Archivio per gennaio 2004

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Gen
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Come si costruisce un’inchiesta giornalistica.

La giornalista Milena Gabanelli a Saint-Rhémy-en-Bosses.
“Fare inchiesta significa raccogliere dei fatti e analizzarli. Costruire un percorso e attraverso un percorso raccontarli, attraverso un punto di vista. Non si è mai obiettivi. Un’indagine è un racconto che parte da un’esclusione. Da scarti, se la documentazione che si ha non illustra bene il filo conduttore di una situazione”. Oppure da tagli, anche di buon materiale, se questo è debole o incompleto.
“L’obiettività non esiste mai. E per essere poco faziosi è necessario procedere attraverso un lungo lavoro di analisi che richiede tanto tempo”. Questo è il motivo, secondo Milena Gabanelli, per cui non c’è inchiesta in Italia. I giornali e i telegiornali, per il loro carattere di quotidianità, non dispongono di tutto il tempo necessario e indispensabile per ricercare, approfondire, incrociare e verificare tutti i dati, prima di divulgarli. Vale a dire per fare inchiesta.
Milena Gabanelli, freelance, ha introdotto in Italia nel 1991 il videogiornalismo di cui ha teorizzato il metodo che ha anche insegnato nelle scuole di giornalismo, secondo il quale il giornalista è uno solo, è anche colui che fa le riprese, che sceglie ogni interlocutore, che confeziona l’inchiesta da mandare in onda. La differenza rispetto ad altri tipi di inchiesta è nel linguaggio, più diretto, mentre la forma risulta più imprecisa. La trasmissione in cui si può apprezzare questo stile giornalistico applicato della quale Milena Gabanelli è curatrice e coautrice, è Report, programma di inchiesta, in onda in prima serata in primavera, in seconda serata in autunno.
“Lavorando con un metodo tradizionale il vantaggio più grosso è l’economia. Un’inchiesta, a parità di costo rispetto alle inchieste con troupe, più impegnative e onerose, non dura meno di quattro-cinque mesi rispetto ai quindici giorni generalmente impiegati dagli altri giornalisti. Noi puntiamo sul contenuto, con un minimo di dignità formale. Ognuno monta a casa sua tutto il materiale girato con una scheda di montaggio. Il finale si fa in studio, a Roma. Il costo di un’inchiesta è di sessanta milioni di vecchie lire per sessanta minuti di inchiesta, ai quali si devono sommare i costi industriali per la messa in onda”.
“Un’inchiesta nasce da qualcosa che ci fa molto arrabbiare. Quando qualcuno da dentro, un insider, è disposto a raccontare e a tirare fuori i documenti”. Le situazioni-prova. “Il 50% delle inchieste nasce così. Il punto di partenza è qualcosa che vogliamo capire.”Gli argomenti delle inchieste nascono da interessi e da curiosità personali dei giornalisti oppure da suggestioni e da segnalazioni del pubblico.
“Finora la trasmissione non ha ricevuto nessuna censura”. Pertanto tutto è andato in onda nella collocazione prevista. “I documenti, presentati all’ufficio legale della Rai, erano indiscutibili perché si trattava di fatti e non di opinioni”. Gabanelli precisa che ogni puntata viene preventivamente visionata dal direttore di rete e sottoposta al vaglio dell’ufficio legale della Rai.
“Il dopo messa in onda è un momento spiacevole. Arrivano lettere dagli avvocati, citazioni dal tribunale, telefonate di offesa e telefonate di lamentela al direttore.
Ma questo è un mestiere possibile solo se non si hanno amici. Ecco perché la stampa locale non fa suo mestiere.”
Interviene allora Elisa Anzaldo, inviata del tg1, l’altra ospite della serata, condotta da Roberto Mancini, promossa dall’associazione culturale “Achab” in collaborazione con l’AIAT del Gran San Bernardo, il 29 dicembre 2003. La Anzaldo illustra il diverso modo in cui si lavora in una redazione televisiva in cui il tempo a disposizione per una notizia è di circa un minuto e quindici secondi nei quali un giornalista deve limitarsi a dare informazioni nel modo più esauriente e corretto possibile.
L’aspetto più limitante in assoluto, riprende la Gabanelli, è che “le testate televisive non sono indipendenti” La sorte di molta informazione infatti dipende da aspetti economici legati al potere degli inserzionisti.
“Il giornalismo, incalza, ha la responsabilità di far emergere i problemi. La politica quella di risolverli. L’Italia è un paese in cui non si accetta la critica. Nessuno critica. Quindi non si deve criticare. La gente si abitua a promettere. Aspetto un anno esatto e poi vado a vedere”. A verificare la situazione, sempre sulla base della constatazione dei fatti, riscontrando spesso delle omissioni, altre volte, secondo lo stile, degli illeciti. Ed è a questo punto che i giornalisti di Report si permettono di esercitare il diritto-dovere di critica. “Esistono fatti incontestabili, asserisce la Gabanelli, perciò gli interlocutori non possono arrabbiarsi ma devono adeguarsi alle promesse fatte.” Da loro stessi.
I cittadini sono consapevoli che è sufficiente omettere dettagli e fatti per cambiare l’aspetto di una notizia e, apparentemente, lo stato delle cose. Pertanto tutti, con lucidità e con coscienza vigile, indaghino sempre sul significato della testimonianza: “questo è un mestiere possibile solo se non si hanno amici.”

silvia berruto

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