Archive for the 'nonviolenza' Category

18
Mar
17

” Lotte per l’otto marzo ” 8 marzo 2017 ad Aosta. Action nonviolenta

DI FRONTE AL DOLORE DELLE ALTRE
Per #LottoMarzo
Action collettiva di donne
Aosta, Place des Franchises, 8 marzo 2017

Aosta, Aosta Valley, Italy
8 marzo 2017
Action nonviolenta per una riflessione su violenza e nonviolenza verso le donne

Stand-in è l’azione di stare in piedi, in modo ordinato e tranquillo, al fine di riflettere, per ottenere, in questo caso, il rispetto allargato delle donne, e di tutti gli esseri senzienti in generale, attraverso mezzi nonviolenti.

Un modo per richiamare l’attenzione collettiva sul fatto che è un diritto delle donne, ma in definitiva di tutti, l’essere rispettate e non essere considerate e trattate come s-oggetti di violenza.

Con 15 foto estratte dalla mostra di Giuliana Sgrena “Oltre il velo” di cui ho effettuato la curatela, esposte all’Espace Populaire di Aosta per tutto il mese di marzo 2017, 7 donne hanno “preso su di sé” il destino e lo status di altre donne. Simbolicamente, ogni donna coinvolta, ma tra loro c’era anche un uomo, ha preso e ha alzato il volto, il corpo o una situazione propria di una donna ritrattata, violata e violentata dal dominio di menti e azioni maschiliste violente.

Nelle foto di Giuliana “re-interpretate” per l’occasione, ci sono anche donne resistenti: donne liberate, anche se non sempre libere, che festeggiano l’8 marzo 2002 a Kabul o che si ribellano contro il burqa o che si “scoprono”, togliendosi il velo, durante una commemorazione di vittime della guerra.

E’ stato così.

Le compagne, e il compagno, coinvolti, hanno proposto, ed effettuato, un breve corteo silenzioso dal gazebo informativo organizzato in place des Franchises, in occasione dello SCIOPERO DELLE DONNE, sino in Piazza Chanoux, con la distribuzione di 150 copie del testo che ha dato il titolo all’action “DI FRONTE AL DOLORE DELLE ALTRE” citato di seguito.

DI FRONTE AL DOLORE DELLE ALTRE
Per #LottoMarzo
Action collettiva di donne
Aosta, Place des Franchises, 8 marzo 2017

Desidero oggi con altre donne, compagne e attiviste, fare un gesto politico, di donne per le donne, con gli uomini che vorranno condividerla, che ho voluto chiamare action.
Un’azione di protagonismo politico condiviso.

Con alcune immagini di Giuliana Sgrena, estrapolate dalla mostra “Oltre il velo” – 25 fotografie in bianco e nero e colore, realizzate dal 1997 al 2003 – visitabile all’Espace Populaire di Aosta per tutto il mese di marzo, condivideremo la visione e la con-divisione di STORIE di vita, fatte di assenze di libertà, di violazioni dei diritti umani fondamentali, di violenze silenziose perpetrate da maschi dominanti e dominatori nell’apparente accettazione e rassegnazione delle donne, spesso, non sempre, e non dovunque, sottomesse.
Estromesse dal potere dal dominio maschile.
Ma non persempre.

Alcune fotografie, non tutte, estratte dalla mostra integrale, a significare come si possano spezzare, e fare a pezzi, le vite delle donne, di tutte le età, attraverso COSTRUZIONISMI: assunti improbabili costruiti dai dominatori.
Pezzi di storie ma anche storie di donne a pezzi.
“E’ tempo di Ramadan, donne in attesa di ricevere un pezzo di pane e di elemosina davanti alla moschea” Kabul, novembre 2001 e “Donne chiedono l’elemosina davanti ad una moschea”, Kandahar, ottobre 2002 si legge nelle didascalie di due fotografie della mostra.

Decostruite e deformate dal dominio, acefalo anche se ben orchestrato, proprio di un immaginario maschile, senza un impianto teorico sostenibile se non quello afferente alla violenza.
Donne negate.
Solo apparentemente persempre.

Si tratta di fotografie che attestano anche storie di empowerment.
Dietro ad ogni immagine c’è una donna.
Dietro le fotografie c’è uno sguardo femminile: “E’ il mio sguardo e la mia particolare attenzione sulle donne.”

STORIE di donne, frammenti di un universo composito, che sanno LOTTARE insieme.
Giuliana SGRENA scrive: “Ovunque nei paesi che ho frequentato, ho trovato donne coraggiose, combattive nell’affermare i loro diritti e con la capacità di proporre soluzioni alternative ai conflitti.
UNO SGUARDO CHE VA OLTRE GLI INTEGRALISMI RELIGIOSI E LE DIVISIONI ETNICHE.”
E ancora Giuliana: “Se si tenesse conto delle elaborazioni e dei punti di vista delle donne forse si arriverebbe più facilmente alla soluzione dei conflitti.”

Sono storie di donne RESISTENTI che si RIBELLANO.
Algeri, giugno 1997, una ragazza firma la petizione per la revisione del codice di famiglia che discrimina le donne.
Kabul, novembre 2001, subito dopo la caduta dei taleban c’è chi si ribella e manifesta contro il burqa e giugno 2002, si scopre durante una commemorazione delle vittime di guerra.
“Le immagini di un’atrocità possono succitate reazioni opposte.
Appelli per la pace.
Proclami di vendetta.
O semplicemente la vaga consapevolezza, continuamente alimentata da informazioni fotografiche, che accadono cose terribili.”
Susan SONTAG, Regarding the Pain of Others, 2003.

Dall”8 marzo 2002 a Kabul alLottoMarzo 2017 ad Aosta.
Prenderemo su di NOI e sosterremo – anche con le fotografie – le lotte per i diritti delle DONNE DI DOVUNQUE.
Davanti alla forza e al dolore delle altre.
In empatia.

Con rispetto,
Silvia Berruto, fotografa, LottoMarzo 2017

OLTRE IL VELO. Fotografie di Giuliana Sgrena.
Curatela ed esposizione mostra, Torino 12-22 dicembre 2006, by Silvia Berruto, fotografa, Associazione Fotografi Professionisti TAU Visual Milano.

Donatella ha letto ad alta voce, camminando, il testo, e lo ha distribuito insieme alla più piccola donna attivista Agnès di 4 anni.

Così abbiamo interpretato e agito lo sciopero dell’8 marzo 2017.

Per me si è trattato anche di uno SCIOPERO ALLA ROVESCIA, come spesso mi capita di fare nella vita quotidiana e come ci hanno insegnato i braccianti agricoli italiani negli anni Cinquanta e successivamente l’amico e maestro, Danilo DOLCI.
LO SCIOPERO ALLA ROVESCIA è economico nella forma, “in larga misura psicologico come impatto.
[…]
I braccianti agricoli usavano questa tecnica lavorando più duramente e più a lungo di quanto toccasse loro e di quanto erano tenuti a fare in base alla retribuzione pattuita al fine di mettere il padrone in una posizione in cui gli fosse difficile respingere le loro richieste di aumenti.
Lo sciopero alla rovescia è stato usato anche per evidenziare drammaticamente la necessità di posti di lavoro per i disoccupati. Nel 1956 alcuni disoccupati siciliani guidati da Danilo Dolci usarono questa tecnica riparando volontariamente una strada pubblica per richiamare l’attenzione sulla grave disoccupazione nella zona, l’incapacità del governo di affrontarla in modo adeguato e la garanzia costituzionale del diritto al lavoro. In questa occasione Danilo Dolci e altri furono arrestati” (Gene Sharp, The Politics of Nonviolent Action, Part Two: The Metods of Nonviolent Action, Porter Sargent, Boston 1973)
/Politica dell’azione nonviolenta, 2 Le tecniche, Edizioni Gruppo Abele/

Per LOTTO MARZO ho lavorato tenacemente, e per un tempo a-economico, affinché, oltre al testo, anche l’ANIMAZIONE dell’action potesse essere ben agita, considerato il numero imprecisato a priori delle donne attiviste partecipanti ma soprattutto quello delle donne, e degli uomini, del pubblico interagente.
E’ stato necessario un lavoro di riflessione applicata affinché nell’azione silenziosa fosse garantita la comunicazione con le altre donne e con gli altri uomini di passaggio nelle vie della città e la messa in comune, con l’auspicata con-divisione empatica, di ideali e contenuti nonviolenti quali IL RISPETTO DELL’ALTRA e DELL’ALTRO.
Ovvero di TUTT*.

Con rispetto,
Silvia Berruto, amica e persuasa della nonviolenza

® Riproduzione riservata

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25
Feb
17

Era un giorno qualsiasi al centro studi sereno regis di Torino_21.02.2017

17
Feb
17

Era un giorno qualsiasi. Intervista a Lorenzo Guadagnucci.

Era un giorno qualsiasi. Sant’Anna di Stazzema, la strage del ’44 e la ricerca della verità. Una storia lunga tre generazioni

” Le storie crediamo ci appartengono,
appartengono a tutti.
Sono storie che ci legano
che ci collegano
che ci uniscono
proviamo a vederle … “

Massimiliano Filone, Sant’Anna di Stazzema, 12 agosto 2016

STORIE è la sezione dedicata a cinque narrazioni che invitano a riflettere su violenza e nonviolenza, resistenze, pace e guerre.
La proposta è inserita nello spazio Espace memoria, all’Espace Populaire di Aosta (Italy), dove è nato 10 anni il progetto culturale Collettivamente memoria di cui sono ideatrice, conduttrice e quest’anno copromotrice.

Il primo incontro è con Lorenzo Guadagnucci per la presentazione del suo nuovo libro uscito nel luglio 2016.

Ecco un’anteprima.

Silvia Berruto_”Era un giorno qualsiasi. Perché era un giorno qualsiasi?

Lorenzo Guadagnucci_Il titolo nasce dall’idea che si racconta un episodio storico, come è la strage di Sant’Anna di Stazzema, una delle più gravi avvenuta sulla linea gotica, senza fare un libro di storia: da un punto di vista di un bambino per il quale quella vicenda era davvero un giorno qualsiasi. Questo bambino di dieci anni, come si racconta, faceva una vita assolutamente comune, normale : per lui la guerra sostanzialmente non esisteva.
E’ il racconto di un improvviso incontro fra un percorso individuale e la grande storia.
In un giorno qualsiasi, ad un’ora del tutto imprevista, senza che il racconto di questo episodio sia caricato dell’approccio dei significati del senso che normalmente gli attribuiamo.

SB_12 agosto 1944 Sant’Anna di Stazzema. Warum? Perché ?

LG_Perché la strage? Secondo lo storico Paolo Pezzino non c’è una vera motivazione per quella strage nel senso che non fu una rappresaglia rispetto ad azioni partigiane. Non è la situazione di Sant’Anna che non aveva nemmeno un valore strategico, militare particolare e non era particolarmente conosciuta come luogo di rifugio dei partigiani.
Da questo punto di vista si può dire senza motivazione.
In realtà credo di poterla definire un atto terroristico.
Un terrorismo di stato – se vogliamo chiamarlo così, come spesso se ne vedono nelle guerre attuali – che aveva senso nella logica dell’esercito tedesco in ritirata che aveva il problema dei partigiani ritenuti una presenza fastidiosa.
In quel momento fu scelto di compiere anche azioni di eliminazione fisica delle persone e di mandare un messaggio a tutti: un invito a non collaborare coi partigiani, a non disturbare, a rispettare il dominio, senza creare fastidi.
In sostanza si diede il via libera anche a pratiche di annientamento.
Sant’Anna fu la prima, in ordine cronologico, dentro questa logica di annientamento dei civili.
Il perché della strage ha a che fare con questo contesto, con la presenza della divisione – la XVI Divisione comandata dal generale Max Simon, nda – chiamata apposta per gestire questa fase di evacuazione, ritirata, bonifica dei territori.

SB_Tu dici che il contenuto del libro è racconto della strage, il tentativo di comprendere l’origine di quell’orrore, e poi la riflessione sul ruolo civile culturale e politico di Sant’Anna di Stazzema.
Il libro è una ampia, e anche tormentata, riflessione sulla guerra e, come dice Alberto, su la vita umana dentro la guerra. Ma si può dire vita, una vita dentro la guerra?

LG_Dentro la guerra c’è sempre vita. Ci sono sempre delle persone che fanno delle scelte. C’è sempre una vita, un’autonomia, una scelta possibile in tutti i personaggi che compaiono nella vicenda.
E c’è un margine di scelta anche per le SS. Uno dei contributi principali del processo, pur tardivo, che c’è stato, è stato di affermare, diversamente da quanto si riteneva fino ad allora, che anche gli appartenenti a questo battaglione di SS – il II Battaglione Galler, nda – avessero il DOVERE DI DISOBBEDIENZA.
Questo processo – il processo di La Spezia, conclusosi con sentenza di primo grado con la condanna all’ergastolo di tutti gli imputati 2004, nda – ha sancito che ciascuno di loro non doveva obbedire agli ordini. Non c’era la scusante della gerarchia.
Anche per il diritto militare tedesco di guerra: di fronte a ordini criminali non si può obbedire.

SB_Parliamo dei processi. Sappiamo che le ricerche italiane cominciarono già nel 1946.
Che cosa ha funzionato e cosa non ha funzionato nella ricerca della/e verità sull’eccidio di Sant’Anna di Stazzema. E quali sono le implicazioni politiche sulla società italiana, soprattutto rispetto a quanto ci dice lo storico Paolo Pezzino in merito al fatto che il corso della giustizia fu impedito dalla magistratura militare italiana.

LG_Se uno va a vedere le carte delle prime inchieste che furono fatte sul momento dagli Inglesi e dagli Americani, si vede che c’era tutto: c’erano le indicazioni – e questo vale non solo per Sant’Anna ma anche per altri episodi – dei reparti che agirono, molto spesso anche i nomi e i cognomi, gli organigrammi, i responsabili dei vari reparti. Fin da subito c’erano gli strumenti per perseguire questi crimini: quindi per fare giustizia, per dare una risposta alle popolazioni che avevano subito queste violenze così enormi che riguardavano migliaia di persone.
Questo percorso non c’è stato per ragioni politiche.
E’ stata una decisione non dichiarata, non esplicitata … Abbiamo poi capito che, sia in Italia che in altri paesi, fu scelto di non perseguire questi crimini, se non sporadicamente, con qualche processo a qualche gerarca tra quelli più in vista.
I fascicoli sulle stragi furono, come si sa, occultati. Negli anni Sessanta ci fu il provvedimento di archiviazione provvisoria poi i fascicoli furono riaperti nel 1994, ma anche in quella circostanza, sostanzialmente non si fecero i processi. Tranne a La Spezia dove, nel 2002, col magistrato De Paolis si è riusciti a fare le inchieste.

Le conseguenze che si sono avute sulla società italiana secondo me sono molteplici e sottovalutate.
A livello politico c’è questa scelta di far prevalere la realpolitik con la necessità di non disturbare la Germania Ovest, in quel momento alleata all’occidente nella guerra fredda, andando a cercare criminali di guerra che, in buona parte, fra l’altro, si erano reinseriti nella vita civile tedesca.
Andare a ricercare all’epoca questi personaggi voleva dire mettere in discussione il percorso che la Germania Ovest stava facendo e quindi anche il recupero del personale politico e militare nazista.”

Il non aver fatto i conti col nazismo e con il fascismo, da parte della Germania dell’Italia e dell’Europa, cui si associano i mancati processi e le mancate inchieste sui nostri crimini di guerra ad esempio in Yugoslavia, ha prodotto come effetto l’impossibilità di andare a chiedere l’estradizione di ex militari tedeschi e poi rifiutare le richieste di estradizione che arrivavano dalla Yugoslavia.

“Questo è un livello politico.

Poi c’è un livello più sociale, più civico, questo fortemente sottovalutato.
Le stragi in Italia sono state qualche migliaia. L’atlante delle stragi nazifasciste, disponibile dall’anno scorso in rete, evidenzia che sono stati più di 5000 gli episodi censiti, 20.000 morti e decine di migliaia di feriti: dato questo che va moltiplicato per le famiglie e per i compaesani.
E di violenza su inermi. Perché di questo stiamo parlando e non di combattimenti.
Il fatto di aver abbandonato sostanzialmente queste persone, di aver fatto sentire lo Stato o assente o ostile addirittura – a Sant’Anna c’è un vissuto di contrapposizione, di antagonismo rispetto allo stato italiano per il fatto che non ha, per decenni, perseguito i criminali, non si è preoccupato di fare giustizia, non si è preoccupato dei sopravvissuti – secondo me ha comportato una lesione enorme del senso di appartenenza, del senso di cittadinanza. E stato un sentimento che qua in Toscana non è assolutamente superato. C’è una percezione di questa inadeguatezza, di questo abbandono che ha riguardato tantissime persone e che è stato ereditato. Questi traumi poi, e la constatazione che faccio su me stesso, si trasmettono attraverso le generazioni: questo deficit non si è fermato con le generazioni dei superstiti e dei loro familiari ma si è esteso alle generazioni successive.”

Concordo con quest’ultima affermazione di Lorenzo e vivo e condivido, empaticamente e spesso in laica solitudine, il dolore allargato proprio delle storie lunghe tre generazioni, come sono le nostre.

C’è poi il grande punto di forza del libro: lo spazio dedicato alla costruzione di progetti e azioni di pace e di nonviolenza, a partire da Sant’Anna di Stazzema “fino a farli diventare il cuore della memoria di Sant’Anna”. Lorenzo ci sta pensando su ma gli chiedo qualche anticipazione: infatti il pensiero e la teoria devono diventare, e farsi, azione.

LG_Quello che mi ha spinto veramente a scrivere questo libro e a dare il mio piccolo contributo è l’insoddisfazione per quello che è oggi la memoria di questi luoghi, per quello che rappresenta oggi un luogo come Sant’Anna.
A me sembra che la memoria in questo momento sia … molto debole, sia qualcosa di cristallizzato, di poco vivo.
Questi luoghi sono stati monumentalizzati e in qualche modo però anche anestetizzati in tutta la loro forza comunicativa e anche evocativa.
La capacità che questi luoghi possono avere di farci pensare, di spingerci ad analizzare le cose con più complessità di quanto normalmente si faccia, viene un po’ neutralizzata dai riti che hanno preso il sopravvento e dal tipo di memoria che si è fermata.
Una memoria che si è un po’ cristallizzata intorno alla dinamica del fascismo, antifascismo, occupazione nazista, Resistenza: un circolo dentro il quale oggi è chiusa la memoria di questi luoghi.

A me sembra che manchi una parte fondamentale: la tensione a chi ha vissuto la guerra in quel modo, per averla subita quella guerra, per aver dovuto farci i conti nella vita quotidiana, per poi perderla la vita.”
Nella dimensione del rifiuto della guerra e nella discussione sulla violenza.

“Noi dobbiamo andare a Sant’Anna e pensare alle altre Sant’Anna.
Dobbiamo andare a Sant’Anna e pensare a quello che ci accade intorno: allora ci accorgiamo che di Sant’Anna ce ne sono state altre negli anni successivi.
Alcune causate anche da NOI: da noi Occidente, da noi Italia, da noi che abbiamo partecipato, e partecipiamo, ad esempio a missioni che implicano stragi come quella di Sant’Anna: in Siria, In Afghanistan, in Irak, qualche anno fa in Bosnia.
NOI siamo stati corresponsabili di nuove Sant’Anna.

Sto tentando di organizzare, con la Pro loco di Avenza e Terre di Mezzo, una camminata – da Avenza, luogo natale di Elena Guadagnucci, a Sant’Anna di Stazzema, con passo lento che permette la concentrazione, senza la fretta che normalmente si accompagna alle cose che facciamo e che porta sempre superficialità – che avrà la caratterizzazione del seminario.
Si va a fare questa camminata e si ragiona sull’opposizione nonviolenta, sulla resistenza civile, sulle forme di dissidenza.

Resistenza civile, resilienza, opposizione, disobbedienza sono “l’aggiunta capitiniana” che Lorenzo propone per una memoria nuova.

Nel frattempo assumiamo la stupendità, la forza e l’ahimsa che derivano dalla sentenza del processo di La Spezia.

Ovvero IL DOVERE DI DISOBBEDIRE.

Silvia Berruto, amica e persuasa della nonviolenza

Aosta, Espace Populaire, 20 febbraio 2017
Torino, Centro Studi Sereno Regis, 21 febbraio 2017

® RIPRODUZIONE RISERVATA

17
Dic
15

Proposta di autoconvocazione allargata

Aosta,16 dicembre 2015

Chiamata a raccolta per messa “in comune” e condivisione delle info a disposizione circa la presunta chiusura del Servizio migranti di Aosta.

E per decidere eventuali azioni politiche collettive nonviolente, non solo dimostrative.

La proposta di un’autoconvocazione allargata al fine di riunire tutte le informazioni disponibili, preferibilmente da fonti primarie, ovvero da consigliere e consiglieri comunali, operatori e dipendenti in servizio ed ex operatori del servizio migranti di Aosta, imprenditori sociali e/o gestori del servizio migranti, cooperatori sociali, intellettuali, cittadine e cittadini per fare il punto sullo stato dell’arte della questione e delle alternative programmatiche proposte dal Comune di Aosta.

l’autoconvocazione è per
VENERDI 18 dicembre 2015
ore 18:00
espace populaire di aosta

 

Con preghiera di diffusione ai Nostri contatti.
Con rispetto,
Silvia Berruto, cittadina, giornalista contro il razzismo, amica e persuasa della nonviolenza

02
Ott
15

2 ottobre 2015. Giornata internazionale della nonviolenza

BUONA GIORNATA A TUTTE E TUTTI

 

2ottobre2015 copia

16
Nov
14

Aosta. Quarant’anni sempre per la verità.Memorie e attualità della strage di Piazza Loggia (28 maggio 1974- 28 maggio 2014). Seconda Parte

Extrait dell’intervento di Manlio Milani, presidente dell’associazione familiari Caduti di Piazza della Loggia e della Casa della Memoria di Brescia.

– seconda parte –

Preambolo

In occasione del quarantennale della strage di Piazza della Loggia il progetto culturale Collettivamente Memoria ha voluto che Manlio Milani e l’avvocato di parte civile Silvia Guarneri, portassero la loro testimonianza ad Aosta.
Per un pubblico allargato, la sera di giovedì 6 novembre 2014 presso la Biblioteca regionale di Aosta.
Per gli studenti 160 e almeno 13 insegnanti accompagnatori, venerdì 7 novembre 2014 presso il Salone delle Manifestazioni di Palazzo regionale di Aosta.

Ogni antifascista a Brescia la mattina del 28 maggio 1974 o era in piazza o in quella piazza aveva qualcuno “dei suoi” presente.
Tanti, troppi sopravvissuti, a quarant’anni dalla strage, ancora si domandano le ragioni per le quali sono ancora in vita.

A tutti: ai sopravvissuti, ai feriti nell’anima, alle otto vittime che ancora una volta voglio ricordare:
Giulietta Banzi Bazoli, 34, insegnante
Livia Bottardi Milani, 32 anni, insegnante
Clementina Calzari Trebeschi, 31 anni, insegnante
Euplo Natali, 69 anni, pensionato
Luigi Pinto, 25 anni, insegnante
Bartolomeo Talenti, 56 anni, operaio
Alberto Trebeschi, 37 anni, insegnante
Vittorio Zambarda, 60 anni, pensionato
e ai loro familiari,
ai 102 feriti nel corpo,
e ai loro familiari, va il mio abbraccio, lungo, commosso, discreto.

Desidero citare qui il passo di Ivan Giugno nella sua “UNA NON PRESENTAZIONE” all’opera jazz “IN MEMORIAM” (che recensirò a breve anche su questo portale) commissionata dalla libreria cooperativa “Rinascita” di Brescia e prodotta da Matilde Brescianini per Medulla e da Rinascita col sostegno della CGIL.
[…] “Questo hanno fatto Battaglia, Rabbia e Aarset, insieme ad Amadori e Cifarelli, proponendo uno spettacolo indimenticabile che parla alla mente, ma, soprattutto al cuore di tutti, e in particolare a noi che, allora, in Piazza Loggia c’eravamo e che, ancora oggi, non abbiamo capito perché siamo sopravvissuti”.
L’incontro del 6.11.2014 per CM.

Il punto di partenza della riflessione di Manlio Milani si incentra sulla necessità che i fatti debbano sempre essere collocati storicamente per coglierne la complessità.
Questo per far emergere il bisogno collettivo di avere delle istituzioni sempre pronte a restituire VERITA’ nella comprensione dei fatti, sostiene Milani.
“Perché credo che la forza di una democrazia stia anche nel riconoscere i propri errori e limiti per poi affermare principi di verità.”

Milani si riferisce alle parole dette dal Presidente Grasso il giorno precedente in merito al caso Cucchi preso in esame come caso a sé, estrapolato e decontestualizzato. In questo senso, dice Milani, il fatto viene interpretato in chiave negativa perché si prende l’occasione di un fatto e ci si limita ad esso senza comprenderne la complessità.

“Se non cogliamo la complessità non riusciamo a cambiare le cose, non riusciamo a renderci consapevoli di che cosa significhi capire la mancanza di verità, che cosa produce di negativo e che cosa invece la verità affermandosi, riconosciuta in tutti suoi aspetti, può produrre in termini positivi nel processo democratico, nelle modalità dello stare insieme.”
Sulla strategia della tensione si corre il rischio di non cogliere le verità che oggi conosciamo e dall’altro lato di farle scomparire dalla memoria.
Ma dalla memoria non scompaiono … “e sono lì come buchi neri che costantemente chiedono di essere riempiti”.

Da tempo Milani e la Casa della memoria stanno portando avanti un’istanza che riguarda alcune strutture fondamentali del modo di essere democrazia in questo paese: gli archivi. Tema questo fondamentale per decidere quale memoria si voglia preservare all’interno del paese e quindi quale memoria si intenda trasmettere alle nuove generazioni.

La trasmissione della memoria alle nuove generazioni non è un fatto mnemonico legato a date ed avvenimenti accaduti, sostiene Milani, ma la comprensione della storia di un paese. “La storia di un paese, in questo caso il nostro, soprattutto dal periodo postfascista in poi. Come è nata questa Repubblica, come si è formata, quali costi ha dovuto pagare per costruirsi e quali costi ha dovuto pagare per ri-costruirsi, per continuare ad essere democrazia e non diventare qualche cosa d’altro.
Perché la memoria è un processo identitario dell’uomo e lo è nella storia del suo paese. Non tanto come storia privata ma soprattutto come storia di carattere collettivo.”

La messa a disposizione e l’apertura degli archivi sono importanti affinché i cittadini abbiano la possibilità di conoscere, analizzare e criticare la storia e di trarne da essa tutti gli insegnamenti che la storia del passato può dare.

“Così come è importante che la direttiva sull’abolizione del segreto di stato, messa in campo dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri è importante non può fermarsi lì. Ha bisogno di una grande volontà che, oltre che alla messa a disposizione dei documenti, ci dica anche come sono messi a disposizione questi documenti.
Dopo 40 anni la legge sul segreto di stato prevede oggi che i tempi massimi di desecretazione di un documento siano di 30 anni.
E’ ancora tutto molto evanescente perché, in realtà, non sappiamo ancora quanti archivi abbiamo in questo paese.
La direttiva prevede che tutto debba confluire nell’archivio di stato: per il momento sono confluiti alcuni materiali provenienti dal Ministero degli Esteri, non sappiamo quello del Ministero degli Interni.
Ci sono 38 archivi che non conosciamo tra cui gli archivi dell’arma dei Carabinieri e delle forze di Polizia.
Se noi non abbiamo questa disponibilità anche nelle strutture istituzionali o dell’arma difficilmente possiamo ricostruire la credibilità istituzionale che molto spesso è minata anche da ciò che appare come fallimento giudiziario ma che spesso è il fallimento conseguente alla mancata collaborazione tra i vari momenti istituzionali e troppo spesso vediamo che questa mancata collaborazione troppo spesso non è un fatto puramente burocratico è una mancata collaborazione costruita.
Pianificata.
Messa in atto in termini molto ma molto precisi.”

Così come è estremamente importante il protocollo sottoscritto a Roma il 9 maggio scorso con la Presidente della Camera Boldrini e il Ministro della Pubblica Istruzione che sostiene che nelle scuole bisogna riaffermare e riportare l’educazione civica e che “anche gli anni Settanta hanno bisogno di essere affrontati. Perché è in quel contesto lì che la memoria deve servire.”
In una recente indagine del CENSIS 2014 (link) realizzata in occasione del quarantennale a Brescia sugli studenti delle scuole superiori e di provincia è risultato ad esempio un dato assai importante, dice Milani. “Il 70% degli studenti riconosce l’importanza e il valore di avere memoria della storia del passato e ritiene che i primi trasmettitori di memoria devono essere gli insegnanti, sottolinenando così il valore della scuola come strumento fondamentale per costruire memoria.
La memoria in una scuola intesa come spazio libero all’interno del quale tutte le opinioni devono trovare capacità di ascolto e di confronto e dove è decisivo il capire come si è formata la storia e come si sono svolti i fatti. E quindi “è lì si forma davvero il modo di essere di un paese attraverso le nuove generazioni che sanno guardare al passato attraverso il loro presente ma che sanno anche che quel passato può insegnare rispetto al loro presente e rispetto al loro futuro.”

A questo punto si inserisce il tema della necessità di saper sempre distinguere rispetto alle cose.
“Dobbiamo sempre aver la forza di saper distinguere perché le verità che non conosciamo sono responsabilità di uomini dello stato hanno operato contro la verità ma è altrettanto vero che altrettanti uomini dello stato hanno saputo per far emergere le verità che oggi conosciamo.
Saper distinguere è dunque fondamentale. Richiede la volontà di voler conoscere, l’assunzione di responsabilità singola per cercare di capire e di cogliere i fatti come si sono svolti.

“Noi quest’anno abbiamo compiuto quarant’anni e potrà apparire strano ma ci sono stati due fatti molto diversi in quella piazza (Piazza della Loggia, ndr) in questo 28 maggio.
In una piazza adiacente a piazza della loggia nell’aula del consiglio comunale e in una rappresentazione operistica, in un teatro, abbiamo potuto cogliere i volto dei cittadini come erano quarant’anni prima. Volti scolpiti dal dolore … quasi sospesi in una certa misura perché non credevano a quanto fosse successo. Erano attoniti.
E’ stato estremamente importante perché tutti quei volti, esclusi quelli dei morti, ci hanno testimoniato un fatto estremamente importante e cioè che quella strage, prima di colpire otto persone, ha colpito tutti. Ha colpito il paese. E allora il valore di quei volti era di dire questo è in primo luogo un fatto pubblico. E il valore di riproporre quei volti era di ricordare una memoria pubblica di un fatto che è accaduto a tutti.
Contemporaneamente abbiamo avuto una miriade di cori di bambini in quella piazza del 28 maggio (2014, ndr). Di fronte a quei volti attoniti, di fronte alla violenza, di fronte alla volontà di far prevalere l’idea di morte rispetto all’idea di vita, quei bambini erano lì a dirci che piazza della Loggia quel giorno era una piazza viva e non era lì a ricordare la morte ma era lì a ricordare un fatto che ha avuto anche otto persone uccise a cui è stata violentemente tolta la vita. E’ giusto ricordare che cosa significa violenza, che cosa significa interrompere la vita di persone, di coppie, è giusto far risaltare ed esaltare il senso del vivere diventa il modo migliore per combattere l’ideologia della morte e quindi una modalità che rifiuta lo stare insieme.
Questi due elementi credo abbiano caratterizzato il 28 maggio ma hanno anche significato il percorso di questi quarant’anni di vita e di impegno intorno a questo fatto ma attorno ai fatti nella loro globalità.”

Nello stesso tempo bisogna valutare i fatti: cosa è accaduto, perché è accaduto, che cosa si proponeva quel fatto.
Al centro degli attacchi dei due terrorismi c’era la nostra Costituzione.
Il 28 maggio 1974 arriva in un momento particolare di straordinaria euforia del nostro paese e nello stesso tempo di violenza incredibile.
La straordinaria euforia che ci dimostra come il paese era cambiato sotto la spinta dei movimenti in termini positivi di grande avanzata democratica: il ’68. la scuola, lo statuto dei lavoratori, l’istituzione delle regioni. In quei giorni lì trova la sua espressione forse più alta: il referendum sul divorzio (12 e 13 maggio 1974). I cittadini si esprimono su un valore civile e il diritto di poter operare le proprie scelte soggettive.
In quel momento esplode forse il massimo della violenza la strage il 28 maggio 1974.
Ed è una strage che ha tutta una sua particolarità.
Certo la manifestazione è una risposta alla violenza che Brescia stava subendo in quel momento che mette a nudo anche l’obiettivo di chi ha organizzato la violenza.
Perché la strage avviene durante una manifestazione antifascista ed è importante sottolineare questo aspetto perché si contrappongono due modalità: da un lato la violenza esercitata da singoli o da gruppi ristretti e dall’altro lato le forze democratiche – in quel caso tutti i partiti politici (escluso MSI, ndr) tutte le sigle sindacali che dichiarano lo sciopero generale, le ACLI, l’azione cattolica, l’ARCI che non accettano più la violenza e che decidono di farlo senza porsi sullo stesso piano di chi ingenerava violenza.
Come rispondere allora ?
“Non dobbiamo rispondere alla violenza utilizzando la violenza. Bisogna andare tutti in piazza a dimostrare che NOI democraticamente vogliamo sconfiggere la violenza.”
Questo è il senso della manifestazione del 28 maggio che la rende diversa dalle altre stragi nel senso che “le altre stragi appaiono come atti puri e semplici di terrorismo: la banca (Banca dell’Agricoltura, ndr), il treno (Italicus,ndr). Rendere insicuro qualsiasi luogo con lo scopo preciso è di ingenerare paura. Attraverso la paura determinare condizioni di richiesta di ordine pubblico attraverso l’ordine pubblico arrivare alla sospensione di libertà democratiche.
In Piazza Loggia si dice apertamente che ciò che si vuole sfidare sono le istituzioni nel loro insieme.”
Questo è l’obiettivo esplicitato in Piazza della Loggia al punto che, ricorda Milani, ci sarà chi, (appartenente alla destra, ndr), dirà che la strage è stata profondamente remunerativa perché “non abbiamo colpito dei civili ma degli avversari politici.”
Pur rimanendo il tema della paura e del determinare caos fondamentale resta questo obiettivo.

La lezione viene dalla risposta della città.
La città è stata autogestita per tre giorni.
Fu una scelta politica.
Il servizio d’ordine dal basso ha vigilato sulla città e sui funerali che registreranno circa 600.000 presenze di donne e uomini provenienti da tutta Italia.
Il Presidente della Repubblica (Giovanni Leone, ndr) è stato difeso e fischiato.
Difeso in quanto rappresentante dell’istituzione ma fischiato a indicare la necessità di cambiamento di una classe dirigente che non era stata all’altezza. Il cambiamento però doveva avvenire all’interno di un processo democratico.
“Non va mai perso il senso delle istituzioni, insiste Milani, le istituzioni rimangono al di là di chi le rappresenta.
La grande risposta del 28 maggio nasce da questo presupposto.

“Resta il sapore molto amaro della violenza – conclude Milani – che assume la dimensione delle otto persone uccise in quella piazza.”

“Mai dimenticare che la violenza distrugge delle persone, distrugge la loro vita, i loro sogni, i loro progetti. Distrugge chi è morto ma può distruggere coloro che sopravvivono a quella vicenda.”

Ma chi erano quelle persone ? si chiede Manlio.

Gli otto morti sono emblematici della realtà del paese.
Un operaio, cinque insegnanti, due pensionati ed ex partigiani.
A dire, e a certificare, che i valori del lavoro, della scuola e della Resistenza sono i cardini su cui si fonda una società democratica. Ma anche a ricordare che la democrazia non è un bene acquisito per sempre.

“Io credo che sia questa la grande eredità che ci ha lasciato Piazza della Loggia: il rifiuto della violenza, l’esaltazione della vita, la memoria, la necessità di conoscere la memoria e conoscere la storia nella sua complessità, il saper dialogare dentro di essa e attraverso questa costruire prospettive di futuro.”

Silvia Berruto, antifascista

© Riproduzione riservata

– continua –

14
Nov
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Giornalismo di Pace. Il possibile contributo dei media alla trasformazione nonviolenta dei conflitti. Torino. Centro Studi Sereno Regis

venerdì 14 novembre 2014

ore 15.00
sala Gabriella Poli

 

Il giornalismo di pace è emerso nella metà degli anni 1990 come un nuovo campo interdisciplinare d’interesse per giornalisti professionisti e per attivisti della società civile, ricercatori universitari e quant’altri interessati al nesso conflitti-media. Offre sia un insieme di proposte e opzioni pratiche a redattori e reporter, sia una base per sviluppare criteri valutativi per l’analisi critica del reportage di guerra.
Su questo tema, poco presente nel dibattito e nella pratica in Italia, il Centro Sereno Regis lavora da anni, sin da quando fu organizzato il primo convegno di studi (15-16 dicembre 2006) con la partecipazione dello studioso per la pace Johan Galtung e Mimmo Candito, reporter de La Stampa, come principali relatori.
Questa nuova iniziativa nasce dal cresciuto interesse sorto su questo tema in vari ambienti professionali e accademici.
La data del 14 novembre è un appuntamento scelto per ricordare la figura e l’opera di Gabriella Poli, prima capocronista donna italiana a La Stampa, definita dai suoi colleghi “cronista di un’epoca”, con caratteristiche, stile e interessi che sicuramente rientrano nell’ambito del giornalismo di pace.
Occorre precisare che anche se la proposta iniziale si soffermava soprattutto sulle situazioni di conflitti armati di larga scala, il giornalismo di pace si è andato estendendo a ogni forma di conflitto, dal micro al macro, su scala locale come su scala internazionale.
L’iniziativa del convegno del 14 novmbre nasce anche dalla collaborazione avviata tra il Centro Studi Sereno Regis e il “Master Biennale di Giornalismo” dell’Università di Torino, diretto dal prof. Peppino Ortoleva e coordinato da Vera Schiavazzi, giornalista de La Repubblica, con l’adesione del Centro Interateneo di Studi per la Pace.
Programma
Ore 15,00 Presentazione del seminario e consegna della borsa di studio “Gabriella Poli” per il “ Master Biennale di Giornalismo” Università di Torino
Ore 
15,30 Nanni Salio
 “Giornalismo di pace e trasformazione nonviolenta dei conflitti”
Ore 16,00  Silvia De Michelis 
“Il dibattito internazionale sul giornalismo di pace”
Ore 16,30  Luigi Bonanate 
 “Il ruolo dei media nelle relazioni internazionali”
Ore 17,00  Mimmo Candito “Esperienze sul campo di giornalismo tra pace e guerra”
Seguirà dibattito
Ore 18  Esperienze e casi di studio
Marinella Correggia, “Dall’Iraq all’Afghanistan; dalla Libia alla Siria. Il giornalismo tra manipolazione e ricerca della verità”
Ugo Borga, “Sotto vento? Esperienze di fotogiornalismo di pace in aree di guerra”
Luca Giusti, “Re-media: rimedi per media che non mediano”
Marta Belotti, Jessica Boscolo, Enzo Ferrara, Daniela Iapicca, “Come comunicare il cambiamento climatico”
Luca Rolandi, “Giornalismo cattolico e pace”
Maria Teresa Martinengo, “Cronaca locale e conflitti”
ore 19 Dibattito e conclusioni

GIORNALISMO DI PACE. UN CONVEGNO INTERNAZIONALE A TORINO IL 15 e 16 DICEMBRE 2006

by Silvia Berruto




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