Archivio per giugno 2016

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Giu
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Profugo da profugere: cercare scampo

0_SEI NATO SULLA TERRA? ALLORA NON SEI CLANDESTINO

Dedicato

a

tutte le bambine e a tutti i bambini del mondo,

profughi

Con quali occhi potremo ancora guardarvi

su questa terra che qualcuno s’è decisa

proprietà privata

perché se è vero che siamo tutt* sulla stessa barca

noi però

non abbiam dovuto nuotare

per guadagnarci

la libertà

della libera circolazione

e

del vivere

anzi

io,

istruttrice di nuoto

e di salvamento

brevettata,

ANNEGO

nell’impotenza

del non potervi

neppur

empatizzare

nonostante

il mio lungo interminabile abbraccio

del lottare di tutti i giorni

ché

nessuno è libero

se non tutti sono liberi

allora

LIBERA TUTTI !

–  20 giugno 2016 –

Invocando anche un Christeau reperibile e disponibile

Ex trait da  “Di sola andata”, SB, 2016

GIORNATA MONDIALE DEL RIFUGIATO

 

 

 

https://www.unhcr.it/

 

http://www.gmm.migrantes.it/pls/siti/v3_s2ew_consultazione.mostra_paginat?id_pagina=2698&target=0

http://www.swissinfo.ch/ita/giornata-internazionale-del-rifugiato_65-3-milioni-di-profughi-nel-mondo—mai-cos%C3%AC-tanti–secondo-l-unhcr/42238840

http://www.gdc.ancitel.it/oggi-giornata-mondiale-del-rifugiato-nel-2015-record-di-persone-in-fuga/

12
Giu
16

Il culto del duce e l’arte del consenso. Studio preparatorio per una mostra improbabile

ITALY, LOMBARDIA, GARDASEE, SALO’

 

“Ognuno vede ciò che sa” insegnava il maestro Bruno Munari.

E questo è il concetto base, il Leitmotiv, e la metodologia agiti per osservare, analizzare e decostruire, per ricostruirne il senso, oltreché per recensire l’esposizione su “Il culto del duce e l’arte del consenso, nei busti e nelle raffigurazioni di Benito Mussolini”, inaugurata a Salò, lo scorso 29 maggio.

L’inaugurazione non era ad entrata libera ma a inviti.

Per una mostra pubblica, realizzata in uno spazio pubblico, il MuSa (Museo di Salò), finanziato anche con le tasse della cittadinanza salodiana.
Una esposizione della durata di un anno il cui finanziatore-promotore unico sarebbe un privato che avrebbe sborsato per l’operazione “culturale” 24.000 euro.

53 (sono) le opere esposte come risulta dall’elenco opere allegato  che, con la locandina della mostra e una scheda di sintesi componevano la cartella stampa per i giornalisti.

Un solo s-oggetto, il duce, interpretato per 53 volte.

I pezzi – busti, ritratti, una maschera – sono le opere scultoree (35) a cui si aggiungono, in una seconda sala, in una confusione ordinata con la mostra preesistente sulla RSI curata dal professor Roberto Chiarini, le raffigurazioni del duce (18): bozzetti in cartoncino, xilografie, dipinti, incisioni, ceramiche realizzati da alcuni artisti e da autori non noti.

Le opere sono esposte, en juxtaposition, per accostamento.

Il filo conduttore, se c’è, non è dichiarato e non lo si intravvede neppure in senso meta-artistico.

L’esito della mostra risente non solo della ripetizione mono-tematica e, dunque, mono-tònica del soggetto, sempre lo stesso, ma soprattutto dell’assenza di un compendio e di una sinossi necessari per un’adeguata fruizione delle opere esposte.

L’apparato esplicativo è assente, e insufficienti sono i contenuti dei testi dei pochi pannelli

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sui quali il con-testo valoriale del curatore si sovrappone all’aspetto informativo.

Per esemplificare: non c’è un profilo biografico del duce.
Non c’è una cronologia di insieme.
Non c’è un catalogo di tutte le opere con debita descrizione, datazione e attribuzione delle stesse.
Per alcuni pezzi esposti non esiste un autore: sette sono le opere anonime.
Il generico e l’indistinto si impongono sull’aspetto scientifico.
Impossibile comprendere il target di pubblico a cui si rivolgerebbe la mostra.

Una domanda, retorica, sorge spontanea. Serve uno studio preparatorio per una mostra, così potrebbe essere definita questa operazione, alquanto verosimile negli intenti come negli esiti, meta-artistici e non?

Ma se l’immagine, notazione teorica, afferma se stessa e se il significato del s-oggetto esposto è pura autoreferenzialità, il senso dell’operazione totale si invera e si esaurisce nell’effetto subliminale assolutamente raggiunto.

Se non fosse che “chi vede ciò che sa” esce da questa mostra con un senso di nausea reale e non abbocca all’esca de “il lungo viaggio attraverso il fascismo”.

Se l’effimero è la cifra dell’inutilità della “vision delle opere esposte in questo studio preparatorio per una mostra, l’arte del consenso non è altro e niente di più che un mero modo di dire.

Due errori metodologici sono da segnalare.

Il primo. La scelta del periodo espositivo inizialmente fissato dal 28 maggio 2016 al 28 maggio 2017.
Ricordo per il pubblico internazionale che il 28 maggio è la data della strage di Piazza Loggia avvenuta Brescia, che è a circa 25 chilometri da Salò, il 28 maggio 1974 durante una manifestazione antifascista unitaria di protesta per dire un NO forte all’ondata di violenze in atto a Brescia e in provincia. La matrice dell’eversione nera della strage è stata acclarata dalla sentenza del processo: sono stati condannati all’ergastolo il 22 luglio 2015 Carlo Maria Maggi (ex leader di Ordine Nuovo) e Maurizio Tramonte (informatore del Sid ai tempi della strategia della tensione).
Il processo per la strage di Piazza della Loggia è l’unico processo per strage ancora aperto in Italia.
A seguito delle contestazioni e dell’indignazione allargata la mostra si terrà dal 29 maggio 2016 al 29 maggio 2017.

Ha chiesto di intervenire al Questore e al Prefetto di Brescia, con una lettera aperta, il segretario provinciale di Rifondazione Comunista Attilio Zinelli che parla di operazione politica.
Il Comitato Provinciale di Brescia dell’ANPI (associazione nazionale Partigiani d’Italia) ha inviato al Prefetto, al Questore, al Sindaco di Salò, ai deputati e ai senatori bresciani, alle/ai rappresentanti delle istituzioni democratiche e alla cittadinanza, una lettera aperta.

I manifesti di promozione affissi a Salò portano i segni evidenti, e imbarazzanti, delle correzioni delle tre date, non effettuate sulla locandina presente nella cartella stampa preparata per i giornalisti.

DSC_8991_PANO

Il secondo errore, un’idea di rara sensibilità, umana “culturale” e “storica”, sarebbe (stata) la proposta del “Momento musicale con il Violino della Shoah della collezione Le Stanze, per la Musica di Carlo Alberto Carutti (in comodato presso il Museo Civico di Cremona) Daniele Richiedei, violino”

All’inaugurazione della mostra la maldestra provocazione del Violino della Shoah non ha fatto scempio della memoria di chi è stato eliminato, in soluzioni finali e non, dal mortifero connubio fascinazista.

Ho raggiunto telefonicamente il Professor David Elber, storico e presidente dell’associazione Italia-Israele di Brescia, presente all’inaugurazione (alla cui intervista, di prossima pubblicazione, rimando).
L’accostamento del Violino della Shoah con questa rassegna, così la definisce Elber, è fuori contesto e “non ne ho visto proprio il nesso.”
“Per come è stata è stata allestita, questo è proprio un mio giudizio, questa rassegna non ha molto senso fatta così come è, perché è completamente decontestualizzata da quello che è l’andamento storico del fascismo soprattutto poi nel periodo della repubblica sociale. Non ci sono didascalie, non c’è nulla che faccia comprendere alle persone che decidono di andare a vedere questa mostra cosa è stato effettivamente il fascismo.”
Alla domanda sul perché dell’accostamento del violino della Shoah alla mostra il curatore Giordano Bruno Guerri non ha dato risposta.
Il Sindaco, con una forma di equilibrismo senza eguali, avrebbe detto che voleva essere “un omaggio ai caduti della Shoah”

Inaccettabile infine il costruzionismo del setting a quattro: un’ipotetico pot-pourri di frasi estrapolate ad hoc fra quattro partecipanti: due partigiani, Agape Nulli Quilleri e Aldo Giacomini, e due (filo)fascisti che sarebbero, mi dicono fonti accreditate, Peppo Cinquepalmi della Xa Mas e Fiorenza Ferrini, ausiliaria della Guardia Nazionale Repubblicana.
A fronte di queste frasi estrapolate da non si sa quale documento (non è dato saperlo poiché non ci sono gli estremi in mostra per risalire a queste “interviste”) rimando in proposito al documento dvd La libertà costa cara molto. Volti e voci della Resistenza bresciana, Avisco, Brescia, 2011 in cui Agape racconta il suo rifiuto di alzarsi in piedi e di fare il saluto fascista a scuola di fronte al preside e ad Aldo Giacomini al quale si deve il titolo del documento storico citato.

Al Sindaco Giampiero Cipani, che durante l’inaugurazione ha parlato di immagini “molto affascinanti, molto intriganti, culturalmente soprattutto di altissimo livello storiografico” e ha ringraziato Giordano Bruno Guerri, il curatore della mostra, per il coraggio “perché ci vuole anche coraggio per fare queste cose”, invio l’espressione accorata del mio più assoluto dissenso.
Al curatore dell’operazione, Giordano Bruno Guerri, che ha dichiarato che “la grande novità del fascismo fu avere introdotto e imposto il concetto di politica come religione” per cui “l’idea politica non era più un’opinione, quindi discutibile, l’idea politica doveva essere una fede assoluta” rispondo che “il fascismo non è un’opinione, ma un crimine”.

E ancora.

NOI, parenti di uomini che hanno restituito la tessera al fascio, sorelle e fratelli di chi è stato violentato e ucciso nei campi di sterminio, non sappiamo che farcene di studi preparatori per una mostra improbabile come questa o per una futura mostra sull’arte del consenso al duce, alias Benito Mussolini.
In tempi di guerre planetarie è giunto il momento di farla finita con la violenza culturale, politica e strutturale.
Se la resistenza oggi è la nonviolenza, la liberazione è il disarmo.
Ognuno a partire da se stesso.

Infine la mia frase di controinformazione su Italo Calvino dalla prefazione del 1964 de Il Sentiero dei nidi di ragno, ancorché discussa e discutibile:

“Anche in chi si è gettato nella lotta senza un chiaro perché, ha agito un’elementare spinta di riscatto umano, una spinta che li ha resi centomila volte migliori di voi, che li ha fatti diventare forze storiche attive quali voi non potrete mai sognarvi di essere.”

 

Silvia Berruto, giornalista contro il razzismo

 

© Copyright Photo Silvia Berruto, Salò, maggio 2016

® Riproduzione riservata

– continua –




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