Archivio per novembre 2006

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GIORNALISMO DI PACE. Un convegno internazionale a Torino il 15 e 16 dicembre 2006

Il Centro Studi Sereno Regis di Torino, il nodo italiano di Trasnscend network mondiale di operatori di pace, studiosi e attivisti che operano nel settore della trasformazione nonviolenta dei conflitti, organizza nei giorni 15 e 16 dicembre 2006, nella sala auditorium della Provincia di Torino in via Valeggio, 5 un convegno internazionale di studi sul giornalismo di pace. Il centro studi intende promuovere una ricerca permanente sulla comunicazione e sul ruolo dei mass-media nella trasformazione nonviolenta dei conflitti per far conoscere al pubblico italiano un settore della peace research che nel mondo anglosassone trova il riconoscimento della società civile e conta su spazi specifici nelle università e in circa una trentina di centri di ricerca e di appoggio alle giornaliste e ai giornalisti impegnati nel lavoro sul campo e nel rapporto diretto con la realtà.
Tra gli obiettivi del convegno c’è l’intenzione di fornire alcune risposte circa le modalità di accesso a fonti di informazioni diverse da quelle diffuse dagli oligopolisti delle agenzie e dei gruppi editoriali consolidati. Un esito felice di questo processo potrebbe essere che, quella parte di pubblico che è generalmente indotta a credere che l’informazione sia unilaterale e unanime, ovvero un qualcosa di preconfezionato che si riceve e non piuttosto un qualcosa a cui si partecipa, si riappropri del suo ruolo di protagonista e, unita in un pluralismo critico, faccia sentire la propria voce e trovi i modi per fare pressioni sulle grandi compagnie mediatiche per una copertura più ampia e sincera delle notizie.
Il dibattito politico e culturale sul ruolo del giornalismo, non solo di pace e di guerra, e sulle metodologie d’intervento in tempo di guerra, è oggi più vivo che mai. Mimmo Candito, in una lettera aperta all’informazione, pubblicata dal Manifesto nel marzo 2005, aggiungeva: “È convincimento forte e comune a tutti noi che il giornalismo non può, e non deve, rinunciare – in ragione di un pericolo – a quello che considera la propria identità, la sua stessa natura: il progetto d’un racconto onesto della realtà, testimoniata sempre nel suo svolgersi concreto, fattuale. Ma, questo, non il giornalismo di guerra soltanto: tutto il giornalismo”. In merito all’informazione e al giornalismo Candito continua ” È vero, oggi i giornalisti sono diventati un bersaglio militar-politico, poiché ora è diventato convincimento generale, di tutti – politici, militari, guerriglieri, terroristi, anche i mafiosi con coppola e senza – che l’informazione sia l’arma più potente che un “potere” abbia nel proprio arsenale, utile alla conquista del consenso o, comunque, del controllo, in guerra come in pace”.
Il giornalismo di pace si base sulla definizione del conflitto elaborata dalle ricercatrici e dai ricercatori della rete internazionale Trasnscend fondata dal professore Johan Galtung: il conflitto non è affatto sinonimo di “guerra”, bensì una relazione tra due o più parti (individui o gruppi) che hanno, o pensano di avere, obiettivi, bisogni e interessi incompatibili. “Di conseguenza, la mera presenza di un conflitto non porta necessariamente allo scoppio della violenza, poiché i suoi sviluppi dipenderanno in primis dagli atteggiamenti e dai comportamenti delle parti direttamente coinvolte, e poi (ma in alcuni casi: soprattutto) da quelli delle parti esterne alla problematica in questione” (Carla Toscana). Ne discendono cinque linee guida spesso trascurate dalle analisi giornalistiche. “Un conflitto emerge in un contesto con specifiche caratteristiche strutturali e culturali, che non possono essere ignorate, pena una pesante semplificazione – se non distorsione – degli eventi di cui si vuole dar conto; un conflitto è un processo, la cui “punteggiatura” (individuazione del momento d’inizio e delle diverse fasi e punti di svolta) è un’operazione che implica la partecipazione dell’osservatore e che mette pertanto in discussione la cosiddetta “teoria della O maiuscola”, secondo la quale il compito dei giornalisti consiste semplicemente nel “riportare i fatti così come sono”; in ogni conflitto vi sono sempre più di due parti (in un caso ideale con due sole parti, la terza sarebbe costituita per l’appunto dai reporter); il coinvolgimento e/o gli interessi di alcune parti possono essere nascosti, mentre altri attori che a prima vista sembrano monolitici possono rivelare divisioni interne: da ciò l’importanza di un’accurata mappatura dei soggetti coinvolti, in luogo dei prevalenti schemi dualistici; ogni parte ha una posta in gioco, che può essere più o meno dichiarata o celata, ma che deve comunque essere evidenziata mediante opportune ricerche; si dà sempre più di un modo di rispondere a un conflitto (dato che la violenza non si genera da sola), il che comporta il dovere di portare all’attenzione di un pubblico il più vasto possibile l’operato di tutti quei soggetti individuali o collettivi che in ogni parte del mondo cercano di elaborare, diffondere ed applicare modalità di risposta nonviolente”. (Carla Toscana)
La riflessione si concentrerà su questioni complesse e sempre aperte inerenti al giornalismo di pace e al giornalismo di guerra. I giornalisti, attivi-sti, che agiscono e promuovono il giornalismo di pace, si pongono quotidianamente questi quesiti: secondo Jake Lynch e Annabel McGoldrick “editori e reporter compiono delle scelte – quali storie riferire e in quale modo – le quali creano per la società la possibilità di considerare e valutare risposte nonviolente ai conflitti. Il giornalismo di pace utilizza gli strumenti dell’analisi e della trasformazione dei conflitti per aggiornare i concetti di equilibrio, equità ed accuratezza nel dare informazioni [e] fornisce una nuova mappa che traccia le connessioni tra i/le giornalisti/e, le loro fonti, le storie che riportano e le conseguenze del tipo di giornalismo che praticano (etica dell’intervento giornalistico)”.
Ai relatori verrà richiesto di raccontare la loro esperienza professionale diretta, di fornire una panoramica aggiornata sui principali siti, centri e reti nazionali ed internazionali che propongono un’informazione indipendente.
L’iniziativa, il cui progetto è stato elaborato da Carla Toscana, è rivolta alla cittadinanza nel suo complesso, pur avendo come destinatari/e privilegiati i/le docenti delle scuole di ogni ordine e grado, e le studentesse e gli studenti degli ultimi anni delle scuole superiori e dell’Università, in particolare delle facoltà di scienze dell’educazione e della formazione, di scienze della comunicazione, di scienze politiche e di scienze strategiche, di lettere e filosofia, dei corsi di giornalismo, ai giornalisti e al mondo dell’associazionismo di base.
Nello stesso periodo, sarà esposta, presso il Centro Studi Sereno Regis, la mostra di immagini fotografiche di Giuliana Sgrena “Oltre il velo” curata dalla fotografa professionista Silvia Berruto.
Di seguito il programma di massima.
VENERDI’ 15 DICEMBRE 2006. Ore 14.30: Registrazione dei/lle partecipanti Ore 15.00: Apertura dei lavori, con intervento di Giovanni Salio (Centro Studi Sereno Regis). Ore 15.30 – Tavola rotonda: I/le giornalisti/e come operatori nei conflitti. Moderatrice: Nadia Redoglia (PeaceLink). Interventi di: Lucia Vastano (“Narcomafie”), Angela Lano (Infopal.it), Silvia Pochettino (“Volontari per lo sviluppo”). Ore 18.00: Dibattito
SABATO 16 DICEMBRE 2006. Ore 9.30: Moderatore: Giovanni Salio (Centro Studi Sereno Regis). Il ruolo dei media nella trasformazione nonviolenta dei conflitti. Johan Galtung (Rete TRANSCEND) Replica Mimmo Candito (“La Stampa”) e Alberto Chiara (“Famiglia Cristiana”). Ore 12.00 – Dibattito / Ore 15.00: Tavola rotonda: Lavorare in reti mediatiche e nella controinformazione. Moderatore: Giulietto Chiesa (Megachip). Interventi di: Mao Valpiana (“Azione nonviolenta”), Nadia Redoglia (PeaceLink), Maso Notarianni (“Peacereporter”), Giulio Marcon (“Lunaria”). Ore 18.00: Dibattito e chiusura dei lavori.

Silvia Berruto




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