Archivio per maggio 2009

30
Mag
09

CACCIA AL CACCIA! DICIAMO NO agli F35

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http://www.peacelink.it/campagne/index.php?id=82&id_topic=37


ControllArmi

30
Mag
09

Inaugurata la nuova biblioteca di Portese

Per la collettività un importante momento di democrazia attiva

A Portese, San Felice del Benaco (Lago di Garda), sabato 23 maggio e domenica 24 si sono svolti due giorni di festeggiamenti dedicati all’inaugurazione della nuova biblioteca.
Una festa.
Della cultura.
Della lettura e del protagonismo soprattutto di piccoli lettori.
Ma anche di adulti: in biblioteca si sono dati appuntamento lettori dai tre anni ai novantaquattro anni. Per una festa della democrazia partecipata, condivisa, organizzata e agita, anche dal basso. Per l’inaugurazione della nuova biblioteca, sita in via Chiusure 10, tutta la comunità ha unito le forze e ha collaborato con il preciso intento di preparare un evento, assolutamente riuscito, atteso da molti anni.
Hanno partecipato all’importante momento circa 130 cittadini tra cui 30 piccoli lettori, dai tre ai sette anni, che, insieme quattro maestre e ad una genitrice, hanno eseguito alcune letture collettive nelle tre nuove accoglienti e luminose sale di lettura.
Nella prima sala, dedicata alla fascia di età prescolare, arredata con mobili e accessori dedicati, le maestre Federica Manni e Lucia Magagnini insieme ad una mamma hanno letto e interpretato, per e con 12 piccoli lettori e con altri genitori-spettatori, alcuni libri in cui la parte grafica, preponderante rispetto al testo scritto, si prestava bene ad una lettura compartecipata.
Nella seconda sala la maestra Valeria Paruta ha letto a otto bambini e ad una genitrice sei testi proposti dalle mamme e scelti poi dai bambini.
Nella terza sala la maestra Grazia Cocchi ha letto, insieme a 5 piccoli lettori e a quattro genitori, libri tra i quali ve ne erano alcuni dal finale aperto e, tratto dalla serie di libri sulle principesse, La principessa Belbigné e il principe Pennello della scrittrice Silvia Roncaglia.
Un momento importante per la collettività.
Per l’esercizio della democrazia attiva come ricorda, estratto “Del libro e del leggere” Viaggio tra narrativa e saggistica percorso di letture proposto dall’assessorato alla Cultura e dalla Biblioteca comunale domenica 24 maggio, un passo di Augias: “I libri sono per loro natura strumenti democratici e critici: sono molti, spesso si contraddicono, consentono di scegliere e di ragionare”.
Parole importanti e significative sono state pronunciate negli interventi istituzionali dell’Assessora alla Cultura Elena Lombardi, che chiude fra pochi giorni il suo mandato decennale e del Sindaco Gianluigi Marsiletti per una cerimonia sobria, essenziale e intellettualmente onesta, non di occasione, considerata l’attuale congiuntura storica che vedrà impegnati Portese, San Felice del Benaco e Cisano, ora in piena campagna elettorale, nelle elezioni comunali, provinciali ed europee che si svolgeranno sabato 6 e domenica 7 giugno.
“Per me la soddisfazione è quella di vedere un riutilizzo di un immobile comunale che va a riempire un polo dell’infanzia e della gioventù, visto che c’è il micronido” (a fianco della biblioteca è situato il micronido, ndr) ha affermato il Sindaco Marsiletti.
L’Assessora alla cultura Elena Lombardi, emozionata, ha detto: “Sono non felice, molto di più, di essere adesso e di essere qui ad inaugurare questa biblioteca perché l’abbiamo portata in quella che era la sua sede naturale, accessibile a tutti, con spazi interni ed esterni la cui destinazione d’uso è ancora lasciata in eredità alle prossime amministrazioni oltre alla intitolazione della biblioteca.”
Numerosi sono stati i ringraziamenti rivolti alla comunità di San Felice.
Alla figura centrale della biblioteca, ovvero la sua bibliotecaria, Maria Mele, a Virginio Soffiantini collaboratore della biblioteca, il signor Verzeletti che con un amico il signor Pietro Mantovani e il figlio Dario hanno svuotato scatoloni e sistemato numerosi testi, ai signori Francesco e Clara per lo smistamento, la catalogazione e il riordino dei libri, a Gualtiero Loffi, ai membri della commissione della biblioteca dalla presidente Carmela Bortolotti, agli operai del comune e al personale dell’ufficio tecnico.
Il taglio del nastro, effettuato da due giovani lettrici “simbolicamente utenti ideali della biblioteca” come le ha definite l’Assessora Lombardi, si è svolto sullo sfondo delle note di “Fratelli d’Italia” , che ha suggellato l’unione della collettività stretta in un silenzio alto e commosso, nell’esecuzione della banda Sinus Felix.
Una merenda equo-solidale per i piccoli e un rinfresco, curato da la Strada dei Vini e dei Sapori del Garda, per gli adulti, hanno corollato il pomeriggio di festa.
All’interno della biblioteca è stata allestita l’esposizione di opere grafico-creative dell’artista Chiara Castellini.
Domenica 24 maggio c’è stata l’apertura straordinaria della biblioteca ed è stato proposto un reading intitolato “Del libro e del leggere. Viaggio tra narrativa e saggistica” con gli attori Edi Gambara e Piero Domenicaccio col commento musicale delle virtuose Elena Baronio e Erika Giovanelli del Duo Franco Margola.
Ancora i gusti del territorio sono stati proposti in un rinfresco sempre a cura de la Strada dei Vini e dei Sapori del Garda.
Il sapore della democrazia si può gustare apprezzando, in tempo di pace, lo stupore sui volti di trenta piccoli lettori grazie alla lettura.
Buona democrazia a tutti.

da Portese
San Felice del Benaco
Lago di Garda
23-24 maggio 2009
Silvia Berruto

Biblioteca Comunale – Via Chiusure, 10 – Portese – Tel/Fax 0365/559436 – biblioteca.sfelice@libero.it

il taglio del nastro a cura di due giovani lettrici con l’Assessora alla cultura Elena Lombardi e il Sindaco Gianluigi Marsiletti
Portese 23 maggio 2009
C – Photo Silvia Berruto

30
Mag
09

GIULIANA SGRENA

Il video di presentazione di Giuliana Sgrena, candidata alle elezioni Europee per SINISTRA E LIBERTA’.
La giornalista spiega le ragioni che l’hanno spinta ad accettare la proposta di candidatura.

Riprese: Christian Richichi
Regia: Gianfranco Mascia

su
http://www.sltv.it/
Video Candidature Sinistra e Libertà

su
http://www.youtube.com/watch?v=eaBFLOG_A5o

27
Mag
09

La Rabbia di Pier Paolo Pasolini per Informazione Valle d’Aosta


La Rabbia di Pier Paolo Pasolini
Il film di Giuseppe Bertolucci ha aperto FrontDOC 2009

La proiezione del film La rabbia di Pasolini, ricostruzione della versione originale del film di Pier Paolo Pasolini, per la regia di Giuseppe Bertolucci, ha aperto martedì 5 maggio scorso, la seconda edizione di FrontDoc.
Nel 1963 una produzione italiana incaricò Pier Paolo Pasolini di realizzare un film documentario partendo dal repertorio dei cinegiornale di “Mondo libero” conservato presso l’Istituto Luce e su materiali reperiti in Cecoslovacchia, Unione Sovietica e in Inghilterra.
Questa la base per restituire la sua analisi, lirica e polemica, sul mondo moderno, dalla Guerra Fredda al Miracolo economico, con un commento di una voce in poesia di Giorgio Bassani e di una voce in prosa di Renato Guttuso.
Pasolini si pose come scopo quello di lavorare sui materiali d’archivio dando alla forma dei cinegiornale, che Bertolucci definisce come la forma più bassa di documentario, una dignità poetica.
Il film è, senza dubbio, un atto d’accusa: “Duro, durissimo!” sottolinea Luciano Barisone, direttore di Front Doc, nella presentazione del film: cifra dello stile, dei contenuti e della vis polemica dell’autore.
Il produttore di allora, Gastone Ferranti, intimorito dalla fama di Pasolini e preoccupato dalle possibili reazioni politiche, alla ricerca di un’improbabile par condicio, si direbbe ora, decide che una voce sola, così orientata a sinistra, non sarebbe andata bene. Sceglie quindi di affiancare a Pasolini “una sorta di contraltare cattolico, di centro destra, lo scrittore Guareschi ” precisa Luciano Barisone.
Il film nasce così con due voci, con due anime.
Pasolini all’inizio è riluttante ma poi accetta, anche se parte del materiale che aveva preparato per il suo progetto viene tagliata.
Ben 16 minuti. Saranno ricostruiti filologicamente, a partire da indicazioni testuali precise e dalle immagini corrispondenti nella collezione di “Mondo libero” per quello che Tatti Sanguineti definirà un film “respinto, snaturato, dimezzato.”
Il film esce.
A distanza di anni appare in tutta la sua evidenza la differenza fra la parte di Pasolini e la parte di Guareschi della quale è evidente la forza poetica e la forza polemica
Nel 2006/2007 Bertolucci, che già si era cimentato in un altro lavoro legato a Pasolini (Pasolini prossimo nostro, 2006) ricostruisce il film aggiungendovi proprie dichiarazioni e altri materiali.
Il film da un dittico diventa un’opera più complessa, con più sfaccettature.
A questo punto Barisone legge al pubblico la dichiarazione di Bertolucci.
“Il caso ha voluto che negli ultimi anni io mi sia occupato di alcuni giacimenti pasoliniani [… ] – prima fra i reperti di Salò contenuti nell’archivio del giornalista Gideon Bachmann – “e ora lavorando alla ricostruzione della versione originale di uno dei film più inquieti e inquietanti e controversi della nostra storia: La rabbia del 1963.
Ancora una volta, anche a distanza di trenta o quarant’anni, Pasolini ci sorprende con una delle sue più spericolate performance metalinguistiche.
L’idea di rivisitare il genere cinegiornale, il più basso, il più esposto alle peggiori derive qualunquistiche, e di sporcarsi le mani in quel letamaio per estrarne le pietre preziose di alcune straordinarie immagini, di cambiarlo di segno inventandosi un irripetibile prototipo di poema dell’attualità, solo Pasolini poteva arrivare a tanto” e solo “quei meravigliosi anni Sessanta” potevano consentirgli di fare.
“Per questo ci sembrava assolutamente necessario provare a restituire al progetto pasoliniano la sua fisionomia originaria, sottraendolo alla problematica coabitazione con gli episodi di Guareschi e ricostruendo la parte iniziale, alla quale aveva dovuto rinunciare per fare posto, appunto, ad un inquilino quanto mai scomodo e disomogeneo.”
Bertolucci ricostruisce con Tatti Sanguineti i primi sedici minuti della versione originale del film.
Non c’è più la parte di Guareschi, e questo è sicuramente un ottimo risultato filologico, oltre che politico.
La rabbia di Pasolini è appassionata, disperata, sincera e tormentata dal presente e dal futuro. E’ una via d’uscita dallo status quo assai lontana da quella di Guareschi, che invece, sappiamo essere assolutamente reazionaria.
I sedici minuti del film si aprono con i funerali di De Gasperi e si chiudono con l’inizio delle trasmissioni televisive: due segni emblematici ed epocali “dei quali Pasolini riesce a leggere tutta la valenza epocale e tutta la terrificante potenzialità.”
Nell’opera aperta, come la concepisce lo stesso Bertolucci, il regista ha inserito anche alcuni esempi, tratti dai cinegiornali definiti, dallo stesso Bertolucci, come delle armi improprie del linciaggio mediatico di cui Pasolini fu oggetto all’inizio degli anni Sessanta .
“Ci sembrava interessante (e una forma di risarcimento dovuto) – afferma Bertolucci – provare a restituire, dopo tanti anni all’opera di Pasolini i connotati dell’originale.
Partendo dal testo del poeta e dalla collezione di “Mondo libero” abbiamo comunque lavorato alla ricostruzione (o meglio alla simulazione) di quella prima parte mancante e la presentiamo, naturalmente con beneficio di inventario, al pubblico di oggi.”
Imperdibile.
E cult per molti di noi.

Silvia Berruto

La rabbia di Pier Paolo Pasolini
Aosta 5 maggio 2009
C – Photo Silvia Berruto

19
Mag
09

Comment – Inchieste su via MalFatti 43

LE REGOLE SI OSSERVANO
NON PERCHE’ SI HA PAURA DELLA SANZIONE
MA PERCHE’ SI CONDIVIDONO

19
Mag
09

Le inchieste su Via MalFatti 43

Via MalFatti 43
Giovedì 14 maggio 2009
ore 12.37.04

14
Mag
09

Le inchieste su Via MalFatti 43


Qui Little Aost vi parla Silvia Berruto.
Parte con questa immagine una delle migliaia raccolte dalla fotoreporter la restituzione delle indagini su Via MalFatti a cui tutti siamo legati in senso non metaforico.
Una lettera anonima è stata ritrovata ieri sera verso le 22,08 a Via MalFatti 43.
La pulizia indaga.
Inutilmente.

Anche stamattina la stessa copia della lettera anonima è stata ritrovata su un bidone della spazzatura con buone probabilità, dato lo stile, affisso degli stessi della Banda dei Noti Anonimi.
Infatti a parte alcuni capofabbricato ben noti per la loro attività contro le regole, per il negazionismo della democrazia e per le ripetute richieste di fiducia per far passare le loro interessate mission, la gente del quartiere che è di livello culturale elevato, ha eliminato più volte le copie della lettera apocrife o ipocrite?
Vedete voi.

Segnalo come esempio di buona pratica il contenuto di questa lettera anonima e per l’alto senso civico in essa contenuto.
Da cui non si può che dissociarsi completamente

Più tardi la foto del cassonetto …

con grande distanza
Silvia Berruto

13
Mag
09

NON CI STO! Appunti per un mondo migliore

NON CI STO!
Appunti per un mondo migliore

parte terza

“Dov’è lo sbaglio di ognuno” si chiede Pietro Ingrao domandandosi “Perché siamo minoranza?
Tutti dovremmo saper dire, quotidianamente, “non ci sto” anche se un’opposizione allo status quo, ai modi e modelli dominanti, implica l’accettazione che il prezzo da pagare è la conseguente condizione dell’essere minoranza.
Nella suddivisione, puramente pratica, che ho impiegato per la frequentazione, analisi e restituzione della lettura di Non ci sto, in quello che più che un titolo dell’ultima sezione del libro, potrebbe essere piuttosto un mònito collettivo all’azione, dopo un’imprescindibile rivisitazione di quanto è stato fatto e di quanto è stato omesso, ecco che, in fine, si pone un’ultima provocante e intrigante quaestio, dalla quale nessuno può prendere le distanze: “I nostri errori, i nostri compiti” che davvero inchioda ognuno al proprio dovere, al sapere, al saper essere e al saper fare.
Ovvero al proprio modo e stile di vita.
Se Ingrao riconosce a Zanotelli più fiducia, dovuta anche, dice, forse all’aiuto delle fede, egli ci mette dentro, per sè, “delle grandi sconfitte.”
L’intellettuale si domanda quanto contiamo tutti noi sulla finanza mondiale, se “ci metteremo mai d’accordo?”, se “ci parleremo ancora?”, se “ci incontreremo per fare qualcosa di concreto su come si influisce, per esempio, sull’andamento delle borse.”
Ingrao, critico nei confronti della sinistra, mette l’accento su uno degli aspetti più complessi e problematici di oggi: il non ragionare sul dopo.
“Io ho sbagliato sulla questione della libertà, sullo stalinismo, sulla questione dell’Unione Sovietica – dice Ingrao – e ci ho messo anche tempo a capirlo, parecchio tempo. E poi su molte altre cose.
… Ho fatto una battaglia in seno al mio partito sulla questione del dissenso, per rivendicare il diritto nel partito comunista a dissentire.
Fu la battaglia dell’undicesimo congresso, e forse non è stato il peggio della mia vita ma come stavo indietro, quanto ero lontano dal capire fino in fondo la tragedia del comunismo.
… lo sbaglio è stato storico ed è venuta la sconfitta.
“Oggi (e ricordo che questa conversazione tra Ingrao e Zanotelli è del 2002, ndr) il problema è di come le forze sociali riprendano a costruire “una strategia e un modo di combattere” per spostare il potere degli antagonisti e per non rischiare di restare “dei profeti disarmati, di non decidere mai nulla.”
Zanotelli risponde a Ingrao mettendo in evidenza quanto il limite non stia tanto nell’aver commesso degli errori quanto nel non riconoscerlo.
Alla Chiesa Zanotelli chiede di sbarazzarsi dai legami dal sistema, di essere povera per parlare o, altrimenti, di rimanere zitta.
“Siamo all’inizio dell’inizio dell’inizio” aggiunge.
Si dice pessimista, contrariamente a quanto di lui aveva detto Ingrao, e fiducioso nel fatto che che si deve prendere coscienza collettiva che “o ci salveremo insieme o insieme distruggeremo tutto.”
… Nella nostra Italia ci sono della forze di base stupende”: l’importante è dare inizio ad un processo che trasformi la società civile in un movimento, in un soggetto politico che abbia un proprio manifesto.”
Dovunque.
E il soggetto politico deve partire dalla base.
“Tutti noi conosciamo il dramma di vivere sotto il governo Berlusconi, che ringrazio comunque di una cosa: ci ha ricordato che sta lì per fare affari ed è per questo che aveva trattenuto a sé il Ministero degli Affari Esteri, per ricordare alle ambasciate che il loro compito era fare affari. Andreotti, che ha fatto così bene il Ministro degli esteri, faceva fare grandi affari alle nostre imprese.
Scordiamoci la cooperazione.”
[…]
Zanotelli invita tutti ad imparare prospettive politiche nuove e a fare pressione sulle istituzioni, dal basso, appunto.
Alla società civile Zanotelli chiede tre cose: “l’utilizzo di processi democratici, la trasparenza, la nonviolenza attiva.”
Ai consumatori chiede di unirsi per un consumo critico e per un risparmio responsabile: un potere che si deve imparare ad usare bene.
“Mettete che un’intera provincia decida di ritirare i soldi da quelle banche connesse con la mafia e con le industrie belliche, troverete i direttori a piangere davanti al presidente della provincia o della regione promettendogli di cambiare l’etica del loro lavoro.”
E chiude citando uno degli ultimi messaggi di Berlinguer che richiamava ad una “sobrietà di vita.”
A questo punto Ingrao dice del suo dubbio, che non estrapolo né sintetizzo, ma rimando alla lettura filologica del testo.
Assolutamente necessaria.
Sino alla conclusione in cui Ingrao dice che “Non furono solo errori tattici e politici a sconfiggere il progetto Moro-Berlinguer, ma direi che fu la conclusione del secolo che non voleva fare questo grande passaggio sociale e decise di fermarsi lì.
Poi le cose precipitarono e in Italia si è arrivati ad una brutta restaurazione.”
Segue un excursus su Castro, sugli americani e sul Partito Comunista.
“Comunque in quegli anni c’era tutta una discussione su dove stava andando il mondo, ma gli americani avevano già vinto la battaglia.”
Cominciò allora il dibattito sulle ragioni della sconfitta e su che cosa doveva essere il partito comunista.
“Io sperai fino all’ultimo, non dico in un cambiamento di linea col PCI, ma che almeno fosse possibile una dialettica interna pubblica, aperta in cui c’era un’opposizione e chi dirigeva.
Invece no.
Ne discussi a lungo con Occhetto però non avevo capito.
Lui aveva già decido di chiudere Botteghe Oscure.
Infatti adesso stanno a via Nazionale.”
Si chiuse così.
Ma era la crisi.
Del mondo.
A questo punto interviene di nuovo Alex Zanotelli per la conclusione.
“Le nuove speranze vengono – sostiene Alex – dalla società civile, nelle associazioni, in questo tessuto ” perché Alex condivide quanto affermato da Pietro e cioè che il capitalismo è caduto nelle mani di pochissime persone.
“Praticamente abbiamo trecento famiglie al mondo che decidono tutto. Tre di queste, tra cui la famiglia di Bill Gates, possiedono l’equivalente in soldi del prodotto nazionale lordo annuo di 48 stati africani che rappresentano 600 milioni di persone. E’ questa la tragedia, che neanche noi decidiamo più nulla!!
E quando Zanotelli domanda perché 40 milioni di individui muoiono aggiunge: “non posso sentirmi dire che non è possibile modificare questo sistema. Chi afferma che non si tocca il mercato dice una balla, una bestemmia.”
Di nuovo mi tornano in mente le parole di Alex.
“Non abbiamo più futuro.
E’ questo che rende il nostro momento storico più grave del ’38.
Ritorna una parola: la resistenza.
Tutti dobbiamo dire, in questo momento, “non ci sto”.
E poco prima, solo qualche riga prima, poco sopra, Alex si poneva la domanda:
“Come è possibile che si riesca a concepire una legge come la Bossi-Fini.
Come si può tornare così indietro?”

Proprio in questi giorni abbiamo visto come si possa tornare ancora più indietro.
L’Italia, una parte di essa, per decisione del governo, respingendo gli immigrati non assicura, tra gli altri, il diritto di asilo politico.
In piena violazione dei diritti umani.
Io NON CI STO!

Silvia Berruto

07
Mag
09

IL SOL DELL’AVVENIRE. Al FrontDOC 2009

Gianfranco Pannone presenta Il Sol dell’avvenire.
A sinistra Luciano Barisone
Aosta – 6 maggio 2009
C – 2009 Photo Silvia Berruto

IL SOL DELL’AVVENIRE
Al FrontDoc 2009
Rencontres documentaires de la Vallée d’Aoste


Un film documentario per documentare “una delle radici del brigatismo rosso, quella del marxismoleninismo e del giustizialismo cattolico di cui è intrisa la cultura politica di Reggio Emilia.
“I film dovrebbero parlare da soli. Però mi sento sempre in dovere di presentare questo film.
[…]
In questo paese la sensazione è che quando si tocca una ferita aperta – e gli anni Settanta rappresentano anche una ferita aperta ma sono anche uno straordinario decennio – il nostro paese reagisce sempre male, secondo me perché l’Italia non fa i conti con la propria storia.”
Così Gianfranco Pannone spiega il paese Italia che non cresce.

Ieri, mercoledì 6 maggio, Giovanni Fasanella era ” a presentare il film a Brescia – segnala Pannone – in un dibattito che sarà molto delicato, anche interessante, con l’associazione delle vittime, visto che Brescia è una delle città che ha visto una delle pagine più brutte di quegli anni … Piazza della Loggia … “

Il film è liberamente tratto da Che cosa sono le Br, libro-intervista che Giovanni Fasanella ha pubblicato nel 2004, per i tipi della Rizzoli, insieme ad Alberto Franceschini, uno dei testimoni del film.

” E’ un libro importante dal quale, quasi da subito, io e Giovanni c’eravamo proposti di fare un film” dice Pannone sottolineando come in progress prevalse poi l’idea dello stesso regista, convinto assertore del lavoro sui microcosmi e sul territorio piuttosto che del lavoro su argomenti in generale, di concentrarsi su Reggio Emilia” concepita come uno dei personaggi importanti del film.

Il paesaggio, così importante per Pannone, urbano o rurale che sia, è, nella sua Weltanschauung, un soggetto che può raccontare la storia di un territorio molto di più di quanto possano le parole.
Per raccontare questa città, che è anche una città che “toccare è un po’ tabù”, afferma Pannone, e lo è proprio per la sua storia importante.
Reggio Emilia è uno dei luoghi in cui c’è stata una delle lotte più cruente contro i nazifascisti e dove c’è stata una presenza comunista significativa e molto forte rispetto ad altre regioni italiane.

Pannone e Fasanella, per realizzare il film, hanno dovuto superare il vaglio di tre commissioni, sotto i governi di centro destra e di centro sinistra.
“La terza volta siamo passati con la metà del budget” conclude, con una certa “fatica”, Pannone.

Il primo dossier (scritto) era centrato più su Franceschini. Poi furono inseriti altri testimoni importanti perché ai due autori interessava che nel film fossero presenti non solo ex brigatisti ma anche esponenti del partito, del sindacato, del mondo cattolico e della storia e della politica collettiva del luogo.

“Un film documentario non smette mai di crescere” afferma Pannone – concetto assolutamente condivisibile – aggiungendo la fatica di far comprendere alle televisioni e al ministero come sia una risorsa, e non un tradimento del film, l’aggiungersi (come è stato in questo caso) di nuovi testimoni.

“Volevo dare l’idea di questa città un po’ ovattata … anche ricca, vivace e simpatica ma in realtà che nasconde un po’ la sua storia, che fa fatica a fare i conti con la sua storia e quindi preferisce un po’ anche nasconderla.”

Inusuale, infatti, è la rappresentazione della città, con le sue strade stranamente deserte (il film è stato girato in un periodo estivo in cui la città è un po’ meno affollata del solito) tanto da dare un senso di sospensione, assai consono e davvero utile per restituire lo stato d’animo che Pannone ha provato nei confronti della città, durante il lavoro di ricerca, preliminare alle riprese del film.

L’Italia non ha ancora affrontato e tanto meno risolto, collettivamente, molti degli avvenimenti della sua storia.

Così, più che mai, Il sol dell’avvenire è un documentario importante.
Forte.
Necessario.
Per ricercare.
Per riflettere.

Comunque per comprendere, provando ad andare oltre la censura, l’oblìo e le innumerevoli forme di qualunquismo ormai così diffusi e, talvolta, sapientemente indotti.

Per recuperare, per chi la conosce, ma per imparare, per chi la ignora, una metodologia della ricerca – anche storica – oltreché per assumere il dovere della riflessione, o forse più banalmente, una metodologia di indagine speculativa, che comprenda l’ascolto, necessario e indispensabile, di tutti i testimoni: anche di quelli scomodi.
Scomodi per tutti.

L’Italia, per riferirsi solo all’ultimo secolo del millennio scorso, ha ancora molte questioni in sospeso con la storia.
A buon pro di alcuni.
Forse di troppi.

“L’associazione dei parenti delle vittime ha espresso un giudizio ben diverso da quello del ministro Bondi” precisa Pannone.
“E’ un film che può anche irritare perché non c’è un’idea lombrosiana dell’ex brigatista rosso.
Ritengo che le brigate rosse non siano scese da Marte e, ahimè, facciano parte dell’album di famiglia, come diceva Rossana Rossanda.”

Il film irrita.
Sicuramente.
Ma per tutto quanto non è stato ancora risolto.
Non per altro.

E per l’onestà intellettuale che tutti dobbiamo agire
come forme di resistenza, di attivismo e di lotta attiva
necessari
per la ricerca delle verità,
dalla quale nessuno è escluso

battiamoci allora
da cittadini.
per sapere.

per esigere di avere tutti gli elementi
per poter scegliere
e per ridurre, fino a cancellare, lo spazio d’azione di eventuali manipolatori e depistatori dei fatti

per una giustizia più giusta
davvero uguale
per tutti


Silvia Berruto

06
Mag
09

LA RABBIA DI PASOLINI. Al FrontDOC 2009

LA RABBIA DI PASOLINI
Al FrontDOC 2009
Rencontres documentaires de la Vallée d’Aoste


La proiezione del film La rabbia di Pasolini, ricostruzione della versione originale del film di Pierpaolo Pasolini per la regia di Giuseppe Bertolucci, ha aperto ieri la seconda edizione di FrontDoc.
Luciano Barisone, curatore e direttore della rassegna, ha introdotto il film e ha letto una breve dichiarazione di Bertolucci.
“Il film è una storia curiosa” dice Barisone.
Nel 1963 una produzione italiana incarica Pasolini di lavorare su dei cinegiornali di “Mondo libero” con dei materiali raccolti, sempre sulla base di cinegiornali dati in Inghilterra e in Cecoslovacchia.
Pasolini si pone come scopo quello di lavorare quei materiali d’archivio dando a questa forma, che Bertolucci definisce la forma più bassa di documentario, una dignità poetica.
Il film acquista rapidamente il tono di un atto d’accusa: “Duro, durissimo!” sottolinea Barisone ma è cifra palese dello stile e del contenuto del film ancorché dello stile e della vis polemica dell’autore.
Il produttore di allora, intimorito dalla fama e dalla posizione nette di Pasolini e preoccupato dalle possibili reazioni politiche, alla ricerca di un’improbabile par condicio, decide che una voce sola, così orientata a sinistra, non sarebbe andata bene. Così decide di affiancargli “una sorta di contraltare cattolico, di centro destra, lo scrittore Guareschi “.
Il film nasce così con due voci, con due anime.
Pasolini all’inizio è riluttante ma poi accetta, anche se parte del materiale che aveva preparato per il suo progetto viene tagliata.
Il film esce.
A distanza di anni appare in tutta la sua evidenza la differenza fra la parte di Guareschi della quale Barisone dice “con tutto il rispetto per Guareschi, che è autore di una saga, diciamo così, catto-comunista fra Peppone e Don Camillo, anche piuttosto interessante e divertente, però fondamentalmente non ha la stessa forza poetica e la stessa forza polemica di Pasolini.”
Nel 2006/ 2007 Bertolucci, che già si era cimentato in un altro lavoro legato a Pasolini (Pasolini prossimo nostro, 2006), finge di essere Pasolini, ricostruisce il film e ci aggiunge sue dichiarazioni e degli altri materiali.
Il film da un dittico diventa un’opera più complessa, con più sfaccettature.
A questo punto Barisone legge la dichiarazione di Bertolucci.
“Il caso ha voluto che negli ultimi anni io mi sia occupato di alcuni giacimenti pasoliniani [… ] – prima fra i reperti di Salò contenuti nell’archivio di Bachmann – “e ora lavorando alla ricostruzione della versione originale di uno dei film più inquieti e inquietanti e controversi della nostra storia: La rabbia del 1963.
Ancora una volta, anche a distanza di trenta o quarant’anni, Pasolini ci sorprende con una delle sue più spericolate performance metalinguistiche.
L’idea di rivisitare il genere cinegiornale, il più basso, il più esposto alle peggiori derive qualunquistiche, e di sporcarsi le mani in quel letamaio per estrarne le pietre preziose di alcune straordinarie immagini, di cambiarlo di segno inventandosi un irripetibile prototipo di poema dell’attualità, solo Pasolini poteva arrivare a tanto” e che solo “quei meravigliosi anni Sessanta” potevano consentirgli di fare.
“Per questo ci sembrava assolutamente necessario provare a restituire al progetto pasoliniano la sua fisionomia originaria, sottraendolo alla problematica coabitazione con gli episodi di Guareschi e ricostruendo la parte iniziale, alla quale aveva dovuto rinunciare per fare posto, appunto, ad un inquilino quanto mai scomodo e disomogeneo.”
Bertolucci con Tatti Sanguineti ricostruisce i primi sedici minuti della versione originale del film.
Non c’è più la parte di Guareschi, e questo è sicuramente un ottimo risultato filologico, oltre che politico.
La rabbia di Pasolini è appassionata, disperata, sincera e tormentata dal presente e dal futuro: una via d’uscita, dallo status quo, così lontana da quella di Guareschi, invece, sappiamo (essere) reazionaria.
I sedici minuti del film si aprono con i funerali di De Gasperi e si chiudono con l’inizio delle trasmissioni televisive: due segni emblematici ed epocali “dei quali Pasolini riesce a leggere tutta la valenza epocale e tutta la terrificante potenzialità.”
Nell’opera aperta, come la concepisce lo stesso Bertolucci, il regista ha inserito anche alcuni esempi, tratti dai cinegiornali definiti dallo stesso Bertolucci come delle armi improprie, del linciaggio mediatico di cui Pasolini fu oggetto all’inizio degli anni Sessanta .
“Ci sembrava interessante (e una forma di risarcimento dovuto) – afferma Bertolucci – provare a restituire, dopo tanti anni all’opera di Pasolini i connotati dell’originale.
Partendo dal testo del poeta e dalla collezione di “Mondo libero” abbiamo comunque lavorato alla ricostruzione (o meglio alla simulazione) di quella prima parte mancante e la presentiamo, naturalmente con beneficio di inventario, al pubblico di oggi,”

Imperdibile.
Cult.

Silvia Berruto

Luciano Barisone presenta La rabbia
Aosta – Cinema De La Ville – martedì 5.05.2009
C 2009 – Photo Silvia Berruto




maggio: 2009
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