alla mia organizzazione, alcuni dei testimoni non hanno potuto essere fisicamente presenti. Lo sono stati attraverso contributi, tra loro stilisticamente diversi, apprezzabili in questo testo più sotto.
La regia e la fotografia del documentario “Va pensiero. Storie ambulanti” è stato curato da Dagmawi Yimer.
Regista di origine etiope Dagmawi ha vissuto su di sé il dramma della migrazione. Dopo un lungo viaggio attraverso il deserto libico e il Mediterraneo, Dag sbarca a Lampedusa il 30 luglio 2006. A Roma dopo aver partecipato ad un laboratorio di video partecipato nel 2007 realizza insieme ad altri cinque migranti il film Il deserto e il mare. Sarà co-regista con Andrea Segre e Riccardo Biadene di Come un uomo sulla terra, il documentario “scomodo” che non trova distribuzione, come ricorda la stampa alternativa dell’epoca.

Venerdì mattina 9 maggio Dag ha scritto :
“Cara Silvia vi Auguro una bella proiezione e spero che vada tutto bene” e poi ha allegato le note di regia.
Le stesse parole che avevo scelto, perché mi parevano irrinunciabili, per il testo dell’invito alla serata.

“Géwel, in Wolof, significa fare un cerchio intorno a una persona.
Il griot è colui che ha il dono della parola e tramanda le memoria del gruppo, è un poeta, un cantastorie. Attraverso le sue metafore, il griot accompagna il racconto degli avvenimenti partendo da un passato remoto che sembra continuare a perseguitare le vittime.
L’aggressione che hanno subito i protagonisti del film mi colpisce non solo in quanto tale, ma perché rivela la fragilità della condizione migrante in Italia.
Non volevo fare scoop, ma raccontare le emozioni, le paure, i tentativi di rinascita, di chi, da un giorno all’altro, scopre di essere vittima di un odio omicida soltanto per il proprio colore della pelle.
Un film che aiuti il ‘migrante’ ad uscire dall’anonimato e l’opinione pubblica a riscoprire l’uomo dietro la vittima”. 
Dagmawi Yimer

Il film è stato proiettato a tratti in un silenzio assordante.
Venti persone in tutto in sala. Con buona pace dei detrattori di CM.
Anche se è stato così. Ovvero è su questi numeri e attraverso proposte inedite di questo genere, occasioni di formazione e aggiornamento per molti, di acculturazione per tutti, che Collettivamente Memoria ha registrato e superato le 2500 presenze.

L’aria verdiana “Va’ pensiero” dall’imponente forza del coro classico si fa, per la voce stupenda di Veronica Marchi che scandisce le sequenze legate alle storie e alle aspirazioni personali dei protagonisti, commento lieve, misurato e toccante per sottolineare l’ineludibile relazione esistente, per sorte, fra individuale e collettivo.

Presentato da Karim Metref Mohamed ha preso la parola.
Amed ha pronunciato parole miti, dette con dolcezza, ma determinate.
“La mia vita in Italia l’ho sempre dedicata ad un impegno quotidiano, attimo dopo attimo, nella ricerca di un terreno condiviso dove tutti gli uomini possono camminare mano nella mano, al di là del passaporto, del credo religioso.

Mohamed restituisce con lucidità lo spaccato di un”Italia che sembra dimentica delle sue origini culturali. Parla di un’Italia di un tempo che dal Rinascimento in poi è stata “un faro non soltanto per l’Europa ma per il mondo intero”

Racconta del suo arrivo in Italia e dell’Italia di cui si era innamorato.
Quell’Italia che Mohamed definisce un “museo a cielo aperto, in cui ogni strada, ogni borgo, ogni piazza alberga dentro di sé un patrimonio che non si può nemmeno stimare”.

Inizialmente il percorso di Mohamed è segnato dalla ricerca della bellezza inseguita soprattutto nelle bellezze architettoniche delle città ma infine ritrovata nelle virtù e nelle qualità degli uomini che le abitano.

Mohamed parla di appiattimento culturale, di crisi non solo economica ma strutturale, dell’assenza di una cultura che premi il merito, della mancanza di un investimento in prospettiva. Con lucidità percepisce la presenza di una forte cultura dell’immagine radicata nelle menti giovanili. E’ da questa analisi che scatta la lotta di Mohamed contro l’inaccettabile deriva e il tentativo di spronare tutti coloro che incontra a “rispolverare il patrimonio storico e culturale prima del confronto
“Perché nell’incontro fra persone diverse in realtà sono i valori culturali di cui sono portatrici che si incontrano.
Ma se da una parte si ha la consapevolezza di chi si è dall’altra parte si ha il nulla. E l’altro per non subire l’imbarazzo del vuoto culturale fa prevalere la ragione della forza.
Ecco brevemente splegata la ragione del razzismo ma soprattutto l’incapacità di interazione fra persone su basi paritarie.”

Mohamed cita Dante Alighieri. Funzionalmente. “Non voglio dover dare ragione a Dante quando dice “fatti non foste per viver come bruti. ma per seguire virtude e conoscenza.”

Mentre Amed parlava mi risuonavano forti altre parole che desidero segnalare.

… io so chi sono e da dove vengo
perché dovrei temere di incontrare l’altro. Mal che vada rimango me stesso.
Ma se uno teme di incontrare e di confrontarsi con l’altro
forse all’appuntamento del dare e del ricevere
non ha niente da portare

e perciò la cura è semplicemente questa favorire momenti di confronto
di dialogo
ma anche di scontri purché ne esca una via maestra che è quella dell’interculturalismo
dove ognuno sente di dare qualcosa all’altro
dove ci si arricchisce a vicenda per un’ideale di una società più giusta più equa

dove l’uomo sarà al centro di ogni nostra azione
dove ognuno si sentirà una perla
la cui importanza avrà senso considerando l’intera collana … “

Mohamed a questo punto si apre.

“Ho sempre pensato che lasciare tutto nel dimenticatoio fosse il rimedio migliore. Ma mi sbagliavo. Perché le ferite fisiche si curano anche in tempi brevi ma sono quelle dell’anima che hanno bisogno di maggior tempo.
Il tempo passa ma in realtà rimane tale e quale.
E perché nella nostra solitudine quel tatuaggio che ti trovi addosso non puoi fare a meno di vederlo.
La difficoltà è di considerarlo parte di me.
E su questo faccio fatica.

E non provo nemmeno rabbia verso chi mi ha procurato quel tatuaggio. Provo pena.
Provo pena perché mi muovo con la convinzione non conosca sia semplicemente un libro che aspetta di essere letto. E io non voglio privarmi di quella lettura. Sarebbe davvero sciocco privarsi di quella lettura.
Mohamed ha scritto al suo aggressore una lettera aperta : “qualcosa mi lega a quella persona per tutta la vita.
Per le sue motivazioni profonde, sbagliate sì ma che hanno il loro senso.”

Di fronte a quest’uomo, alla sua cura per la vita, al suo attaccamento alla vita anche dell’altro si deve rendere riconoscimento e omaggio.
E lo voglio fare personalmente con un lungo interminabile abbraccio.
Così come bisogna rendere omaggio alle memorie individuali ma soprattutto collettive per non giungere all’appuntamento del dare e del ricevere senza aver nulla da portare.
Per questo le memorie significano così tanto e sono così importanti per il progetto culturale Collettivamente Memoria.

Collettivamente Memoria promuove incontri, scambi, immaginari altri, tentativi e proposte per futuri collettivi da costruire.
Utopie concrete.
Felici contaminazioni inclusive.

Fratello Mohamed ti ringrazio di essere stato con noi ad Aosta questa sera.
Ringrazio il fratello Dag.
Ringrazio i miei fratelli e le mie sorelle Karim, Viorica, Murat, Lorenzo, Aleksandra, Imane, Elena e Gabriele, Francesca.

Penso infine che dobbiamo ripensare alcune categorie tra cui democrazia e vita collettiva alla luce dei contesti mutati.
Dobbiamo nel frattempo opporci a leggi “discriminatorie” e inaccettabili. Cito il provvedimento per la raccolta delle impronte digitali, anche dei minori rom del 2008, che non ebbe nulla da invidiare alle leggi razziste italiane del 1938 e che resterà persempre una delle incancellabili sospensioni di democrazia avvenute in Italia.
Ricostruire spazi di protagonismo politico allargati e onnicomprensivi per un empowerment individuale e collettivo per una vita migliore è ormai un irrinunciabile imperativo categorico.
Per tutti.

Con rispetto,
silvia

 

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I contributi

Ciao Silvia, ecco

Quest’anno non sono con voi ad Aosta e allora voglio mandarvi un messaggio da e su Firenze, la città nella quale vivo da qualche anno. Questa città ha responsabilità dirette per un certo degrado dei diritti civili nel nostro paese. L’amministrazione locale fu parte attiva di quella brutta stagione che possiamo definire delle ordinanze dei sindaci contro la presunta emergenza sicurezza.

Era il 2007 e si era nel pieno della campagna politica e mediatica che strumentalizzava il fenomeno migratorio, indicando con toni allarmistici quanto infondati il rischio che il paese correva sotto il profilo della criminalità. Era un modo per invocare legge e ordine e guadagnare consenso lavorando su incertezze e paure popolari, alimentate ad arte. Un classico della destra politica autoritaria.

Fu un fatto tragico, e destinato ad avere effetti di lunga durata, per perdurano ancora oggi, la scelta delle forze progressiste e di centrosinistra di partecipare attivamente a quella campagna, facendo concorrenza alla destra sul suo stesso terreno, a suon di allarmi, pacchetti sicurezza, ordinanze di divieto dirette verso immigrati e poveri cristi.

Proprio Firenze fu teatro della svolta, con l’ordinanza sui lavavetri firmata dall’assessore Graziano Cioni e dal sindaco Leonardo Domenici. Un’amministrazione di centrosinistra, un assessore e un sindaco provenienti dal Pci, mettevano all’indice poche decine di persone povere che cercavano di guadagnarsi da vivere offrendo un piccolo servizio di strada, ad alcuni semafori della città, in cambio di una moneta. Si disse  – sfidando il ridicolo – che quei pochi lavavetri mettevano a repentaglio la sicurezza degli automobilisti e che il valore della legalità andava anteposto a tutto.

Quell’ordinanza diventò una bandiera di una sinistra che faceva suoi i temi, gli slogan, le prospettive delle destra. L’ordinanza fu imitata da molti sindaci che fin lì avevano esitato, coscienti di pestare un terreno estraneo storicamente alle forze democratiche e progressiste, forze che hanno sempre saputo distinguere nella condizione umana della povertà, dell’esclusione, della marginalità un tema dell’impegno civile e politico, e non un elemento di fastidio per la maggioranza bianca, benestante, insofferente alla vista degli esclusi.

Stiamo ancora pagando quella svolta, che ha prodotto effetti gravi e profondi sul piano simbolico e del pensiero, oltre che su quello più direttamente politico. Col tempo si è perso ulteriore terreno, perché una cultura dei diritti, una prospettiva di giustizia sociale, una visione non provinciale della vita pubblica e privata non si improvvisano.

E’ così che il mese scorso, sempre a Firenze, il Comitato per l’ordine pubblico – composto da prefetto, questore, sindaco e altre figure istituzionali – ha deciso di avviare un servizio di pattugliamento all’interno della stazione Santa Maria Novella, non già per perseguire o impedire reati, bensì – dichiaratamente – per allontanare quei mendicanti che chiedevano l’elemosina ai viaggiatori nei pressi delle biglietterie automatiche.

Il Comitato per l’ordine pubblico, nel comunicato che spiega la scelta, ha precisato che nessun reato è stato commesso – chiedere l’elemosina non è illegale, almeno per ora – e ha quindi giustificato la scelta con queste testuali parole: “Non tanto sotto il profilo dei reati, non è stato registrato infatti un aumento né di furti né scippi, quanto piuttosto il ripetersi verso i viaggiatori di comportamenti molesti, talvolta anche arroganti, ma che non sconfinano in ambito penale, da parte di un gran numero di mendicanti, in particolare di etnia rom”. Più avanti si parla di “vivibilità e decoro” e di salvaguardia della stazione come “biglietto da visita della città”.

Non deve sfuggire la gravità di simili affermazioni. Si schierano le forze dell’ordine perché i viaggiatori non siano infastiditi, si agisce per allontanare dalla vista persone considerate “moleste” perché povere e si arriva al punto di usare come argomento valido a motivare l’intervento il fatto che i mendicanti in questione siano di “etnia rom”, dove il termine etnia è usato per evitare il più scomodo “razza”, ma con lo stesso intento, e dove la scelta di indicare l’appartenenza culturale delle persone in questione ha un chiaro e gravissimo significato discriminatorio.

Questo comunicato è valso al Comitato per l’ordine pubblico una segnalazione all’Unar, ma è facile prevedere come finirà: chi oserà contestare al prefetto, al questore, al sindaco il loro linguaggio – e il loro pensiero – apertamente discriminatori?

Questo avviene a Firenze, a riprova che il senso comune, anche in seno alle istituzioni, ha subito una grave degradazione della sua qualità, con il risultato che gli stereotipi negativi, i pregiudizi, le pratiche discriminatorie e gli stessi concetti più tossici della retorica della sicurezza – il degrado, il decoro eccetera – trovano una potente amplificazione.

Quale sia la strada da seguire, a questo punto, a me sembra chiaro: si tratta di ricostruire dalle fondamenta una cultura democratica tout court, rammentando a chi li ha persi per strada che ci sono valori e idee che non possono e non devono tramontare: in testa l’uguaglianza. Sono convinto che riusciremo a concretizzare questo impegno nella misure in cui saremo in grado di ascoltare gli altri, i diversi da noi e di imparare da chi ci sta vicino.
Un caro saluto da Firenze
Lorenzo Guadagnucci

 

È dal 2011 che l’associazione Dora-Donne in Valle d’Aosta segue con attenzione e apprensione le vicende di un gruppo di richiedenti asilo che, a seguito della cosiddetta “Emergenza Nord Africa” originatasi dalla guerra in Libia, sono stati “accolti” nella nostra Regione. Oggi, a fronte di una vera e propria fuga di circa l’80% di quel gruppo di ragazzi di diversa provenienza – Ghana, Burkina Faso, Nigeria, Mali, Bangladesh – verso destinazioni, e destini, a volte legali a volte no, rimangono circa 12 rappresentanti di quell’esodo drammatico e violento, profondamente mal gestito e mal compreso dalla politica e dalle istituzioni che erano state chiamate ad elaborare risposte.
Oggi – è incredibile doverlo ancora scrivere – la situazione continua a essere gestita sotto la spinta di una pretesa “emergenza”; dopo più di due anni non si è stati capaci, o non si è voluto, elaborare una strategia strutturale per agevolare l’inserimento attivo nel tessuto sociale e culturale della Regione di un gruppo di giovani pronti a ricominciare una nuova vita lontano dalle persecuzioni che avevano subito in quanto “neri”, dalle numerose violenze, dalla guerra che ancora li opprimeva in un paese, la Libia, dove avevano cercato fortuna solo pochi anni prima.
Grazie al lavoro degli assistenti sociali di Quart e di Aosta, lasciati però da soli, insieme allo “Sportello migranti”, a gestire questi ultimi strascichi della complessa vicenda, molti dei ragazzi hanno trovato un lavoro, seppur con contratti a breve o attraverso la formula dei “lavori socialmente utili”. L’emergenza che ancora li assilla, però, è quella della casa. Molti di loro sono ancora “ospiti” di strutture in capo alla Caritas di Aosta, una sistemazione perennemente messa in discussione, che viene rinnovata di sei mesi in sei mesi, ponendo forti ipoteche sulla possibilità stessa di avere una vita autonoma e produttiva. A tutti questi “reduci” l’Assessorato regionale alla Sanità ha negato la possibilità di accedere alle graduatorie per le case popolari, in tempi di crisi, così come ci raccontano politici e mezzi di informazione, un diritto basilare viene messo in discussione e viene incredibilmente declassato e trattato come un bisogno accessorio.
Per questi motivi Dora continua a monitorare la situazione lavorativa e abitativa e, in ultima analisi, esistenziale, di Sirif, Moustapha, Mori, Zeidi, Edward, Dominique, Anouar, Daniel, Lamine, Michael e Adam perché non siano relegati, come spesso succede, a vivere un’esistenza ai margini delle nostre città e dei nostri paesi, come fantasmi che le istituzioni nascondono dentro il limbo delle varie forme di assistenza in attesa che siano risucchiati, forse, da qualche rete criminale o che acquistino un biglietto per Parigi o Berlino e andare a ingrossare le fila dei clandestini senza futuro che abitano le periferie della nostra opulenza.

Francesca Schiavon
Ass. DORA-Donne in VdA
doradonneinvda@gmail.com
Buona sera a tutti, io mi chiamo Aleksandra e in queste poche righe vi racconto la mia storia.

Sono nata a Maglaj una piccola cittadina della Bosnia, all’età di tre anni, a causa della guerra, io e la mia famiglia siamo fuggiti in Italia, dove fin da subito siamo stati accolti molto bene.

L’affetto e l’apertura della gente mi hanno fatta sempre sentire a casa.

Ho capito di non essere italiana al compiere dei miei 18 anni, nonostante abbia frequentato tutte le scuole e abbia pressoché vissuto tutta la mia vita qui per lo Stato ero un extracomunitaria, non lavorando ma studiando, mi era concesso un permesso di soggiorno da rinnovare ogni 31 dicembre.

L’anno scorso dopo un attesa di più di due anni, mi è stata recapitata la raccomandata molto speciale.

Aprendola devo confessare di essermi anche commossa dalla grande gioa di apprendere che anche per lo Stato ero diventata una Italiana!

Per me è stato un completamento perchè ora sono ciò che ho sempre sentito di essere!
Aleksandra Mitrovic
Ma io dove dormo
Ciao a Silvia e un saluto a tutti gli ospiti e alla platea. Purtroppo non possiamo essere presenti, e ce ne rammarichiamo. Ci sarebbe piaciuto tanto. Vuol dire che ci unirà il cyberspazio, portando ugualmente il nostro contributo, qui dalla terra dei Gonzaga.
Porteremo una piccola grande storia, nata con la fatica, perseguita con la tenacia, ormai quasi terminata con una sorpresa, di quelle inaspettate che ti lasciano in bocca un sapore di buono
La potremmo intitolare “la grande sorpresa di un granello di polvere”… tanta è l’umiltà di ciò che andiamo a raccontare.
LA GRANDE SORPRESA DI UN GRANELLO DI POLVERE
Siamo all’inizio di novembre, i primi giorni di umidità arrivano in città, e con loro il tempo del rinnovo del permesso di soggiorno umanitario dei nostri nuovi amici…. i profughi libici, quelli che sono andati per le strade d’Europa a cercare un po’ di lavoro nero, o per le strade di Foggia a cercare qualche caporale e una baracca di plastica.
Si sa già… non avranno modo di dormire in albergo, avranno bisogno di supporto amministrativo, una doccia, un posto. In Provincia, come nei comuni vicini al capoluogo non si respira un’aria di prosperità, ma i ritorni ci interpellano. Noi non ci sottraiamo.
Cerchiamo il supporto di tutti, la prefettura, la questura, L’Asl, la Caritas, le associazioni più sensibili, il comune capoluogo e le realtà alternative, nelle quali nutriamo una grande aspettativa. Dopotutto avevamo appena organizzato una mostra con le realtà associative più marginali, nel cuore del Festival Letteratura. L’avevamo chiamata “figli di un Dio minore”, e nutrivamo in loro grandi speranze.
Periodicamente ci riuniamo cercando disperatamente un tetto per evitare ai profughi di dover dormire fuori. Abbiamo chiesto ovunque.. .ma nulla. Ci si rimbalzava da un’ipotesi all’altra.. con una tenacia quasi insensata, visti i continui rifiuti. Dalla realtà mantovana non usciva praticamente niente… una vecchia scuola, una palestra. Nulla. Solo chi è avvezzo a vivere nella precarietà sa offrire ciò che ha. Una famiglia sinta e una terremotata mettono a disposizione le loro roulotte. Ma nessuno il terreno. Tanto meno le aree attrezzate in città. Figuriamoci… roba da danneggiare il turismo. La cosa comunque ci fa riflettere. Il gesto più nobile è venuto da chi possiede meno. Abbiamo prodotto una cartolina fatta circolare ovunque per chiedere aiuto. Nulla. Nel frattempo capiamo che tante persone, non solo profughi, dormono fuori, in stazione, nei treni fermi, in case disabitate
Finché la Croce Rossa ci propone una tenda riscaldata, di quelle usate per il sisma nei campi. Di certo un luogo molto povero, con le brande e coperte spaiate raccolte in giro. A vederla ci mette tristezza e quel senso di precarietà misto a vergogna per non potere offrire di meglio. Noi cerchiamo di contribuire. Non abbiamo quasi niente, ma mettiamo a disposizione i nostri locali per passare le giornate al caldo e prepariamo tutte le mattine la colazione. Ma vi immaginate… negli uffici dell’ Ente Provincia. Quasi di nascosto, da carbonari. E offriamo l’opportunità anche alla Caritas e al Comune, che non mandano nessuno
Ma qui il piccolo miracolo.. Nella tenda si costituisce una piccola comunità solidale, in grado di contagiare positivamente anche i volontari così “per bene” dell’istituzionale Croce Rossa. “I ragazzi sono bravi e gentili” ci dicono. La sera andiamo a fare visita e un volontario ci accoglie con grande cordialità. Noi e loro.
La tenda grigio verde può rimanere un solo mese, ma i giorni passano, e nessuno, per primo il giovane presidente della CRI se la sente di chiudere. I giorni passano ed è già primavera. Nel frattempo alcuni nostri ospiti hanno trovato lavoro e una casa vera, altri hanno proseguito il loro cammino per le strade d’Europa a cercare un po’ di lavoro nero, o per le strade di Puglia a cercare qualche caporale e una baracca di plastica. E la piccola piramide è ancora lì, ormai poco popolata, col suo volto precario.
Il vento che si respira ci racconta come la vita si possa accontentare dei minimi termini per perpetuarsi, sopravvivere e far fiorire cose belle, come un’accoglienza gentile la sera, un grazie inaspettato, una ripartenza dopo il riposo.

Buon cammino a tutti
Elena e Gabriele

 

Una casa di cartone

08
Mag
14

Prima valdostana del documentario “Va pensiero. Storie ambulanti”. Vi aspettiamo

PRIMA VALDOSTANA del documentario “Va pensiero. Storie ambulanti” di Dagmawi Yimer
venerdì 9 maggio ore 21.00
biblioteca regionale di Aosta

Siete attesi.
Vi aspetto.

Per non trovarsi all’appuntamento del dare e del ricevere
senza aver nulla da portare

“Géwel, in Wolof, significa fare un cerchio intorno a una persona.
Il griot è colui che ha il dono della parola e tramanda le memoria del gruppo, è un poeta, un cantastorie. Attraverso le sue metafore, il griot accompagna il racconto degli avvenimenti partendo da un passato remoto che sembra continuare a perseguitare le vittime.
L’aggressione che hanno subito i protagonisti del film mi colpisce non solo in quanto tale, ma perché rivela la fragilità della condizione migrante in Italia.
Non volevo fare scoop, ma raccontare le emozioni, le paure, i tentativi di rinascita, di chi, da un giorno all’altro, scopre di essere vittima di un odio omicida soltanto per il proprio colore della pelle.
Un film che aiuti il ‘migrante’ ad uscire dall’anonimato e l’opinione pubblica a riscoprire l’uomo dietro la vittima”. 
Dagmawi Timer

 

Mohamed Ba una volta ha detto parole che provocano i brividi.
Estrapolando …

… io so chi sono e da dove vengo
perché dovrei temere di incontrare l’altro. Mal che vada rimango me stesso.
Ma se uno teme di incontrare e di confrontarsi con l’altro
forse all’appuntamento del dare e del ricevere
non ha niente da portare

e perciò la cura è semplicemente questa favorire momenti di confronto
di dialogo
ma anche di scontri purché ne esca una via maestra che è quella dell’interculturalismo
dove ognuno sente di dare qualcosa all’altro
dove ci si arricchisce a vicenda per un’ideale di una società più giusta più equa

dove l’uomo sarà al centro di ogni nostra azione
dove ognuno si sentirà una perla
la cui importanza avrà senso considerando l’intera collana … “

Mohamed Ba
“Collettivamente memoria/e 2014” è onorata di poter accogliere “Va pensiero. Storie ambulanti” del regista Dagmawi Yimer e Mohamed Ba.

Per passate, presenti e future memorie

con vicinanza e con rispetto
silvia

 

 

02
Dic
12

NON SONO INVISIBILE

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Mantova – 8 settembre 2012 © Photo Silvia Berruto

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