Archive for the 'Senza Categoria' Category

06
Set
18

L’armata dei senza tetto. Di e con Ascanio Celestini e Giovanni Albanese. Al Festivaletteratura di Mantova.

 

Mantova
Festivaletteratura edizione numero 22. Mercoledi 5 settembre 2018

 

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UN GIOCO RI-CREATIVO

L’ARMATA DEI SENZA TETTO
Ascanio Celestini
Giovanni Albanese

 

 

 

C’est parti !

 
Gli oggetti, tutti gli oggetti, con quegli oggetti abbiamo una relazione. Vera
Oggi invece cominciamo a non avere più una relazione anche con le persone.
E anzi le trasformiamo in oggetti.

Il caso sotto gli occhi, spero di molti, insomma, de tutti non s’è capito perché senno’ non vivremmo in questo paese.
Di come abbiamo “cosificato” le persone: i migranti … i profughi … i richiedenti asilo …no?
Della storia de sta gente qua nun c’enteressa nulla.
Niente.
Questo ci deresponsabilizza molto, ci fa vivere meglio.

E quando Padre Alex Zanotelli dice “tra qualche generazione diranno di noi che eravamo nazisti, lo dice perché sta parlandoci una cosa che nella storia è successa.
Nei campi di sterminio le persone venivano chiamate pezzi. Ed era un po’ più facile ammazzarli. Non facilissimo perché poi si deprimevano pure i soldati tedeschi. Era un po’ più facile.
Ecco … e noi stiamo appunto “cosificando” le persone

Invece in questo gioco che abbiamo fatto noi abbiamo cercato de personificare, umanizzare, le cose.
Così Ascanio Celestini

 

Ascanio ha scritto alcune biografie sulle opere dell’artista Giovanni Albanese che afferma: questi lavori che sono l’opposto di ciò che sta succedendo ai migranti.

Questo libro è una certificazione di stato in vita di queste opere: sono esseri viventi.
Esistono, anche se gli altri non li vedono, poi non è vero perché poi li vedono.

Allora quando tu dici: quello è così sta male … quello non non c’ha più la casa.
Non c’ha più la lingua per arrivare qui da noi e parlare … non che lingua parla … non c’ha veramente niente …

 

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By Silvia Berruto, GCR, Giornalista contro il razzismo

 

® Riproduzione riservata

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05
Ago
18

SI CHIAMAVA HASSAN SHARAF

Si chiamava Hassan Sharaf

 

Ne leggo la vicenda sui giornali.


Era un ragazzo egiziano di ventuno anni detenuto nel carcere di Viterbo.

Aveva detto poche settimane fa di essere stato vittima di abusi e di temere per la propria vita.

E’  morto dopo una settimana di agonia dopo aver tentato il suicidio impiccandosi alle sbarre della cella.

Era giunto in Italia minorenne, doveva tornare libero tra poche settimane.
Indaga ora la magistratura italiana, e l’ambasciata egiziana segue il caso.

 

Non tornera’ in vita


E’ la terza persona che muore nel carcere di Viterbo dall’inizio dell’anno.

 

Si chiamava Hassan Sharaf

 

Io so che nessuno dovrebbe morire a vent’anni.

Io so che da tempo e’ giunto il tempo che l’umanita’ si liberi della necessita’ del carcere.

Io so che nessun uomo e’ straniero in quest’unico pianeta casa comune dell’umanita’.

Io so che salvare le vite e’ il primo dovere.

 

Non tornera’ in vita Hassan Sharaf

 

Ma in suo ricordo almeno si cominci ad abolire l’ideologia e le strutture che gli esseri umani chiudono in gabbia: una gabbia non e’ un luogo in cui si possa vivere.

Si cominci ad esempio abolendo l’ergastolo, incostituzionale follia.

Si cominci intensificando le alternative al carcere, in cui l’esecuzione della pena in attivita’ socialmente utili sia vero risarcimento e vera restituzione di bene all’umanita’ da parte del reo, vera rinnovata e rinnovante educazione del reo al bene, riconquista personale e comune di umanita’.

L’umanita’ puo’ ben liberarsi del carcere, come si e’ liberata dei manicomi e di altre istituzioni totali; come si e’ liberata delle faide e di altre pratiche mostruose come il preteso diritto di vita e di morte del pater familias su moglie e figli, come il preteso diritto di stupro e saccheggio dei vincitori nei conflitti; come si e’ liberata degli spettacoli dei gladiatori e degli autodafe’.

Come puo’ e deve liberarsi della guerra, della tortura e della schiavitu’.

 

Non tornera’ in vita Hassan Sharaf

 

 

Ma in suo ricordo almeno si cominci a riconoscere che salvare le vite e’ la politica prima e il fondamento della legalita’; si cominci a riconoscere che ogni essere umano ha diritto alla vita, alla dignita’, alla solidarieta’; si cominci ad agire di conseguenza.
 Si cominci ad esempio facendo cessare apartheid, persecuzioni razziste e schiavitu’ nel nostro paese.

Si cominci riconoscendo tutti i diritti – e tra essi ed in primo luogo il diritto di voto: “una persona, un voto” e’ il fondamento della democrazia – a tutte le persone che in Italia vivono.
 Si cominci salvando le vite di tutti i naufraghi.
 Si cominci facendo cessare l’immondo criminale traffico di esseri umani gestito dalle mafie schiaviste: semplicemente riconoscendo a tutti gli esseri umani il diritto a salvare e migliorare la propria vita e per questo a muoversi liberamente, in modo legale e sicuro, con mezzi di trasporto legali e pubblici, per scampare alla morte e alle violenze, alle guerre e alla fame, e giungere dove una vita degna sia possibile.

Non tornera’ in vita Hassan Sharaf, ma almeno adesso si agisca perche’ cessi la strage.

 

L’umanita’ e’ giunta sul crinale apocalittico di cui profeticamente parlava Ernesto Balducci, e deve scegliere tra la catastrofe comune e la comune salvezza, tra la violenza e la nonviolenza, tra l’orrore e la civilta’.

Abolire le guerre e le armi, le carceri e le frontiere: siamo una sola umanita’ di sorelle e fratelli, in un unico mondo vivente di cui siamo parte e custodi.

Cessare di uccidere, salvare le vite: e’ il primo dovere di ogni persona, e’ il primo dovere di ogni umano istituto.

Peppe Sini, responsabile del “Centro di ricerca per la pace e i diritti umani” di Viterbo
Viterbo, 4 agosto 2018
Mittente: “Centro di ricerca per la pace e i diritti umani” di Viterbo, strada S. Barbara 9/E, 01100 Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: centropacevt@gmail.com (segnaliamo che il Centro cura dal 2000 la pubblicazione del notiziario telematico quotidiano “La nonviolenza e’ in cammino” cui e’ possibile abbonarsi gratuitamente attraverso il sito http://www.peacelink.it)

 

Ringrazio l’amico e fratello Peppe per questo suo scritto.

Ho pianto.
Disperatamente.

Hassan, fratello mio, in peace.

 

Silvia

05
Ago
18

Restituisco la tessera. Il dovere di non collaborare

La data della lettera di dissociazione avrebbe dovuto essere quella del 25 luglio.
Emblematica.
Data reale della mia scelta.

Per il dovere di non collaborare.

 

 

Rar anticipata via mail, 2 agosto 2018 alle ore 18:12

 

Con la presente restituisco la tessera della cooperativa … [omissis, nda]

Mi dissocio dalla cooperativa poiché non sussistono più le condizioni necessarie e sufficienti per la mia appartenenza.
Tra le varie cito il concetto di cooperazione, la mission, alcuni stili e alcuni processi, e la loro interpretazione, riscontrati anche solo nel mese di luglio 2018.

Non sono, e non resto in attesa di risposta scritta, come da collettiva richiesta, ad alcuni quesiti posti con mail del 16 luglio 2018 delle ore 15:36 a cui veniva chiesto riscontro scritto.

Nel caso, infine, decideste di trovare tempo per una breve dichiarazione pubblica di dissociazione, o almeno di distanza culturale se non costituzionale, dai … [omissis, nda] membri di CasaPound e dalla Weltanschauung delle loro annuali manifestazioni – l’ultima delle quali si è svolta sabato 21 luglio 2018 – Vi anticipo la mia incondizionata condivisione.

Nell’esprimere così il mio NO nonviolento ad un insieme di stili e modalità, auguro la miglior risoluzione delle criticità in essere e ogni possibile e immaginabile successo alla cooperativa, alle/ai soci, alle/ai dipendenti e a tutte/tutti i fans presenti e future/i.

Con l’augurio di tanta voglia di futuro, auguro a tutte e a tutti ogni bene e ogni cosa buona.

Buona vita e buon lavoro.

 

Con rispetto,
Silvia Berruto

29
Lug
18

Il giornalismo non sia al servizio dell’odio e della propaganda

Per un giornalismo indipendente e nonviolento

 

Propaganda, odio e costruzionismi connotano parte dell’informazione italiana verso la quale i giornalisti hanno precise responsabilità.
Se nella propaganda invece che ai fatti e ai dati si dà spazio alle percezioni nell’informazione “nonviolenta” la/il giornalista tenta di ristabilire la verità degli accadimenti attraverso contestualizzazioni e interpretazioni intellettualmente oneste.
Alla fabbrica della paura la/il giornalista op(pro)pone l’oggettività di metodologie che implichino, restituiscano e permettano la misurabilità e verificabilità dei fatti e dei dati da parte di tutti così da promuovere un empowerment in progress di chi legge.

A garanzia di un consumo critico dell’informazione.

Per un’informazione che non manipoli il suo destinatario – la lettrice, il lettore – per interessi particolari, per propaganda politica, per secondi fini, per affiliare pubblico, per ottenere consenso.
Un’informazione che non sia distrazione e dis-informazione di massa. Senza generalizzazioni, semplificazioni e facili conclusioni.
Informazione come disciplina e autodisciplina.
Ai costruzionismi e alla propaganda la/il giornalista oppone il dire, gandhianamente, la verità.
Dire la verità non lascia spazi alla strumentalizzazione.

Da prospettiva a matrice e a impatto nonviolenti, la metodologia di lotta per un’informazione di verità non può che essere, ancora e sempre, anche nel giornalismo, quella del satyagraha.
Satya significa “verità” e agraha “insistenza, forza”.
Come ricorda Giuliano Pontara satyagraha corrisponde all’INSISTENZA nella e per la verità ed (è) la forza che proviene da essa.

Per una ricerca collettiva e cooperativa della verità.

In un’informazione in cui i mezzi e i fini coincidono e sono interconnessi, una notizia o un fatto giornalisticamente riportati non potranno che essere, contemporaneamente e ontologicamente, il prodotto, lo stile e il contenuto (comprensivi della scelta delle parole “per dirlo”) della narrazione.

La Nonviolenza al giornalismo di guerra op(pro)pone il giornalismo di pace, al giornalismo delle notizie false (fake news) op(pro)pone il giornalismo di verità.

 

Con resilienza e indipendenza intellettuale nella mente, nel cuore, nella penna e nella macchina fotografica.

 

The decisive moment.

Non di Cartier-Bressoniana memoria, ma per agire una rivoluzione nonviolenta.

 

Per non tradire nessuna parte in gioco – il fatto, la narrazione, il lettore, la Verità – l’appello di GCR potrebbe essere inteso ed agito come il rappel di Lanza del Vasto: un richiamo, un ritorno all’essenziale.

 

Per essere presenti al presente.

 

Silvia Berruto, amica e persuasa della Nonviolenza, giornalista contro il razzismo

 

 

L’Appello di Giornalisti contro il razzismo (GCR)
Il giornalismo non sia al servizio dell’odio e della propaganda

Campagna: Il giornalismo non sia al servizio dell’odio e della propaganda
Promossa da: Giornalisti contro il razzismo

A nessuno dev’essere permesso di ingannare e tradire l’opinione pubblica e la vita democratica.

 

Dieci anni fa  abbiamo lanciato un appello – “I media rispettino il popolo Rom” – e una proposta di autodisciplina del linguaggio – “Mettiamo al bando la parola clandestino” – con il proposito di contribuire a una discussione aperta sul modo di fare informazione in un periodo di campagne politiche sulla sicurezza spesso condotte sul filo dell’emotività e della paura. Da allora molte cose sono cambiate, alcune anche in meglio, ma stanno emergendo nuovi motivi di forte preoccupazione.

Negli ultimi mesi di cronache politiche abbiamo assistito a un’allarmante accelerazione di un processo che da anni indebolisce il diritto dei cittadini a un’informazione onesta, approfondita e indipendente, che serva a migliorare la vita dei cittadini e non a generare paure, odio e tensioni sociali.

In particolare, si registra una diffusa tendenza giornalistica – anche nella stampa cosiddetta indipendente – a riportare acriticamente affermazioni di esponenti politici palesemente menzognere e fuorvianti. Espressioni che utilizzano un lessico costantemente sopra le righe – quando non propriamente rabbioso, violento e istigatore di violenza – per propagandare uno specifico punto di vista e per continuare a rimettere in cima alle priorità italiane una sola questione: lo stigma e il pre-giudizio contro le persone in fuga verso l’Europa.

È evidente, per esempio, l’intento di propaganda politica e non certo di riportare la verità quando i massimi rappresentanti istituzionali parlano ad esempio di naufraghi in crociera, Ong al soldo delle mafie dei barconi, aree di guerra “inesistenti”, fantomatici e vaghi complotti di “sostituzione etnica”, ruspe per spianare campi nomadi, rom italiani “purtroppo non espatriabili”, migranti che non viaggerebbero in aereo perché sulle navi umanitarie si godono “la pacchia”. Alle garanzie costituzionali e alla tutela dei diritti umani fondamentali si sostituiscono interpretazioni e costruzioni capziose e strumentali prive di fondamento.

È obbligo civile prima ancora che deontologico del giornalista, contestualizzare affermazioni politiche di simile tenore e gravità in una cornice adeguata, fornendo al lettore chiavi di interpretazione o altri elementi utili a minimizzare i rischi di manipolazione sociale e di deformazione della realtà percepita dall’opinione pubblica. A maggior ragione se la fonte è un ministro che ha prestato giuramento sulla Costituzione repubblicana e se è circondato dal silenzio istituzionale di fronte a parole che si stanno ora tramutando in fatti.

Un’informazione onesta, approfondita e indipendente dovrebbe passare le esternazioni estemporanee al vaglio dei dati di realtà, delle rilevazioni sul campo e delle statistiche ufficiali fornite. Istituzioni nazionali e internazionali come Unar, Istat, Iom, Unhcr tracciano un quadro dell’immigrazione ben diverso dalla retorica dell’invasione e proprio per questo vengono spesso ignorate o relegate ai margini del discorso prevalente.

Il nostro sistema dell’informazione rischia di rendersi complice del disegno di chi abusa della credulità popolare e cerca di estendere via via l’area dell’assuefazione a uno spietato cinismo verbale ora tradotto in azione istituzionale.

La professione giornalistica è normata dalle leggi dello Stato (dunque in prima istanza dalla Costituzione), richiede una specifica abilitazione con iscrizione all’Albo, è regolamentata da una serie di norme deontologiche (fra le quali la Carta di Roma, riguardante l’informazione sui fenomeni migratori).

L’eventuale dissenso relegato nell’angolo dei commenti non basta.

Contrasta con tali norme, e dunque con il pieno esercizio della libertà di informazione in uno stato di diritto, il ridursi a megafono asettico (e talvolta zelante) di politici senza scrupoli lasciati liberi di imporre l’agenda delle priorità e delle supposte emergenze nazionali, di praticare un linguaggio che semina odio, di disinformare sistematicamente i cittadini, di mistificare la realtà agitando azioni istituzionali per nulla risolutive ma a elevato impatto mediatico, utilizzando delle vite umane per primeggiare nel marketing del consenso.

Ci appelliamo all’Ordine dei giornalisti e ai colleghi affinché i rappresentanti istituzionali e quant’altri contribuiscono a questa spirale di violenza si trovino sistematicamente a confrontarsi con un’informazione critica e non asservita, che non si limiti a registrare e ripetere le frasi del giorno, ma al contrario fornisca gli strumenti e le conoscenze necessarie per analizzarle e confutarle quando necessario.

A nessuno dev’essere permesso di ingannare e tradire l’opinione pubblica e dunque la vita democratica.

 

Silvia Berruto
Giuseppe Faso
Lorenzo Guadagnucci
Carlo Gubitosa
Beatrice Montini
Zenone Sovilla

 

Aderisci:
• Come persona
• Come associazione

 

14
Lug
18

Aderisco alla manif “Ventimiglia città aperta”. Ma sono per l’abolizione del permesso di soggiorno

 

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molti di NOI non possono esserci fisicamente

ma

 

ADERIAMO ALLA MANIF DI OGGI

 

l’adesione di Monimoni ovadia

Moni Ovadia

 

io sono per l’abolizione del permesso di soggiorno come proposto dalla CARTA DI PALERMO pubblicata il  20 marzo 2015.

 

 

Materiali per pensare.

 

Petizione individuale on line che puo’ essere firmata da qualsiasi cittadino EU.
wearewelcomingeurope.eu

 

Sulla campagna

I governi europei non riescono a far fronte alle sfide poste dalla migrazioni. Cittadini europei di ogni tipo si sono mobilizzati per dare il loro sostegno ai migranti.

Per i nostri leader tuttavia questa solidarietà costituisce un crimine. Oggi in Europa migliaia di cittadini volenterosi rischiano di essere multati o di imprigionati per avere soccorso delle persone che stanno scappando dalla violenza.

Non è questa l’Europa che vogliamo! Queste azioni di solidarietà sono il riflesso di tradizioni europee umanitarie e altruiste, e dovrebbero essere riconosciute come tali!

Per questo motivo abbiamo deciso di lanciare la prima iniziativa dei cittadini europei (ICE) per un’Europa che accoglie. Grazie a questa petizione, possiamo esigere che la Commissione e il Parlamento europeo rispondano alle nostre richieste.

I cittadini di tutta Europa vogliono supportare i rifugiati con programmi di sponsorship e offrire loro una casa sicura e una nuova vita. Vogliamo che la Commissione offra un sostegno diretto a gruppi locali e associazioni che aiutano i rifugiati beneficiari di un visto d’ingresso.

Nessuno dovrebbe essere perseguito o multato per aver offerto aiuto, assistenza o un rifugio a scopo umanitario. Vogliamo che la Commissione fermi quei governi che stanno criminalizzando i volontari.

Ogni individuo deve avere pieno accesso alla giustizia. Vogliamo che la Commissione garantisca procedure e norme più efficaci per difendere tutte le vittime di sfruttamento sul lavoro e delle reti criminali in tutta Europa e tutte le persone che hanno subito violazioni dei diritti umani alle nostre frontiere.

 

Il contesto e la storia di questa iniziativa

Un gran numero di ONG europee facenti parte della società civile, coordinate dal Migration Policy Group tramite la Piattaforma Europea sull”Asilo e le Migrazioni (EPAM), hanno passato quasi due anni a preparare stretegicamente questa Iniziativa Europea dei Cittadini. Una coalizione di oltre 170 organizzazioni della società civile di tutta Europa si é formata al fine di coinvolgere il grande pubblico e trasformare le politiche europee sulle migrazioni.

Today, we, the citizens of Europe, are raising our voices to change the discourse on migration and build a Europe that welcomes those in need and reflects our principles of solidarity, dignity and human rights.

Che cosa vogliamo ottenere?
L’obiettivo é di raccogliere un milione di firme e sostegno pubblico entro febbrario 2019 per poter riformare le priorità delle politiche migratorie europe in vista delle elezioni europee del 2019. Il fucro delle domande sono la private sponsorship, la depenalizzazione dei servizi ai migranti e la difesa delle vittime di sfruttamento lavorativo e di violazioni di diritti umani.

Cos’è un’Iniziativa dei Cittadini Europei (ICE)?
Un’Iniziativa dei Cittadini Europei (ICE) è lo strumento più visibile e giuridicamente vincolante per la democrazia diretta in Europa. Se un milione di cittadini europei di almeno sette stati membri firmassero la petizione entro un anno, la Commissione Europea sarebbe obbligata ad ascoltare le richieste dei cittadini tramite un procedimento formale.

 

Ecco il link diretto alla pagina on line da compilare

 

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IL GIORNALISMO NON SIA AL SERVIZIO DELL’ODIO E DELLA PROPAGANDA

L’appello

 

mentre la manif sta per iniziare …

IMG-20180714-WA0013Verso il punto di partenza, Ventimiglia, ore 15:43,  Photo Sauro Salvatorelli

 

 

by Silvia Berruto, giornalista contro il razzismo

 

 

 

 

 

 

 

 

 

12
Lug
18

Il giornalismo non sia al servizio dell’odio e della propaganda

Campagna: Il giornalismo non sia al servizio dell’odio e della propaganda
Promossa da: Giornalisti contro il razzismo

A nessuno dev’essere permesso di ingannare e tradire l’opinione pubblica e la vita democratica.

Dieci anni fa  abbiamo lanciato un appello – “I media rispettino il popolo Rom” – e una proposta di autodisciplina del linguaggio – “Mettiamo al bando la parola clandestino” – con il proposito di contribuire a una discussione aperta sul modo di fare informazione in un periodo di campagne politiche sulla sicurezza spesso condotte sul filo dell’emotività e della paura. Da allora molte cose sono cambiate, alcune anche in meglio, ma stanno emergendo nuovi motivi di forte preoccupazione.

Negli ultimi mesi di cronache politiche abbiamo assistito a un’allarmante accelerazione di un processo che da anni indebolisce il diritto dei cittadini a un’informazione onesta, approfondita e indipendente, che serva a migliorare la vita dei cittadini e non a generare paure, odio e tensioni sociali.

In particolare, si registra una diffusa tendenza giornalistica – anche nella stampa cosiddetta indipendente – a riportare acriticamente affermazioni di esponenti politici palesemente menzognere e fuorvianti. Espressioni che utilizzano un lessico costantemente sopra le righe – quando non propriamente rabbioso, violento e istigatore di violenza – per propagandare uno specifico punto di vista e per continuare a rimettere in cima alle priorità italiane una sola questione: lo stigma e il pre-giudizio contro le persone in fuga verso l’Europa.

È evidente, per esempio, l’intento di propaganda politica e non certo di riportare la verità quando i massimi rappresentanti istituzionali parlano ad esempio di naufraghi in crociera, Ong al soldo delle mafie dei barconi, aree di guerra “inesistenti”, fantomatici e vaghi complotti di “sostituzione etnica”, ruspe per spianare campi nomadi, rom italiani “purtroppo non espatriabili”, migranti che non viaggerebbero in aereo perché sulle navi umanitarie si godono “la pacchia”.

Alle garanzie costituzionali e alla tutela dei diritti umani fondamentali si sostituiscono interpretazioni e costruzioni capziose e strumentali prive di fondamento.

È obbligo civile prima ancora che deontologico del giornalista, contestualizzare affermazioni politiche di simile tenore e gravità in una cornice adeguata, fornendo al lettore chiavi di interpretazione o altri elementi utili a minimizzare i rischi di manipolazione sociale e di deformazione della realtà percepita dall’opinione pubblica. A maggior ragione se la fonte è un ministro che ha prestato giuramento sulla Costituzione repubblicana e se è circondato dal silenzio istituzionale di fronte a parole che si stanno ora tramutando in fatti.

Un’informazione onesta, approfondita e indipendente dovrebbe passare le esternazioni estemporanee al vaglio dei dati di realtà, delle rilevazioni sul campo e delle statistiche ufficiali fornite. Istituzioni nazionali e internazionali come Unar, Istat, Iom, Unhcr tracciano un quadro dell’immigrazione ben diverso dalla retorica dell’invasione e proprio per questo vengono spesso ignorate o relegate ai margini del discorso prevalente.

Il nostro sistema dell’informazione rischia di rendersi complice del disegno di chi abusa della credulità popolare e cerca di estendere via via l’area dell’assuefazione a uno spietato cinismo verbale ora tradotto in azione istituzionale.
La professione giornalistica è normata dalle leggi dello Stato (dunque in prima istanza dalla Costituzione), richiede una specifica abilitazione con iscrizione all’Albo, è regolamentata da una serie di norme deontologiche (fra le quali la Carta di Roma, riguardante l’informazione sui fenomeni migratori).

L’eventuale dissenso relegato nell’angolo dei commenti non basta.
Contrasta con tali norme, e dunque con il pieno esercizio della libertà di informazione in uno stato di diritto, il ridursi a megafono asettico (e talvolta zelante) di politici senza scrupoli lasciati liberi di imporre l’agenda delle priorità e delle supposte emergenze nazionali, di praticare un linguaggio che semina odio, di disinformare sistematicamente i cittadini, di mistificare la realtà agitando azioni istituzionali per nulla risolutive ma a elevato impatto mediatico, utilizzando delle vite umane per primeggiare nel marketing del consenso.

Ci appelliamo all’Ordine dei giornalisti e ai colleghi affinché i rappresentanti istituzionali e quant’altri contribuiscono a questa spirale di violenza si trovino sistematicamente a confrontarsi con un’informazione critica e non asservita, che non si limiti a registrare e ripetere le frasi del giorno, ma al contrario fornisca gli strumenti e le conoscenze necessarie per analizzarle e confutarle quando necessario.

A nessuno dev’essere permesso di ingannare e tradire l’opinione pubblica e dunque la vita democratica.

 

Silvia Berruto
Giuseppe Faso
Lorenzo Guadagnucci
Carlo Gubitosa
Beatrice Montini
Zenone Sovilla

 

 

L’appello (da sottoscrivere e da diffondere)

07
Lug
18

Una maglietta rossa … da indossare persempre

 

IO NON ADERISCO, per ragioni di credibilità, … CONDIVIDO.

 

 

“Una maglietta rossa per fermare l’emorragia di umanità'” promossa da don Luigi Ciotti, presidente nazionale Libera e Gruppo Abele, Francesco Viviano, giornalista, Francesca Chiavacci, presidente nazionale Arci, Stefano Ciafani, presidente nazionale Legambiente, Carla Nespolo, presidente nazionale Anpi.

 

 

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by Silvia Berruto, antifascista

 

 




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