Archivio per febbraio 2009

26
Feb
09

Sussidiarietà e mutualismo: sinonimi di libertà e alternativa. Per un cambiamento reale.

Estratto di un incontro, più che un’intervista, con Vincenzo Linarello presidente del Consorzio GOEL e portavoce di Comunità Libere
Dedicato a Mario

Quale è la storia e quali sono le storie di Vincenzo Linarello, di GOEL e di Comunità Libere in sintesi?

È una domanda che ci tratterrebbe molto, rischia di farci saltare l’incontro di stasera. C’è una prima fase del nostro percorso, partita prima dell’arrivo di Monsignor Bregantini nella nostra diocesi, che è una fase di ragazzi di adolescenti che abbiamo messo su un gruppo che si chiamava gruppo Kàtistos che si occupava di nonviolenza, mondialità, faceva campi estivi con persone con handicap. Da quel percorso lì quando grosso modo avevamo venticinque anni abbiamo deciso in base alla fatidica domanda su che cosa si fa da grandi.E lì una parte di noi decise che quei valori che aveva conosciuto in questa esperienza potevano concretizzarsi nel lavoro sociale e nacque un’associazione che si chiama “Centro diurno Don Milani”.Un’altra parte di noi provò a immaginare la sfida di una vita intera dedicata a determinati valori.Ed è da lì che nacque l’idea della comunità di liberazione, la piccola comunità di vita dove io attualmente vivo con la mia famiglia e con altre persone e che, all’arrivo di Monsignor Bregantini – la seconda fase del nostro percorso – divenne un pochino l’epicentro della pastorale sociale del lavoro della diocesi di Locri. Perché Bregantini affidò a me l’incarico di responsabile della pastorale sociale del lavoro della diocesi e da lì iniziò il percorso di stretta collaborazione con lui.E’ lì che da un percorso sociale di volontariato fatto di cultura terzomondista addivenimmo ad occuparci di lavoro in particolare di creazione di impresa all’interno di quell’ansia forte che Monsignor Bregantini aveva rispetto alla mancanza di lavoro. Tieni conto che da noi abbiamo il 75% di disoccupazione giovanile.In quel contesto imparammo prima di tutto a fare noi e poi a far fare anche agli altri cooperative e imprese. Mettemmo su un servizio che si chiama “Crea lavoro” attraverso il quale furono accompagnate e sostenute numerosissime imprese. Dopo dieci anni abbiamo stimato almeno mille nuovi posti di lavoro nella Locride. Un pezzo di questo di queste realtà che sono nate da questa esperienza sono state lecooperative sociali. E le cooperative sociali sono state forse l’esperienza che ha meglio assorbito la nuova idea di impresa che andavamo elaborando in quegli anni. Non a caso è proprio dalle cooperative sociali che decidiamo di andare a creare un primo sistema che è appunto il Consorzio sociale GOEL che nasce proprio con la consapevolezza che, per creare cambiamento, era necessario costruire un sistema alternativo al sistema di morte che noi vedevano attorno a noi costituito dalla ‘ndrangheta e dalle massonerie deviate. Quindi il Goel nasce soprattutto con questa esigenza oltre ovviamente a quello di potenziare imprenditorialmente i propri soci, gli obiettivi classici, però ha già nel Dna quest’idea di provare a costruire un sistema alternativo a quello che dominava il territorio.Questa per estrema sintesi la storia sino ad oggi. Poi dal Goel sono nate, dalla spinta e dall’iniziativa del Goel, sono nate anche le esperienze di Calabria Welfare, di Comunità Libere e via dicendo.

Noi siamo venuti il 1 marzo 2008 a Locri in tanti. Il Consorzio Goel, e tu stesso, avete chiesto, non solo solidarietà, ma alleanza. Perché?

Perché in questi ultimi due-tre anni abbiamo fatto uno sforzo notevole per cercare di far capire che il problema della ‘ndrangheta, così come il problema delle massonerie deviate, non è un problema solo della Calabria. E non solo perché la ‘ndrangheta si sta espandendo velocissimamente in alcune aree d’Italia e anche all’estero e in particolar modo questa regione (la Valle d’Aosta, ndr) è una di quelle maggiormente investite da questa espansione. Non solo per questo, non solo perché il discorso delle massonerie deviate non è un problema solo della Calabria ma soprattutto perché il seme o l’humus culturale, sarebbe meglio dire, dentro cui è cresciuta e si è fatta forte la ‘ndrangheta è qualcosa che purtroppo noi andiamo a vedere che c’è in tutta Italia. A livello economico l’humus su cui cresce la ‘ndrangheta è la mancanza di libertà di mercato.E quando dico mancanza di libertà di mercato intendo dire mancanza di concorrenza, mancanza di libero accesso ai mercati, alte barriere di accesso ai mercati che è un po’ caratteristica della storia anche del capitalismo italiano che è un capitalismo fondato sulla famiglia – guarda caso sulla famiglia è il tema comune anche su cui si costruisce la struttura della ‘ndrangheta – che è un capitalismo fondato sulle lobbies di potere, che è un capitalismo che ha paura della concorrenza e della qualità, che si protegge dentro a gabbie di valori assolutamente irrazionali contrariamente a quanto si dice dovrebbe essere consentito ad un libero mercato. Quindi, di conseguenza, questo crea le condizioni favorevoli perché la logica economica della mafia sia fortemente candidata ad espandersi in Italia.Accanto a questo c’è tutta una serie di processi culturali che, a differenza di quello che si pensa, somigliano molto ai processi omertosi. Io dico che c’è veramente poca differenza tra l’omertà espressa da parte di una famiglia che si barrica in casa quando sente sparare in strada o quando sente “saltare” un negozio e l’omertà di una famiglia in un’area ricca del nord che si chiude nella protezione della mura dell’appartamento domestico e non si interroga su chi sta costruendo il grande complesso edilizio commerciale che cresce dall’altra parte della strada. Eppure il senso di appartenenza al territorio porterebbe a far sì che uno si interrogasse su chi è il soggetto titolare che sta costruendo quella cosa lì, per quale ragione, chi ci sta dietro, quali sono i suoi programmi perché è vero che la proprietà privata e l’iniziativa privata sono possibilità aperte a tutti però è altrettanto vero che questa si inserisce in un territorio che è un bene comune, che è un bene di tutti.Eppure oggi vedo al nord quello stesso spirito sostanzialmente di chiusura che porta a dire “non mi interessa, non mi riguarda, non devo impicciarmi, non metto il naso, che c’entro io” che è un senso, sostanzialmente, di espropriazione culturale del territorio in cui uno vive. Come contraltare noi, invece, proponiamo l’idea della riappropriazione del territorio dove ognuno vive. Tutto questo per dire, potremmo parlare poi sulla questione elettorale, sui meccanismi di consenso, che tutto il seme antidemocratico e contro la libertà che oggi viene, in qualche modo, estremizzato dalle manifestazioni mafiose in Calabria è oggi qualcosa presente in nuce in tutta Italia, in particolar modo, guarda caso, nelle zone a più alto tenore dio sviluppo.Tutto questo ci porta a dire che il percorso che dobbiamo fare dobbiamo farlo insieme, il percorso culturale che dobbiamo fare lo dobbiamo fare insieme, ma anche poi la battaglia democratica per la libertà, per la democrazia, per la riappropriazione del territorio, dobbiamo farla insieme.Senza contare poi il grande pericolo oggi che c’è per la democrazia e per l’economia italiana derivata dal fatto che un patrimonio immenso, come quello che oggi gestisce la ‘ndrangheta viene immesso ogni anno sul mercato in Italia – parliamo di 60/70 miliardi di euro – e che rischiano di avvelenare l’economia in Italia.Tutto questo ci porta a far sì che, da un lato, noi dobbiamo condurre la nostra battaglia contro la ‘ndrangheta nel nostro territorio, dall’altro lato noi dobbiamo tentare di far aprire gli occhi ai nostri concittadini del nord e dire “guardate che se voi pensate che oggi il problema è solo nostro vi sbagliate di grosso”.E se prendete coscienza che il problema è anche vostro non si tratta più di solidarietà, si tratta di alleanza, dentro ad un percorso di liberazione comune e dentro ad un percorso contro un nemico comune.

Legalità e illegalità sono due poli della nostra esistenza. Come si lotta, come si resiste, come si vince la lotta per la legalità non solo nella Locride, perché conveniamo entrambi che non si tratta solo di un problema di qualcuno ma di un problema generale. Quali sono le lotte più importanti per la legalità?

Io…francamente…sto sempre più pensando all’esigenza del superamento del concetto di legalità.Nel senso che a me piace parlare molto più appropriatamente di lotta per la giustizia sociale ed economica, di cui la legalità è un’espressione compiuta.Faccio un esempio. All’interno di un contesto dove tu sei vittima di un sistema di produzione di precarietà, come quello calabrese, dove questo sistema di precarietà ti espropria dei tuoi diritti fondamentali – essere curato o avere un lavoro – tu capisci bene che una forte spinta al rispetto della legalità, dentro ad un contesto profondamente ingiusto, paradossalmente può essere un ulteriore strumento di controllo sociale perché va a colpire esattamente i soggetti più deboli. Questo per dire che la legalità è la cornice – come diceva il mio vescovo – di un quadro che è la giustizia sociale. Allora la cornice senza il quadro non serve assolutamente a nulla. E’ il quadro che, forse, può stare senza la cornice, però la cornice lo rende molto più bello. Quindi il discorso, senza ovviamente creare contrapposizione tra i due concetti, è che noi dobbiamo creare le condizioni per un’equità, una giustizia, una pari opportunità a livello sociale e a livello economico, ed è su questa che poi la legalità diventa un’esigenza non solo giusta ma sacrosanta. Senza questo percorso, andare a invocare la legalità, all’interno di un contesto ingiusto senza fare un’antimafia dei bisogni prima ancora che un’antimafia della legalità diventa una cosa di strano.

Se stasera ci fosse tempo declinerei proprio l’incontro su alcune parole della nonviolenza tra cui la parola giustizia ci sta di sicuro. Ma lo stato che ha fatto, che fa? In un contesto in cui la ‘ndrangheta e le massonerie deviate hanno instaurato un sistema di controllo sociale e hanno prodotto e producono, come tu hai segnalato, precarietà. Ricordo benissimo, nel tuo discorso del primo marzo (a Locri, ndr), il passaggio in cui affermavi: “abbiamo capito il mancato sviluppo della nostra regione non era frutto del caso ma era determinato da un sistema intelligente che produceva precarietà.” La domanda è provocatoria, ovviamente. Ma siamo proprio sicuri che è un sistema intelligente quello che produce precarietà?

Un sistema intelligente nel senso che non è casuale: è pensato e ragionato. Per tutta una serie di ragioni storiche, che sarebbe qui interessante andare a dibattere ma la allungo, si è creata una complicità funzionale tra una serie di sistemi di controllo sociale e alcuni sistemi fortemente illegali. Tutto questo ha fatto sì che la precarietà fosse sostanzialmente il fondamento su cui si potesse andare a costruire un sistema di controllo sociale che si esprimeva, poi alla fine, anche nel controllo del consenso.L’assistenzialismo sostanzialmente – di cui, ormai credo, che è incontrovertibile che abbia caratterizzato quarant’anni di storia del Sud – non può attecchire, radicarsi e durare tanto – se non in un contesto dove tu hai una situazione di precarietà. Quindi la precarietà è la pre-condizione per la costruzione dell’assistenzialismo. Quindi l’assistenzialismo è la pre-condizione per il controllo del consenso del territorio, dove i diritti democratici e civili li baratti per i bisogni fondamentali.E’ questo il sistema che oggi hanno consolidato e che è passato nelle mani dell’alleanza nefasta tra ‘ndrangheta e massonerie deviate. Per cui la ‘ndrangheta e massonerie deviate usano i bisogni quotidiani delle persone per estorcere consenso elettorale che viene barattato con i partiti. A questo punto del gioco lo stato, inteso come struttura amministrativo-burocratica, perché ovviamente perché il mio concetto di stato non si ferma lì, va giù, diventa, di fatto, un pezzo di strumento nelle mani di queste realtà qui. E quindi diventa, esso stesso, uno strumento attraverso cui si attua il controllo sociale del territorio. Per dire, le pensioni erogate alla gente, pagate con i soldi dei cittadini, diventano lo strumento per il controllo del voto della gente. Quindi c’è il paradosso per cui il denaro pubblico viene utilizzato per alimentare un sistema illegale. Questo tipo di impostazione ci fa capire, oggi, quanta libertà possa esserci, anche dentro una buona volontà della classe politica, per portare avanti la battaglia contro questo sistema.Per dirla in soldoni: chiunque oggi metta in crisi un sistema di questo tipo, in Calabria, deve fare i conti con la probabilità seria che quel 60/70% dei voti controllati in Calabria, possa andare a finire altrove, favorendo, quindi, degli equilibri elettorali anche su scala nazionale, non solo su scala regionale. E comunque ,certamente, non potendo valicare il controllo amministrativo regionale o locale.Tutto questo porta a far sì che la lotta, che lo stato, apparentemente, fa contro la ‘ndrangheta e le massonerie deviate, non possa essere portato sino in fondo. Questo non vuol dire che è tutto così. Dentro alle istituzioni abbiamo sacche molto importanti di libertà che vengono difese a costo di eroismo. Però poi non ci si deve meravigliare se un Gratteri, procuratore antimafia di Reggio Calabria, trova la microspia nel suo ufficio. Mi pare che questo attesti il fatto che, purtroppo, alcune sono”sacche” di lealtà istituzionale, di libertà istituzionale.

A me pare di aver capito che, a Locri, siano state proposte due vie di uscita dal giogo della ‘ndrangheta e delle massonerie deviate. Ho inteso che la cooperazione sociale è un sistema, e in quanto sistema, può essere una via percorribile …

sta tentando di rappresentare un “altro” sistema …

e anche il tuo appello, il vostro appello, al voto libero, all’esercizio di un diritto-dovere di un voto libero. A me piace molto l’idea del Decalogo che voi avete scritto che serve per tutti noi e che vorrei ricordare. Se è vero che una delle due vie d’uscita, ho intuito è il voto, come si può votare “libero” non solo nella Locride, non solo in Calabria, ma in Italia?

In realtà l’operazione che abbiamo fatto con il segno del Decalogo del voto libero è un’operazione di natura “culturale” che è una condizione necessaria ma non sufficiente per il cambiamento. Nel senso che quando dico che noi dobbiamo fare l’antimafia dei bisogni, non voglio dire che l’antimafia culturale vada sospesa o messa in secondo piano, dico che è un pre-requisito fondamentale ma di per sé non sufficiente a produrre cambiamento. Perché oggi aiutare la gente a pensarla diversamente, a leggere chiaramente la situazione, è una pre-condizione necessaria ma non è sufficiente fino a quando non si crea emancipazione anche sul lato della risposta ai bisogni quotidiani. Un papà, può anche aver chiaro che deve pretendere cure adeguate per suo figlio, per un suo caro, senza barattarle, senza chiederle per favore. Detto ciò, quando si troverà nella situazione specifica, probabilmente soccomberà, pur nella consapevolezza che questa non è una cosa giusta che lui sta facendo. Quindi, dentro a questo contesto, l’operazione della campagna del voto libero è un’operazione di natura culturale: c’è qualcosa che va fatta ma sulla quale non ci illudiamo possa essere innescato un cambiamento reale. Quello che noi oggi pensiamo possa produrre cambiamento reale è, in realtà, il frutto di due parole chiave, che per noi stanno diventando sempre più sinonimo di libertà e di alternativa: sussidiarietà e mutualismo. Sussidiarietà intesa come l’idea di uno stato che è sempre di più fondato sulla comunità e non sulle strutture burocratico-istituzionali.L’idea che tutto quello che può essere fatto in basso non deve essere assunto in alto è oggi un’idea di democrazia imprescindibile. La comunità locale, prossima ai bisogni della gente, è il luogo più prossimo ai bisogni della gente che deve fornire una risposta ai bisogni della gente. Quindi, da questo punto di vista, la sussidiarietà ci porta a far sì che sia la comunità garante della democrazia e non un ordinamento burocratico, che ci tranquillizza psicologicamente in una pretesa di oggettività e di imparzialità, ma che nei fatti abbiamo visto che oggi, dentro a quella oggettività giuridica su cui si fonda, trova anche la stessa protezione per non dar conto alla comunità stessa che in fondo lo legittima e lo esprime.Ma c’è anche un concetto di stato differente in cui lo stato non è quell’idea, cara a certi ambienti, tra l’altro culturali, per cui lo stato “sussiste” a prescindere dalla comunità o addirittura è lo stato che legittima la comunità.E’ il contrario!E’ la comunità che legittima lo stato. E qualora la sua espressione funzionale, la burocrazia, non serve, nel senso proprio di “servire”, di essere al servizio della comunità, quella diventa illegittima. E non è la burocrazia che dichiara illegittima la comunità: è il contrario, sostanzialmente. Quindi la sussidiarietà oggi noi la vediamo come una frontiera di grande libertà: ovviamente una sussidiarietà democratica e partecipata.Dall’altro lato il mutualismo diventa l’altra faccia, diciamo così, di questa libertà: che consente sostanzialmente alla gente di scambiare in basso e di non fare un giro lungo per cui attraverso le tasse che fanno il giro si crea il mutuo aiuto tra le persone. Lo scambio può essere fatto anche molto in basso. L’esperienza delle cooperative ce lo insegna. Quindi dentro a queste due parole chiave la nostra idea oggi dell’alternativa alla ‘ndrangheta si chiama comunità mutualistica. C’è l’idea di andare ad organizzare la gente dentro comunità di mutualismo sussidiario dove la gente viene aiutata ad organizzarsi per prodursi quella risposta ai bisogni che oggi baratta con quel sistema politico mafioso, massonico. Ed è lì che tu rompi il meccanismo di scambio e liberi la politica.Poi uno dei luoghi comuni che vorrei sfatare è che io considero assolutamente indispensabile il momento politico, il momento anche partitico, però lo considero indispensabile quando ci siano le pre-condizioni di libertà perché questo avvenga.Quello che noi vorremmo fare non è fare a meno dei partiti ma di rendere loro una libertà sufficiente che consenta di pensare ad un bene comune. Oggi i partiti, secondo me, non hanno una libertà sufficiente a ragionare sul bene comune. Anche quando si rendono conto di qual è il bene comune, gli interessi di parte che esprimono, che scambiano sono così vincolanti che non consentono loro di fare dei ragionamenti seri su alcuni temi. Quindi da questo punto di vista se viene meno questo concetto di baratto dei bisogni, il bisogno diventa un diritto e un diritto che soprattutto la gente si organizza a soddisfare, la politica si libera si libera da questo meccanismo utilitaristico e può esprimere davvero il massimo delle sue potenzialtà.Noi sogniamo dei partiti liberi.

Come la cooperazione sociale può spezzare il sistema della ‘ndrangheta. Quali sono i cardini e il sistema valoriale della cooperazione sociale interpretata da voi nel vostro territorio?

La cooperazione sociale esprime nel proprio Dna valori esattamente opposti a quelli della ‘ndrangheta e, tra l’altro, li esprime dentro a percorsi metodologici esattamente opposti a quelli della ‘ndrangheta. E qui il ragionamento entra in collegamento con la nonviolenza. La nonviolenza diventa un’alternativa storica non sul piano degli obiettivi ma sul piano dei mezzi, sul piano dei percorsi. E’ lì che si produce un cambiamento vero, un’alternativa vera.Rispetto a questo che cosa accade. Oggi ci sono tre elementi che caratterizzano una cooperativa sociale correttamente concepita che vive pienamente la democraticità all’interno e la partecipazione; vive un meccanismo non solo di razionalità e di efficienza ma anche di distribuzione del valore che produce e infine ha la capacità di integrare e di dare pari opportunità a persone che vengono da percorsi di svantaggio pesante. Esattamente l’opposto di quello che fa la ‘ndrangheta. La ‘ndrangheta non è democratica, è coercitiva, verticistica, è basata su una indiscussa gerarchia di ruoli.Non distribuisce valore ma tende ad accumularlo. Non è un caso che oggi si stia creando una stratificazione all’interno della ‘ndrangheta. I magistrati anti-‘ndranghta più bravi dicono che, ormai, il 90% delle risorse della ‘ndrangheta è nelle mani del 10% degli affiliati. E’ paradossale: dopo aver espropriato il territorio della ricchezza espropriano se stessi.La ‘ndrangheta non ammette la debolezza. E’ selettiva. Vince chi sopravvive. Le faide sono l’emblema della selezione della classe dirigente. La classe dirigente nella ‘ndrangheta si seleziona attraverso le faide. Quindi sostanzialmente non solo chi ha debolezze ma addirittura chi non riesce a restare in vita non è degno di avere … Esattamente l’opposto in cui diventa un valore centrale, quasi la testata d’angolo, nella cooperazione sociale, l’elemento più debole, la persona svantaggiata che diventa il perno su cui tu costruisci tutto l’impianto della cooperazione. Capisci che la cooperazione sociale, correttamente concepita, è la realtà più eversiva che ci possa esistere nei confronti della ‘ndrangheta.

Silvia Berruto

6 maggio 2008 – pomeriggio -Espace Populaire – Aosta
Nella foto: Vincenzo Linarello – Locri 1 marzo 2008 – C-2008 – Photo Silvia Berruto

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24
Feb
09

1 marzo 2009 Crotone Dall’Allenza al Progetto

Programma della Manifestazione Crotone,
1 Marzo 2009
“Dall’Alleanza al Progetto”

Di seguito l’elenco confermato, in attesa di ulteriori integrazioni, degli interventi dal palco della manifestazione:
* Sergio Principe – Presidente Calabria Welfare*
Vincenzo Linarello – Presidente Consorzio GOEL e portavoce di Comunità Libere
* Andrea Olivero – Presidente Acli – Associazioni Cristiane Lavoratori
* Claudia Fiaschi – Presidente Gruppo Cooperativo CGM
* Padre Alex Zanotelli – Missionario Comboniano
* Don Virginio Colmegna – Presidente Fondazione Casa della Carità
* Giuseppe Onufrio – Direttore Greenpeace Italia
* Susanna Bustino – Presidente GIOC – Gioventù Operaia Cristiana
* Marco Granelli Presidente Csvnet – Coordinamento Nazionale Centri Servizi Volontariato
* Giacinto Palladino – Segretario Fiba cisl
* Paolo Carnemolla – Presidente Federbio
* Giuseppe Failla – Segretario Nazionale Giovani delle Acli
* Maurizio Davolio – Presidente AITR – Associazione Italiana Turismo Responsabile
* Raffaele Genova – Presidente Addiopizzo
* Pierluigi Paoletti – Presidente Arcipelago SCEC
* Marco Venturelli – Direttore Confcooperative Emilia Romagna* Carlo Tedde – Presidente Federsolidarietà Sardegna
* Alessandro Giussani – Presidente Federsolidarietà/Confcooperative Lombardia
* Gianluigi Petteni – Segretario generale Cisl Lombardia
* Dario Zambelli – Presidente ETSI Lombardia
* Maria Teresa Morano – Coord. Associazioni Antiracket Calabresi
* Savino Moro – Presidente Aiab Calabria* Luciano Squillaci – Coordinatore CSV Calabria
* Maurizio Agostino – Presidente Icea Calabria
* Aldo Pecora – Portavoce Movimento Ammazzatecitutti
* Katia Stancato – Presidente Confcooperative Calabria
* Giuseppe Mangone – Presidente CIA Calabria
* Sergio Genco – CGIL, CISL, UIL Calabria

Al pomeriggio, nel PROGRAMMA MUSICALE a cura del Consorzio Jobel di Crotone:
Don Mario Migliarese – Philophonia – Semprenomadi – Raffaele Cusato.

E alla sera, CONCERTO degli Operai della FIAT 1100.

FIRMATE la sottoscrizione dell’Alleanza con la Locride e la Calabria, sul sito www.consorziosociale.coop.

All’indirizzo http://www.consorziosociale.coop/manifestazione_1_marzo_2009, troverete la pagina sulla manifestazione, in continuo aggiornamento, con tutte le informazioni, le indicazioni per il viaggio e l’accoglienza, il programma.

21
Feb
09

Vincere la battaglia dell’informazione sui media Questo l’imperativo categorico secondo il giornalista Alessandro Robecchi

Alessandro Robecchi, giornalista de Il Manifesto, all’Espace Populaire di Aosta lo scorso giovedì 19 febbraio, ha restituito uno spaccato lucido e impietoso del sistema italiano dell’informazione e della crisi culturale, prima che politica, dell’attuale società italiana.
Contro “la teoria del caso singolo e clamoroso”, insieme tecnica e strategia del potere, contro l’erosione dell’informazione dal basso e contro l’orizzontalizzazione del messaggio dall’alto non resta che l’imperativo categorico di vincere la battaglia “sui media, o almeno combattere alla pari, o almeno combattere”.
Secondo Robecchi uno dei paradossi, tutti italiani, sta nel fatto che proprio laddove l’argomento principe è inerente alle televisioni lì si nota che i più elementari meccanismi di funzionamento del mezzo televisivo non sono conosciuti
Oggi in Italia su 60 minuti di trasmissione televisiva 12 minuti sono di pubblicità e sono di proprietà dell’inserzionista che compra i minuti all’inizio dell’anno quando la rete presenta i palinsesti, a Cannes o a Montecarlo, e sulle stime dei programmi compra gli spazi pubblicitari.
“Ma non si tratta di un semplice processo economico” – sottolinea Robecchi – che invita a riflettere su che cosa è uno spot ovvero il comunicato commerciale di 30 o 90 secondi che è pubblicità di un oggetto ma che, prima di essere la pubblicità di un oggetto e di un prodotto, è la pubblicità del mercato che lo vende. Noi possiamo dire tranquillamente in Italia su ogni ora di trasmissione televisiva 12 minuti sono di pubblicità del capitalismo”.
E quando si tira fuori la famosa accusa “ma sei ideologico, usando la parola ideologia come una parolaccia, io mi diverto moltissimo” – dice Alessandro – “perché invece vedo quelli ideologici ci sono, prosperano, vivono. Ho letto le dichiarazioni di Bagnasco su Eluana (Englaro, ndr) … se non c’è ideologia lì!
Robecchi a questo punto cita tre casi clamorosi e, a proposito di ideologia, introduce la sua “teoria del caso singolo e clamoroso” che consiste nel montare un caso generalizzando un caso singolo.
“È un caso ? No.
E una tecnica!
Se la cosa passa, passa.

Se la cosa non passa si fa marcia un po’ marcia indietro e si ritorna al caso singolo. Del resto a che cosa serve un capro espiatorio. Quello che mi interessa è il caso mediatico”. Nel giro di due anni si è passati dalla denuncia, ad esempio, del caso singolo del professore non licenziabile “ad un movimento di opinione guidato dall’alto, dal ministero della funzione pubblica, che di fatto criminalizzava l’intera categoria dei dipendenti pubblici.”
Ma sull’onda di questa cosa si riducono i diritti di tutti. Ad esempio a chi aveva un familiare fortemente disabile, per cui aveva diritto a giorni di permesso per prestare le cure necessarie, sono stati dimezzati i giorni di permesso. Se in una famiglia erano due persone ad avere giorni di permesso per curare un parente disabile grave questi sono stati loro dimezzati.
“E aspettiamo il resto! conclude cinicamente, ma non troppo, Robecchi.
L’invito e l’incitamento all’astensione dal voto al referendum sulla fecondazione assistita (legge 40) e per questo rimando anche al mio articolo “Dopo il referendum sulla fecondazione assistita. L’invito all’astensione e la legge” pubblicato su Informazione Valle d’Aosta numero 12/2005) – e il teleorientamento del voto sono altri esempi citati per attestare l’esatto capovolgimento delle cose.
“La madre di tutte le truffe è – anche secondo Robecchi – l’emergenza sicurezza”.
Infatti non esiste nessuna emergenza sicurezza.”E triste dirlo adesso che va molto di moda lo stupratore” dice Robecchi. Secondo i dati del Ministero degli Interni infatti il numero degli stupri è diminuito: il dato da segnalare è che se ne denunciano di più.
Robecchi cita i dati del giugno 2007 relativi agli omicidi avvenuti nel 1991 – picco assoluto degli omicidi – che sono stati, in totale, 1901; nel 2006 sono stati 621, ovvero meno di un terzo. A questo bisogna aggiungere che di questi 621 quasi la metà è avvenuto in territori dove comanda la criminalità organizzata.
I furti in appartamento nel 1999 erano 380 ogni 100.000 abitanti; nel 2006 erano 233.
Per quanto riguarda la violenza sulle donne: sono state 150.000 le donne molestate nel 2006 (unico dato ad aumentare): nel 62,4 % dei casi di violenza sessuale, nel 68 % dei casi di molestia e addirittura nel 70% degli stupri il responsabile, si sa, è una persona conosciuta.
“Non esiste quindi, e penso agli anni 2006, 2007, 2008, un’emergenza sicurezza, dice Robecchi
che cita, negli stessi anni, l’incremento delle notizie di cronaca nera all’interno dei telegiornali italiani.
Un sospiro davvero marcato di Alessandro sottolinea la fatica del citare questi dati.
Dal 2003 al 2008 nel TG1 la cronaca nera nei telegiornali era aumentata del 18,4 % a fronte di una diminuzione dei reati; nel TG2 21%; nel TG3 13% (è il dato più basso); nel TG5 24%; nel TG4 26,8%. La media della RAI è 17,9 %, la media Mediaset si attesta sul 21,1 % e LA7 è perfettamente in linea con la RAI.

Quale è stata nel 2007 – che è stato forse nella storia d’Italia il primo unico anno intero di campagna elettorale protrattasi per ben quindici mesi dal 1 gennaio 2007 a quando si è votato nell’aprile 2008 – la frequenza, nei tg, come prima notizia di fatti di cronaca nera: nel TG1 36 volte; nel TG2 62 volte; nel TG3 32 volte; nel TG4 70 volte; nel TG5 64 studio, in Studio Aperto… 197 volte. Due giorni su tre Studio Aperto ha aperto il tg con una notizia di cronaca nera.
Ma Robecchi incalza. “Alla fine si arriva poi sempre lì dove c’è una concentrazione di potere, di raccolta pubblicitaria e di diffusione e di manipolazione delle notizie che è in mano a pochissime persone, in realtà si potrebbe dire quasi a una persona, la quale persona esprime anche il potere politico in questo paese.
Il problema – dice – è come si combatte contro queste cose.
La mia sensazione è che o si combatte con la guerriglia, sto parlando ovviamente della guerriglia dell’informazione in senso figurato, o non credo che noi possiamo andare a combattere quella battaglia lì. Anche perché nessun segno c’è che la stiamo combattendo”.
Per comprendere che significa “guerrilla” dell’informazione si consulti il sito http://www.alessandrorobecchi.it/. Infine conclude Robecchi “bisogna ripartire dal presupposto che il mercato più l’abilità di gestirlo hanno vinto e che “quello” ha vinto e gli altri (noi) hanno perso.”
Dopo gli applausi Robecchi riprende immediatamente il discorso per far notare che “quando è esploso il caso Eluana Englaro i sondaggi attestavano che il 92% degli Italiani era col signor Beppino e l’8% era una minoranza di estremisti cattolici del movimento per la vita.
La faccenda è finita con i sondaggi al 54% con il signor Beppino Englaro e 46% con i cattolici integralisti.
Nel giro di soli sei mesi la cosa si è quasi ribaltata e se la cosa durava ancora un mese, forse ancora anche solo quindici giorni, vincevano loro.
Attenzione ve lo dico perché quando mai ci sarà invece da sterminare gli zingari, sarà così
Se facciamo un sondaggio adesso è già così.”

Silvia Berruto


21
Feb
09

L’imperativo categorico: vincere la battaglia sui media. Secondo Alessandro Robecchi

Alessandro Robecchi, giornalista de Il Manifesto, all’Espace Populaire di Aosta lo scorso giovedì 19 febbraio, ha proposto uno spaccato lucido e impietoso del sistema italiano dell’informazione e della crisi culturale, prima che politica, dell’attuale società italiana.
Contro “la teoria del caso singolo e clamoroso”, insieme tecnica e strategia del potere, contro l’erosione dell’informazione dal basso e contro l’orizzontalizzazione del messaggio dall’alto non resta che l’imperativo categorico di vincere la battaglia “sui media, o almeno combattere alla pari, o almeno combattere”.
Di seguito la mia intervista, random, e, informale.

Schedatura di parte di Rom su base etnica e religiosa, scuole separate e “differenziali” per i Rom, proibizione di matrimoni misti, schedatura dei clochards.
A parte le differenze storiche, se dicessi leggi razziali 1938 e leggi razziali 2008, tu cosa risponderesti?

AR. Il filo è quello lì. Questo spiega anche il lungo e intenso seminare insicurezza per anni perché una popolazione impaurita è il miglior investimento che può fare un governo reazionario e repressivo.
Impaurire la gente in modo che la gente si crei un capro espiatorio che sia poi quello da punire. È strabiliante, se tu ci pensi, che oggi in un paese messo in ginocchio dalla crisi economica e dalla ristrutturazione industriale, il nemico non sia il padrone o l’industriale ma sia lo sfigato rumeno o il Rom.
E questo vuol dire che quel meccanismo lì, che è esattamente lo stesso delle leggi razziali del 1938, ma direi, peggio, è esattamente lo stesso da cui si è usciti dalla repubblica di Weimar con l’antisemitismo nazista in Germania addirittura.
Fatte tutte le debite proporzioni che volete il meccanismo è esattamente lo stesso.

In “voi siete qui”-rubrica di satira – domenica scorsa nel tuo “Sana e robusta Costituzione” (rilettura a partire dai principi) perché non c’era l’articolo 21?

AR. Non ce n’erano tanti. Perché ho cominciato a fare quel giochino lì un po’ irritato. Anzi chi l’ha letto prima, m’ha anche detto al giornale, che così sembrava che non si difendesse la Costituzione.
In realtà è che la strenua difesa della Costituzione, che secondo me è assolutamente doverosa, sacra, direi sacrale, di quella bella sacralità laica che ci vorrebbe un po’ di più in questo paese. Poi alla fine, se vai a vedere, la Costituzione è già stata ampiamente calpestata. Adesso ho preso i primi dieci articoli … poi siccome c’è questa cosa vergognosa dei medici che posso denunciare i clandestini, allora ho messo anche l’articolo 32.
Però possiamo mettere l’articolo 21, ce ne possiamo metterne a dozzine, a dozzine. L’articolo 21 è perché sennò poi sembra sempre che i giornalisti fanno i vittimisti sulla libertà di informazione.
Quello sulla salute mi sembra molto più grave.
Aggiungerei che nell’articolo 32 c’è anche un altro comma che dice che il cittadino può rifiutare le cure: questa oggi è un’altra emergenza, al contrario, nata dal caso di Eluana Englaro.

Parliamo di ideologia. Perché “quelli di sinistra” devono sentirsi definire come quelli che fanno ideologia, in negativo sempre, mentre, ad esempio il mondo cattolico avrebbe un’ideologia positiva. E perché, per di più, secondo te, noi di sinistra, a differenza degli antagonisti, ci sentiamo male quando ci dicono che facciamo ideologia ?

AR. Molto semplicemente perché gli antagonisti non chiamano la loro ideologia “ideologia”. La chiamano in certi casi “fede” in certi casi “convinzione”.
Noi la chiamiamo “ideologia”, vergognandocene, e questo già ci mette in una posizione di inferiorità: perché se tu ti vergogni delle tue idee la fine che fai è quella, giustamente.

Come possiamo oggi fare “resistenza” dal basso?

AR. Io credo che anche durante il Terzo Reich c’erano in giro della brave persone.
Probabilmente saranno state pochissime, saranno state impaurite, saranno state zitte.
Penso che oggi noi dobbiamo cercare di essere il più possibile – proprio lo dico nel modo meno ideologico possibile, sempre con quell’accezione che ci siamo detti – delle brave persone, con dei principi morali saldi. E se qualcuno ci viene a dire “picchiamo i Rom perché violentano le nostre donne noi dobbiamo dire no e dobbiamo dire che già in quel concetto di “le nostre donne” c’è già del fascismo. E dobbiamo starci attenti. Mi rendo conto che ci sto più attento da quando ho i bambini, per lo meno da quando i bambini capiscono a differenza, a volte, dei “grandi”: loro devono diventare della brave persone.
Se noi riusciamo a fare questo già un pochettino del nostro cammino l’abbiamo fatto.
Però non voglio neanche fare così l’ecumenico. Noi abbiamo davanti a noi degli anni duri.
Noi dobbiamo metterci davanti a questa prospettiva e pensare che saremo anche chiamati a scelte non comode, non facili. Si parla tanto male dei vecchi in questo paese – e forse è anche giustamente perché è una società molto vecchia, invecchiata (la nostra, ndr) – in cui i vecchi non se ne vanno mai, sostanzialmente.
Però è anche vero che i vecchi che abbiamo avuto noi non sono stati male: gente che ha cacciato i fascisti a fucilate.
Io non lo so se i “famosi” quarantenni di oggi lo farebbero.
Forse preferirebbero un consiglio di amministrazione.

Silvia Berruto

Alessandro Robecchi all’Espace Populaire di Aosta
Aosta – 19.02.2009
C – Photo Silvia Berruto
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