10
Lug
16

IL CULTO DEL DUCE E L’ARTE DEL CONSENSO. STUDIO PREPARATORIO PER UNA MOSTRA IMPROBABILE. Parte seconda

IL CULTO DEL DUCE E L’ARTE DEL CONSENSO. STUDIO PREPARATORIO PER UNA MOSTRA IMPROBABILE

Parte seconda

ITALY, LOMBARDIA, GARDASEE, SALO’

“Ognuno vede ciò che sa”

 

 

La LEGGE 20 giugno 1952, n. 645 (Legge SCELBA)
Norme di attuazione della XII disposizione transitoria e finale (comma primo) della Costituzione. (GU n.143 del 23-6-1952 )
recita all’ Art. 1. (Riorganizzazione del disciolto partito fascista)
Ai fini della XII disposizione transitoria e finale (comma primo) della Costituzione, si ha riorganizzazione del disciolto partito fascista quando una associazione, un movimento o comunque un gruppo di persone non inferiore a cinque persegue finalità antidemocratiche proprie del partito fascista, esaltando, minacciando o usando la violenza quale metodo di lotta politica o propugnando la soppressione delle liberta’ garantite dalla Costituzione o denigrando la democrazia, le sue istituzioni e i valori della Resistenza, o svolgendo propaganda razzista, ovvero rivolge la sua attivita’ alla esaltazione di esponenti, principi, fatti e metodi propri del predetto partito o compie manifestazioni esteriori di carattere fascista)).

e

all’ Art. 4. (Apologia del fascismo)
Chiunque fa propaganda per la costituzione di una associazione, di un movimento o di un gruppo avente le caratteristiche e perseguente le finalità indicate nell’articolo 1 e’ punito con la reclusione da sei mesi a due anni e con la multa da lire duecentomila a lire cinquecentomila. Alla stessa pena soggiace chi pubblicamente esalta esponenti, principi, fatti o metodi del fascismo, oppure le sue finalità antidemocratiche, ovvero idee o metodi razzisti. La pena e’ della reclusione da due a cinque anni e della multa da cinquecentomila a due milioni di lire se alcuno dei fatti previsti nei commi precedenti e’ commesso con il mezzo della stampa. La condanna comporta la privazione dei diritti previsti nell’articolo 28, comma secondo, numeri 1 e 2, del codice penale, per un periodo di cinque anni)

e la

LEGGE 205/1993 del 25 giugno 1993, n. 205 – (Legge MANCINO)
All’articolo 2:
È vietata ogni organizzazione, associazione, movimento o gruppo avente tra i propri scopi l’incitamento alla discriminazione o alla violenza per motivi razziali, etnici, nazionali o religiosi. Chi partecipa a tali organizzazioni, associazioni, movimenti o gruppi, o presta assistenza alla loro attività, è punito, per il solo fatto della partecipazione o dell’assistenza, con la reclusione da sei mesi a quattro anni. Coloro che promuovono o dirigono tali organizzazioni, associazioni, movimenti o gruppi sono puniti, per ciò solo, con la reclusione da uno a sei anni.”

e

la XII Disposizione transitoria e finale della Costituzione della Repubblica Italiana, nel testo vigente del 1 gennaio 1948:
“E’ vietata la riorganizzazione, sotto qualsiasi forma, del disciolto partito fascista.
In deroga all’articolo 48, sono stabilite con legge, per non oltre un quinquennio dall’entrata in vigore della Costituzione, limitazioni temporanee al diritto di voto e alla eleggibilità per i capi responsabili del regime fascista.”

Ora, se la ripetizione per 53 volte del soggetto Mussolini, non è esaltazione di un esponente del fascismo, ancorché indiretta, che cosa è, come si configura, che cosa produce nel visitatore dell’esposizione, di cui sopra, a livello subliminale?
Se non è un’esaltazione di Mussolini si tratta di un’ossessione ben riuscita, anche un po’ fetish, con un esito di pura autoreferenzialità.

A partire dell’assunto, già citato, secondo il quale un’immagine afferma se stessa, la “mostra” così esibita pone diversi interrogativi.

Una prima riflessione, dal basso, riguarda i contribuenti: le cittadine e i cittadini di Salò che, con le loro tasse, provvedono al mantenimento del museo.
La cittadinanza non avrebbe avuto il diritto di avere, e forse avrebbe dovuto esigere, per una mostra che si possa definire tale, un progetto scientifico, verificato e supervisionato da un comitato scientifico adeguato, che tutelasse le condizioni minime per la realizzazione di un’operazione espositiva di livello culturale anche minore, di taglio anche non artistico, a-storico e/o antistorico, qual è, in definitiva, questa operazione che ho definito studio preparatorio per una mostra?

In merito all’apparato “catalografico” sono due i volumi disponibili in mostra alla “mostra”.
Il primo è un libello, non un catalogo, anzi un quaderno del museo, intitolato Il lungo viaggio attraverso il fascismo/1 per la vision secondo Giordano Bruno Guerri de “IL CULTO DEL DUCE (1922-1945) L’arte del consenso nei busti e nelle raffigurazioni di Benito Mussolini”.
All’interno si legge “Per il prestito delle opere si ringraziano: Giuseppe Balestrieri, Massimo Meroni e Massimiliano Vittori.
E’ una monografia di 28 pagine curata da GBG con testo su “Il culto del duce” (7 pagine) con alcune riproduzioni delle opere esposte (21 pagine).

Il secondo, (era) esposto alla cassa, è DVX l’arte del consenso di Massimo Meroni.
Finito di stampare il giorno 12 aprile dell’anno 2016 presso la tipografia per conto di Novecento editoria d’arte – Latina.
Una monografia di 200 pagine con presentazione di Massimo Meroni, iI mito del Duce di Giuseppe Parlato, Predappio e Mussolini di Giorgio Frassineti, sculture, placche-medaglie-rilievi, dipinti-disegni-stampe, il museo.
(Il museo è quello di Predappio, nda).

Questi due lavori sono ciò che di più lontano si possa trovare rispetto ai prestigiosi cataloghi d’arte internazionali noti a chi frequenta vere mostre d’arte. Ne cito alcuni d’affezione: FMR (Franco Maria Ricci), Allemandi (Torino), Skirà (Milano), Fratelli Alinari, Fondation Pierre Gianadda (Martigny, Svizzera).

Il coraggio, se di questo si può parlare e, se di questo si fosse trattato – la notazione è indirizzata al sindaco di Salò Giampiero Cipani – sarebbe stato produrre un catalogo integrale, comprendente entrambe le “mostre”: quella permanente sulla Rsi e quella sul culto del duce – in modo tale da posizionare davvero il MuSa in un panorama critico realmente internazionale.

Se le pubblicazioni per la “mostra” non rappresentano direttamente l’esaltazione del duce sono inequivocabilmente gli strumenti di diffusione dell’effige del s-oggetto, solo casualmente filo-fascisteggiante e fascista, Mussolini Benito.

A 42 giorni dall’inaugurazione dell’esposizione restano solo due i documenti emanati dall’ANPI (associazione nazionale Partigiani d’Italia) locale e provinciale: un’intervista a Paolo Canipari, presidente della sezione ANPI “Italo Nicoletto di Salò, pubblicata da Garda Press di giugno e una lettera aperta, segnalata e acclusa nella prima parte di questo articolo, inviata dal comitato provinciale di Brescia.
Un terzo documento è la lettera aperta, a firma della segreteria provinciale del Partito della Rifondazione Comunista di lunedì 23 maggio 2016.

Le ragioni di un silenzio, così assordante, potrebbero forse essere relate ad uno degli aspetti nodali del problema riconducibile al non superamento dell’ambiguità, insita nel termine “riorganizzazione” che dovrebbe essere riferito correttamente a qualcosa che è estinto, finito, concluso, non come invece sembrerebbe nella realtà e al cospetto di alcuni accadimenti.

L’irricevibilità culturale, civile e politica di alcune mostre, di alcuni raduni, di alcune proposte pseudoculturali sul territorio, perlomeno discutibili quando non esecrabili, ha creato disappunto e dissenso e ha prodotto una sana controinformazione in progress.

C’è fermento in zona.

Azioni e manifestazioni antagoniste alternative a questo status quo sono in agenda.
Un primo volantino, pronto all’uso, era già stato stilato un mese fa dal partigiano Loris Abbiati, un uomo uso all’azione, dopo l’analisi e l’elaborazione di una strategia. Questa proposta, una delle tante, ha dovuto fare i conti con alcune inspiegabili “controresistenze” e prese di tempo inefficaci, e inefficienti, che hanno avuto l’effetto di rallentare risposte già elaborate e pronte per agire l’informazione allargata.
Le azioni progettate dalla controinformazione devono altresì fare i conti con l’evidente impossibilità da parte della minoranza del consiglio di amministrazione del museo di contrastare culturalmente, e nei fatti, i contenuti, l’assenza di scientificità, le scelte espositive delle “mostre” sul culto del duce e sulla Rsi di Roberto Chiarini.

Qualsiasi operazione di presunta, apparente o reale neutralizzazione, quando non di confusione, circa i contenuti, anche didattici, da inserire in una mostra, sarebbe da evitare poiché non è utile né ai discenti di tutte le età, potenziali o reali frequentatori di “mostre” non surrettizie, né agli ispiratori e/o ai mecenati, né agli storici “creativi”, improbabili, e/o verosimili rovescisti e/o negazionisti che siano.
La “mostra” sulla Rsi, secondo il parere di molti, non solo non deve essere integrata, corretta e/o “reimpolpata”, come rilanciato da qualcuno, ma insieme alla mostra sul culto del duce, deve essere smantellata, per essere semmai ripensata, ricordata e archiviata come un tentativo di studio preparatorio per eventuali progetti espositivi.

Chi non ha potuto partecipare all’inaugurazione della mostra, avvenuta ad inviti, non sa quanto è stato detto dai due relatori, anche perché nessun report o articolo pubblicato è esaustivo, a questo proposito.

Lo speech di introduzione alla mostra, a quattro mani, a cura del sindaco e del curatore della mostra, della durata di una quindicina di minuti circa, ha avuto come cifra distintiva più che l’illustrazione della mostra, evasa dal curatore nei cinque minuti finali, una perorazione-apologia della mostra, un’excusatio non petita, piuttosto imbarazzante per la genericità e per la vaghezza dei contenuti, pur nel rispetto dei rituali dovuti ringraziamenti agli amici e ai sostenitori dell’operazione, non è risultato convincente, ancorché verosimile.
Dalle parole del sindaco Cipani “perché poi alla fine tutti quanti riconosceranno il valore culturale, storico, scientifico di questa iniziativa” alla soddisfazione per l’andamento dei visitatori della mostra “Da Giotto a De Chirico. I tesori nascosti, al crescente dinamismo, per numeri e per attività, dell’associazione Garda Musei e relativa citazione con ringraziamenti al Professor Rodolfo Bona, agli eventuali costi “zero” della mostra (non quella in inaugurazione ma quella di Vittorio Sgarbi), all’autoreferenziale citazione del ricevimento del premio Rosa Camuna, all’impatto e al ritorno sul territorio di un investimento economico in cultura sino ad un misto di affermazioni e generalizzazioni varie nelle parole del curatore della mostra, con la dichiarazione cult con cui chiudo un elenco di parole senza molto senso: “Abbiamo cominciato con il culto del duce perché è basilare per capire il fascismo. Se non si capisce il fascismo è anche molto difficile capire ed applicare l’antifascismo”.

Il tutto si svolge in un contesto culturale e territoriale off-limits, in una specie di terra di nessuno, sullo sfondo di scenari fatti di esposizioni, raduni, patrocini concessi e poi revocati, connotati per analoghi inquietanti assenze di contenuti e di prerequisiti oltreché per esiti di “non disambiguazione”, si direbbe in rete.

Estrapolo e cito alcuni eventi.

A Salò, in contemporanea alla mostra su “il culto del duce”, si tiene una mostra dal titolo “La Repubblica a Salò, i 7 mila e 600 giorni di Mussolini, organizzata dal movimento salodiano indipendente (msi) e l’associazione Catarsi.

A Brescia sarebbe stato revocato il patrocinio del comune per il concorso Piccola Caprera “L’amor di Patria”.

A Brescia la proposta di eseguire in Largo Formentone, in piazza Rovetta, un murale con l’effigie del duce e il Bigio ha scatenato indignazione, dissensi e rimostranze.

A Torri del Benaco, sempre sul lago di Garda, nel primo weekend di luglio si è svolto il Boreal Festival, raduno dell’estrema destra europea, per l’organizzazione del quale l’associazione culturale “The Firm” avrebbe ottenuto, oltre alla concessione di spazi e strutture, il  patrocinio del comune.

In una Lombardia che “si è progressivamente collocata a livello europeo come meta di incontri, raduni e concerti di ispirazione neonazista” e in un’Italia in cui “si è formalmente ricostituita Avanguardia nazionale, l’organizzazione neofascista e golpista sciolta d’autorità nel giugno del 1976 dopo una sentenza del Tribunale di Roma che condannò, in base alla legge Scelba, trentuno dei suoi aderenti per ricostituzione del partito fascista” come afferma Saverio Ferrari su Il Manifesto, rispettivamente del 27 maggio e dell’8 luglio 2016.

Di fronte a quanto appena segnalato, manifestare e agire il DISSENSO è sempre più un dovere umano, culturale, civile e politico per chi non è distratto dalla libertà: un imperativo categorico, un impegno necessario e irrinunciabile.

In direzione ostinata e contraria, per quel “per tutti” che ci hanno insegnato con il loro impegno di lotta resistenziale e resistente prima, con le loro esistenze poi, staffette e partigiani tra i quali cito l’amica e maestra la staffetta partigiana Anna Cisero Dati e l’amico e maestro, il partigiano Orlando Bee.

Orlando ha sempre affermato, con determinazione: “tutti devono poter esprimere sempre il proprio pensiero e bisogna ascoltare tutti senza pregiudizi e censure preventive”.

Anna dice della sua lotta partigiana:
“Noi abbiamo lottato per i nostri compagni, per quelli che sarebbero venuti e anche per chi non la pensava come noi.”

Per “Resistere, per esistere” come insegna Elsa Pelizzari.

Per imparare a DIRE NO, come ha insegnato Agape Nulli Quilleri che si era rifiutata di fare il saluto fascista al preside della sua scuola che le intimava di obbedire.

O come ricorda Aldo Giacomini a tutte e a tutti, ma specialmente ai giovani, che “LA LIBERTA’ COSTA CARA MOLTO. Tenetela da conto!

Mi piace chiudere questo pezzo con Italo Calvino e le parole del commissario politico Kim nello struggente, lucido, passaggio della visita al distaccamento “tutto di uomini poco fidati” estratte dal già citato romanzo Il sentiero dei nidi di ragno:

C’è che noi, nella storia, siamo dalla parte del riscatto, loro dall’altra.
Da noi, niente va perduto, nessun gesto, nessuno sparo, pur uguale al loro, m’intendi? uguale al loro, va perduto, tutto servirà se non a liberare noi, a liberare i nostri figli, a costruire un’umanità senza più rabbia, serena, in cui si possa non essere cattivi. L’altra è la parte dei gesti perduti, degli inutili furori, perduti e inutili anche se vincessero, perché non fanno storia, non servono a liberare ma a ripetere e perpetuare quel furore e quell’odio, finché dopo altri venti o cento o mille anni si ritornerebbe così, noi e loro, a combattere con lo stesso odio anonimo negli occhi e pur sempre, forse senza saperlo, noi per redircemene, loro per restarne schiavi. Questo è il significato della lotta, il significato vero, totale, al di là dei vari significati ufficiali.

 

Silvia Berruto, giornalista contro il razzismo

 

R – Riproduzione riservata

 

 

07
Lug
16

Viterbo in lutto. Domani 8 luglio 2016. Noi con empatia e compassione laica ci saremo

 

Ricevo da Peppe Sini

e con empatia e compassione laica condivido.

 

UNA CITTA’ SI FERMA IN MEDITAZIONE NEL DOLORE E NELLA SOLIDARIETA’. UNA RIFLESSIONE PER LA GIORNATA DI LUTTO CITTADINO A VITERBO 

 

Domani, venerdi’ 8 luglio, Viterbo osservera’ una giornata di lutto per la concittadina assassinata a Dacca.

E questo fermarsi in meditazione nel dolore e nella solidarieta’ deve richiamare ogni persona di retto sentire e di volonta’ buona ad una assunzione di responsabilita’: alla coscienza che solo la nonviolenza puo’ sconfiggere la violenza, che solo il bene puo’ sconfiggere il male; e quindi all’azione buona che salva le vite ed a tutte le uccisioni si oppone.*

E nel ricordo addolorato della concittadina uccisa Viterbo ricorda anche tutte le altre vittime della strage di Dacca, e tutte le altre vittime di tutte le stragi, di tutte le uccisioni.

A cominciare dal nostro fratello che dopo essere scampato alla violenza assassina dell’organizzazione terroristica Boko Haram in Nigeria e’ stato ucciso a Fermo, percosso a morte da un picchiatore razzista.

A cominciare dalle donne che quasi ogni giorno anche nel nostro paese vengono assassinate da uomini che le ritengono non persone ma oggetti di loro proprieta’ su cui infierire con la piu’ vile e brutale ferocia.

A cominciare dalle vittime delle guerre in corso in tante parti del mondo, dalle vittime delle dittature dominanti su tanta parte del mondo, dalle vittime della miseria e della fame, della riduzione in schiavitu’ e delle catastrofi ambientali, immani violenze imposte in tanta parte del mondo da un ordine economico, politico e militare rapinatore, devastatore e stragista.Ogni vittima ha il volto di Abele.*

Il ricordo delle persone assassinate ci illumini e persuada al dovere comune: e questo dovere e’ di adoperarci con tutte le nostre forze in difesa della vita, della dignita’ e dei diritti di tutti gli esseri umani.

Di adoperarci con tutte le nostre forze contro la guerra e tutte le uccisioni.

Di adoperarci con tutte le nostre forze contro il razzismo e tutte le persecuzioni.

Di adoperarci con tutte le nostre forze contro il maschilismo e tutte le oppressioni.

Di adoperarci con tutte le nostre forze contro le dittature e la schiavitu’.

Di adoperarci con tutte le nostre forze contro i poteri criminali e il terrorismo.

Di adoperarci con tutte le nostre forze in difesa della civile convivenza.

Di adoperarci con tutte le nostre forze in difesa del mondo vivente casa comune dell’umanita’ intera.

Di adoperarci con tutte le nostre forze per la democrazia che si oppone al dispotismo e alla barbarie, per la legalita’ che salva le vite, per il bene comune dell’umanita’ e del mondo vivente.*

Occorre abolire la produzione, il commercio, la detenzione e l’uso delle armi, poiche’ le armi, tutte le armi, servono a minacciare e uccidere gli esseri umani.

Ed occorre abolire tutte le organizzazioni armate che in quanto tali hanno come fine di minacciare e di uccidere gli esseri umani.

Ed occorre soccorrere, accogliere, assistere tutte le persone bisognose di aiuto: vi e’ una sola umanita’ e tutti gli esseri umani ne fanno parte in eguaglianza di diritti.

La Costituzione della Repubblica Italiana riconosce e protegge i diritti di tutti gli esseri umani: che questo impegno trovi piena realizzazione.

Il primo dovere di ogni essere umano, ed a maggior ragione di ogni umano istituto, e’ salvare le vite.*

Tutti gli esseri umani appartengono a un’unica famiglia; tutti hanno lo stesso diritto alla vita, alla dignita’, alla solidarieta’.

Dopo Auschwitz e dopo Hiroshima ogni persona senziente e pensante sa che l’umanita’ e’ unita in un unico destino di vita o di morte; ogni persona senziente e pensante sa che e’ indispensabile la pace, il disarmo, la smilitarizzazione, il ripudio assoluto della violenza; ogni persona senziente e pensante sa che solo la nonviolenza puo’ salvare l’umanita’ dalla catastrofe.

Ad ogni disumanata ideologia, ad ogni prassi della barbarie, occorre opporre virtu’ e conoscenza, comprensione e compassione, riconoscimento del valore infinito di ogni essere umano e riconoscenza per il dono della vita di generazione in generazione, la contemplazione della verita’ – della solidarieta’, della condivisione – e l’azione buona che la realizza.*

In nome dell’intera umanita’ passata, la cui esistenza sarebbe annientata del tutto e per sempre – come se non fosse mai stata – qualora non vi fosse piu’ un’umanita’ a recarne memoria ed a proseguire l’umana vicenda: si cessi di uccidere.In nome dell’intera umanita’ presente, la cui esistenza e’ sull’orlo di un abisso, su un crinale apocalittico, in un pericolo estremo: si cessi di uccidere.

In nome dell’intera umanita’ futura, che esistera’ solo se noi non distruggeremo la civilta’ e il mondo: si cessi di uccidere.In nome di tutti i possibili venturi, si cessi di uccidere.

In nome di tutti i viventi, si cessi di uccidere.

In nome di tutte le vittime, si cessi di uccidere.

 

Peppe Sini, responsabile del “Centro di ricerca per la pace e i diritti umani” Viterbo, 7 luglio 2016 Mittente: “Centro di ricerca per la pace e i diritti umani”, strada S. Barbara 9/E, 01100 Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac@tin.it, centropacevt@gmail.com, centropaceviterbo@outlook.it

 

Con empatia e risoluta determinazione un abbraccio contro ogni violenza e ogni guerra.

Una abbraccio forte ai familiari di NADIA BENEDETTI e a tutti i Viterbesi,

in silenzio,

attoniti,

ci stringiamo  nella compresenza capitiniana dei vivi e dei morti.

Un lungo interminabile abbraccio a tutte e a tutti
Silvia

 

 

 

01
Lug
16

“La Giovine Italia”. Imperdibile. A Torino tutto esaurito al Teatro Vittoria ieri sera e l’altra sera

” LA GIOVINE ITALIA “

Torino, 29-30 giugno 2016
Teatro Vittoria

 

Emigrare.
Immigrare.
Quasi mai sono scelte.

Spostarsi dalla propria terra di origine verso un’altra terra, significa non sapere come sarà il viaggio e soprattutto se sarà arrivo.

Se c’è l’arrivo, la vita in un nuovo paese, ma può anche essere quello di origine, per chi immigra, è sempre, e comunque, luogo di spaesamenti.

E raramente ci sarà il ritorno.
In prospettiva piuttosto vi sono dinamiche dell’eterno ritorno.
Non del ritorno.

Donne di seconda generazione, nate in Italia, insieme alle loro madri, regalano le loro vite al pubblico.
Sul palcoscenico della vita non c’è spazio per la finzione.
La vita supera l’immaginazione e la narrazione che stasera qui si inverano.

La “Giovine Italia” è un’opera d’arte. E’agita da:

Le Giovani: Ilaria Capraro, Yendry Fiorentino, Rosalia Gardelli, Xi Hu, Deqa Mohamed,
Ikram Mohamed, Songul Murat, Sara Outabarrhist, Ana Sofia Solano, Luisa Zhou.
insieme a
Le Madri: Adriana Calero , Enza Levatè , Suad Omar , Elena Ruzza , Vesna Scepanovic, Maria Abebù Viarengo, Flor de Maria Vidaurre.

Questi i nomi delle 16 donne protagoniste e interpreti di se stesse e di una società in continuo e rapido divenire.
Testimoni privilegiate dell’irripetibilità della condizione di donne migranti, le prime; di spaesamenti complessi, imprevedibili, multipli, e continui nel vissuto e nel portato di esistenze in cerca di identità e di appartenenza, le seconde.

Le loro testimonianze suggeriscono che solo la convivenza basata sul rispetto di tutte le culture e di una rispettosa contaminazione fra esse, garantisce, e produce, vite collettive di libertà e in libertà.

Per vivere una vita, a livello planetario, che sia degna di essere tale per tutte e per tutti e che è sempre più il risultato dell’INCONTRO fra tutte e tutti.
Un tempo si diceva il prodotto di un meticciato consapevole e rispettoso di tutte le reciprocità.

Non come avviene oggi in Italia ad ogni arrivo dei migranti, tipico e topico.

“La richiesta per il richiedente asilo è a tempo determinato.
I primi sei mesi! impara l’italiano.
Poi … in Prefettura: racconta la tua storia !
Puoi rimanere … o non puoi rimanere!!!
Se è sì, dopo sei mesi devi lasciare il centro di accoglienza.
Se è no, hai diritto ad un avvocato.
Dopo l’avvocato, puoi rimanere …o non puoi rimanere!
Se è sì, dopo sei mesi devi lasciare il centro di accoglienza,
se è no, dopo 15 giorni devi lasciare la struttura.
Per dove ?
Non si sa, non si sa, non si sa, non si sa, non si sa! “
Così, con un urlo di impotenza e di rabbia, Madre Flor.

Strazianti sono pure le domande che Madre Flor pone a tutti:

“Perché l’Italia dimentica il suo passato?
Perché tutta questa indifferenza ?
Perché tutto questo razzismo?

Straziante e fiero è il canto di Yendry che lancia la marcia di rivendicazione e di liberazione delle giovani figlie alla ricerca di una “Freedom” reale che sia anche il riconoscimento di tutti i diritti negati.
E del diritto di TUTTE e di TUTTI alla libertà di realizzare i propri sogni.

Nato nell’ambito del bando MigrArti – promosso dal MIBACT – lo spettacolo “La Giovine Italia” riflette sul rinnovamento della società contemporanea messo in atto da persone
giunte in Italia da ogni parte del mondo e indaga sul rapporto tra le generazioni.
Per una narrazione tutta al femminile.

Il testo dello spettacolo è il frutto di una drammaturgia corale che nasce dall’attività laboratoriale delle attrici della compagnia Almateatro con ragazze nate in Italia o giunte per ricongiungersi alla famiglia.

 

La Giovine Italia è stato realizzato grazie alla cultura, alla competenza e alla professionalità di queste persone :

Conduzione laboratorio: Gabriella Bordin, Vesna Scepanovic, Maria Abebù Viarengo

Ha collaborato: Margherita Pancheri

Ricerca Testi e collaborazione drammaturgica: Vesna Scepanovic e Maria Abebù Viarengo, Elena Ruzza

Organizzazione: Sara Consoli

Luci : Alexis Doglio

Regia: Gabriella Bordin

 

Ma se tutto sembra in salita, niente è come sembra e niente è come appare.

 “La nostra strategia non dovrebbe essere solo quella di affrontare l’impero, ma di assediarlo, privarlo dell’ossigeno, disonorarlo, prenderlo in giro.

Così con la nostra arte, la nostra musica, la nostra letteratura.

Con la nostra ostinazione, gioia e intelligenza.

Con la profonda instancabilità e la capacità che abbiamo di raccontare le nostra storie.

STORIE che sono differenti da quelle che ci hanno inculcato, in cui ci hanno obbligato a credere.

[ … ]

I grandi poteri avranno fine se ci rifiutiamo di seguire le loro idee, la loro versione della storia, le loro guerre ed armi, la loro idea di inevitabilità.

Ricordiamoci che noi siamo molte e loro pochi.
Loro hanno bisogno di noi, più di quanto noi abbiamo bisogno di loro.

Un altro mondo non solo è possibile … sta arrivando !

Nei giorni di quiete … posso sentirlo respirare … ”

 

Sul respiro corale di queste donne, sull’autorevolezza delle loro vite, così importanti e necessarie per tutte e per tutti noi, in un silenzio assordante di commozione compartecipata, si spengono le luci sul palco di un teatro in empatia: non certo su questa storia che è la NOSTRA storia.

Imperdibile.

 

Silvia Berruto, giornalista contro il razzismo

20
Giu
16

Profugo da profugere: cercare scampo

0_SEI NATO SULLA TERRA? ALLORA NON SEI CLANDESTINO

Dedicato

a

tutte le bambine e a tutti i bambini del mondo,

profughi

Con quali occhi potremo ancora guardarvi

su questa terra che qualcuno s’è decisa

proprietà privata

perché se è vero che siamo tutt* sulla stessa barca

noi però

non abbiam dovuto nuotare

per guadagnarci

la libertà

della libera circolazione

e

del vivere

anzi

io,

istruttrice di nuoto

e di salvamento

brevettata,

ANNEGO

nell’impotenza

del non potervi

neppur

empatizzare

nonostante

il mio lungo interminabile abbraccio

del lottare di tutti i giorni

ché

nessuno è libero

se non tutti sono liberi

allora

LIBERA TUTTI !

–  20 giugno 2016 –

Invocando anche un Christeau reperibile e disponibile

Ex trait da  “Di sola andata”, SB, 2016

GIORNATA MONDIALE DEL RIFUGIATO

 

 

 

https://www.unhcr.it/

 

http://www.gmm.migrantes.it/pls/siti/v3_s2ew_consultazione.mostra_paginat?id_pagina=2698&target=0

http://www.swissinfo.ch/ita/giornata-internazionale-del-rifugiato_65-3-milioni-di-profughi-nel-mondo—mai-cos%C3%AC-tanti–secondo-l-unhcr/42238840

http://www.gdc.ancitel.it/oggi-giornata-mondiale-del-rifugiato-nel-2015-record-di-persone-in-fuga/

12
Giu
16

Il culto del duce e l’arte del consenso. Studio preparatorio per una mostra improbabile

ITALY, LOMBARDIA, GARDASEE, SALO’

 

“Ognuno vede ciò che sa” insegnava il maestro Bruno Munari.

E questo è il concetto base, il Leitmotiv, e la metodologia agiti per osservare, analizzare e decostruire, per ricostruirne il senso, oltreché per recensire l’esposizione su “Il culto del duce e l’arte del consenso, nei busti e nelle raffigurazioni di Benito Mussolini”, inaugurata a Salò, lo scorso 29 maggio.

L’inaugurazione non era ad entrata libera ma a inviti.

Per una mostra pubblica, realizzata in uno spazio pubblico, il MuSa (Museo di Salò), finanziato anche con le tasse della cittadinanza salodiana.
Una esposizione della durata di un anno il cui finanziatore-promotore unico sarebbe un privato che avrebbe sborsato per l’operazione “culturale” 24.000 euro.

53 (sono) le opere esposte come risulta dall’elenco opere allegato  che, con la locandina della mostra e una scheda di sintesi componevano la cartella stampa per i giornalisti.

Un solo s-oggetto, il duce, interpretato per 53 volte.

I pezzi – busti, ritratti, una maschera – sono le opere scultoree (35) a cui si aggiungono, in una seconda sala, in una confusione ordinata con la mostra preesistente sulla RSI curata dal professor Roberto Chiarini, le raffigurazioni del duce (18): bozzetti in cartoncino, xilografie, dipinti, incisioni, ceramiche realizzati da alcuni artisti e da autori non noti.

Le opere sono esposte, en juxtaposition, per accostamento.

Il filo conduttore, se c’è, non è dichiarato e non lo si intravvede neppure in senso meta-artistico.

L’esito della mostra risente non solo della ripetizione mono-tematica e, dunque, mono-tònica del soggetto, sempre lo stesso, ma soprattutto dell’assenza di un compendio e di una sinossi necessari per un’adeguata fruizione delle opere esposte.

L’apparato esplicativo è assente, e insufficienti sono i contenuti dei testi dei pochi pannelli

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sui quali il con-testo valoriale del curatore si sovrappone all’aspetto informativo.

Per esemplificare: non c’è un profilo biografico del duce.
Non c’è una cronologia di insieme.
Non c’è un catalogo di tutte le opere con debita descrizione, datazione e attribuzione delle stesse.
Per alcuni pezzi esposti non esiste un autore: sette sono le opere anonime.
Il generico e l’indistinto si impongono sull’aspetto scientifico.
Impossibile comprendere il target di pubblico a cui si rivolgerebbe la mostra.

Una domanda, retorica, sorge spontanea. Serve uno studio preparatorio per una mostra, così potrebbe essere definita questa operazione, alquanto verosimile negli intenti come negli esiti, meta-artistici e non?

Ma se l’immagine, notazione teorica, afferma se stessa e se il significato del s-oggetto esposto è pura autoreferenzialità, il senso dell’operazione totale si invera e si esaurisce nell’effetto subliminale assolutamente raggiunto.

Se non fosse che “chi vede ciò che sa” esce da questa mostra con un senso di nausea reale e non abbocca all’esca de “il lungo viaggio attraverso il fascismo”.

Se l’effimero è la cifra dell’inutilità della “vision delle opere esposte in questo studio preparatorio per una mostra, l’arte del consenso non è altro e niente di più che un mero modo di dire.

Due errori metodologici sono da segnalare.

Il primo. La scelta del periodo espositivo inizialmente fissato dal 28 maggio 2016 al 28 maggio 2017.
Ricordo per il pubblico internazionale che il 28 maggio è la data della strage di Piazza Loggia avvenuta Brescia, che è a circa 25 chilometri da Salò, il 28 maggio 1974 durante una manifestazione antifascista unitaria di protesta per dire un NO forte all’ondata di violenze in atto a Brescia e in provincia. La matrice dell’eversione nera della strage è stata acclarata dalla sentenza del processo: sono stati condannati all’ergastolo il 22 luglio 2015 Carlo Maria Maggi (ex leader di Ordine Nuovo) e Maurizio Tramonte (informatore del Sid ai tempi della strategia della tensione).
Il processo per la strage di Piazza della Loggia è l’unico processo per strage ancora aperto in Italia.
A seguito delle contestazioni e dell’indignazione allargata la mostra si terrà dal 29 maggio 2016 al 29 maggio 2017.

Ha chiesto di intervenire al Questore e al Prefetto di Brescia, con una lettera aperta, il segretario provinciale di Rifondazione Comunista Attilio Zinelli che parla di operazione politica.
Il Comitato Provinciale di Brescia dell’ANPI (associazione nazionale Partigiani d’Italia) ha inviato al Prefetto, al Questore, al Sindaco di Salò, ai deputati e ai senatori bresciani, alle/ai rappresentanti delle istituzioni democratiche e alla cittadinanza, una lettera aperta.

I manifesti di promozione affissi a Salò portano i segni evidenti, e imbarazzanti, delle correzioni delle tre date, non effettuate sulla locandina presente nella cartella stampa preparata per i giornalisti.

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Il secondo errore, un’idea di rara sensibilità, umana “culturale” e “storica”, sarebbe (stata) la proposta del “Momento musicale con il Violino della Shoah della collezione Le Stanze, per la Musica di Carlo Alberto Carutti (in comodato presso il Museo Civico di Cremona) Daniele Richiedei, violino”

All’inaugurazione della mostra la maldestra provocazione del Violino della Shoah non ha fatto scempio della memoria di chi è stato eliminato, in soluzioni finali e non, dal mortifero connubio fascinazista.

Ho raggiunto telefonicamente il Professor David Elber, storico e presidente dell’associazione Italia-Israele di Brescia, presente all’inaugurazione (alla cui intervista, di prossima pubblicazione, rimando).
L’accostamento del Violino della Shoah con questa rassegna, così la definisce Elber, è fuori contesto e “non ne ho visto proprio il nesso.”
“Per come è stata è stata allestita, questo è proprio un mio giudizio, questa rassegna non ha molto senso fatta così come è, perché è completamente decontestualizzata da quello che è l’andamento storico del fascismo soprattutto poi nel periodo della repubblica sociale. Non ci sono didascalie, non c’è nulla che faccia comprendere alle persone che decidono di andare a vedere questa mostra cosa è stato effettivamente il fascismo.”
Alla domanda sul perché dell’accostamento del violino della Shoah alla mostra il curatore Giordano Bruno Guerri non ha dato risposta.
Il Sindaco, con una forma di equilibrismo senza eguali, avrebbe detto che voleva essere “un omaggio ai caduti della Shoah”

Inaccettabile infine il costruzionismo del setting a quattro: un’ipotetico pot-pourri di frasi estrapolate ad hoc fra quattro partecipanti: due partigiani, Agape Nulli Quilleri e Aldo Giacomini, e due (filo)fascisti che sarebbero, mi dicono fonti accreditate, Peppo Cinquepalmi della Xa Mas e Fiorenza Ferrini, ausiliaria della Guardia Nazionale Repubblicana.
A fronte di queste frasi estrapolate da non si sa quale documento (non è dato saperlo poiché non ci sono gli estremi in mostra per risalire a queste “interviste”) rimando in proposito al documento dvd La libertà costa cara molto. Volti e voci della Resistenza bresciana, Avisco, Brescia, 2011 in cui Agape racconta il suo rifiuto di alzarsi in piedi e di fare il saluto fascista a scuola di fronte al preside e ad Aldo Giacomini al quale si deve il titolo del documento storico citato.

Al Sindaco Giampiero Cipani, che durante l’inaugurazione ha parlato di immagini “molto affascinanti, molto intriganti, culturalmente soprattutto di altissimo livello storiografico” e ha ringraziato Giordano Bruno Guerri, il curatore della mostra, per il coraggio “perché ci vuole anche coraggio per fare queste cose”, invio l’espressione accorata del mio più assoluto dissenso.
Al curatore dell’operazione, Giordano Bruno Guerri, che ha dichiarato che “la grande novità del fascismo fu avere introdotto e imposto il concetto di politica come religione” per cui “l’idea politica non era più un’opinione, quindi discutibile, l’idea politica doveva essere una fede assoluta” rispondo che “il fascismo non è un’opinione, ma un crimine”.

E ancora.

NOI, parenti di uomini che hanno restituito la tessera al fascio, sorelle e fratelli di chi è stato violentato e ucciso nei campi di sterminio, non sappiamo che farcene di studi preparatori per una mostra improbabile come questa o per una futura mostra sull’arte del consenso al duce, alias Benito Mussolini.
In tempi di guerre planetarie è giunto il momento di farla finita con la violenza culturale, politica e strutturale.
Se la resistenza oggi è la nonviolenza, la liberazione è il disarmo.
Ognuno a partire da se stesso.

Infine la mia frase di controinformazione su Italo Calvino dalla prefazione del 1964 de Il Sentiero dei nidi di ragno, ancorché discussa e discutibile:

“Anche in chi si è gettato nella lotta senza un chiaro perché, ha agito un’elementare spinta di riscatto umano, una spinta che li ha resi centomila volte migliori di voi, che li ha fatti diventare forze storiche attive quali voi non potrete mai sognarvi di essere.”

 

Silvia Berruto, giornalista contro il razzismo

 

© Copyright Photo Silvia Berruto, Salò, maggio 2016

® Riproduzione riservata

– continua –

20
Mag
16

Giornata nazionale di studi “La società del non ascolto”. Oggi nella Casa di reclusione di Padova

La società del NON ASCOLTO
Mi racconto, ti ascolto: esercizi di responsabilità condivisa
Giornata nazionale di Studi
Casa di reclusione di Padova
20 maggio 2016

Italy, Veneto, Padova

Dedicato a Marco Pannella

Più di 500 persone partecipano oggi alla giornata di studi “La società del NON ASCOLTO”.
Ristretti. Per qualche ora.
E dalla parte dei ristretti. Per sempre.

L’ospite-visitatore che entra nella casa di reclusione Due Palazzi di Padova, infatti, non può non diventare, se non lo è già, coinvolto in modo permanente e irreversibile sul tema del carcere.

Ho usato il termine ospite non a caso.
Infatti nelle giornate di studio nazionali che si svolgono annualmente in questo carcere si può sperimentare cultura a tutto campo e in primis proprio il senso dell’accoglienza.

Il programma di alto profilo culturale vede l’introduzione di ogni singola sezione
a cura dei ristretti della redazione della rivista Ristretti Orizzonti.

Sono anche fotografi e videomaker esperti, redattori e giornalisti che realizzano il reportage completo di ogni giornata di studi.

Ma sono soprattutto uomini che si raccontano.
Uomini che raccontano il dolore e la perdita di sé, di familiari, di pezzi di vita e della libertà, quando si è persa la strada.
E di quando, spesso in una frazione infinitesimale di tempo e di spazio, si commette un reato dagli effetti devastanti e irreversibili. Mi riferisco a chi è condannato al carcere a vita: all’ergastolo ostativo.
Il cui certificato di detenzione riporta il timbro con la fine pena 31/12/9999.
Erano 1174 nel 2015 i condannati al carcere a vita: senza fine, senza benefici o misure alternative.

Sono tutti uomini che hanno sbagliato e che raccontano la loro ricostruzione.
Con autocritica ma in prospettiva, per chi non è ovviamente “senza scampo” ovvero un ergastolano ostativo.
In un carcere come quello di Padova dove molti studiano, riprendono a studiare e anche a lavorare nel processo rieducativo.

In carcere per imparare.
Potrebbe essere lo slogan che unisce i ristretti e noi ospiti.

Quest’anno il titolo della giornata di studi è La società del NON ASCOLTO

Ristretti Orizzonti è una rivista.
Per la diminuzione dei contributi pubblici e degli abbonamenti rischia di chiudere.
Sosteniamo tutti l’esperienza e la rivista.

Ecco l’APPELLO di Ornella Favero, direttrice della rivista

 

IO SOSTENGO RISTRETTI ORIZZONTI.

 

Silvia Berruto

 

 

 

 

 

 

07
Mag
16

NON AVERE PAURA! DONNE CHE NON SI SONO ARRESE di Cristina Monti. Torino 26 aprile 2016

NON AVERE PAURA! DONNE CHE NON SI SONO ARRESE
di Cristina Monti
Italy, Piemonte, Turin
26 aprile 2016
San Salvario
Biblioteca civica Natalia Ginzburg

 

La Liberazione.
E’ stata la protagonista dell’incontro del 26 aprile scorso, a Torino, per “La parole sono mappe” a cura dell’Associazione ALMATEATRO.

Una serata al femminile, per la collaborazione cooperativa fra l’associazione Scambiaidee, l’ANPI sezione Nicola Grosa (di San Salvario), la Circoscrizione 8 presso la cui biblioteca civica Natalia Ginzburg è stato proiettato il documentario “Non avere paura! Donne che non si sono arrese”

Per declinare il 25 aprile al femminile, in omaggio e in onore al contributo delle donne che, insieme agli uomini, lottarono per liberare l’Italia dal nazifascismo.
A 70 anni dal voto alle donne. Per centrare, ancora una volta, l’attenzione sulle donne nella Resistenza per il loro ruolo non sempre adeguatamente ricordato e, storicamente, non ancora sufficientemente valorizzato.

Le donne.
Donne che non ebbero paura, che si opposero anche a quella non-idea di Benito Mussolini che intendo qui ricordare: “Donne felici, perché fattrici di prole sana e robusta per la nazione”

Donne che si emanciparono dal sistema e dall’ideologia fasciste, ben riassunte nell’esternazione di Mussolini che ancora voglio riportare all’attenzione: “Non darò il voto alle donne … La donna deve ubbidire. La mia opinione della sua parte nello stato è opposta a ogni femminismo. Naturalmente non deve essere schiava, ma se le concedessi il diritto elettorale, mi si deriderebbe. Nel nostro stato essa non deve contare”.

Nella presentazione della serata è stato ricordato che essere antifascisti significa essere femministi e implica, anche oggi, la lotta per i valori di uguaglianza che non devono essere solo praticati, ma anche rivitalizzati.

“Ognuno di noi sia parte attiva della cittadinanza. Il 25 aprile è ri-partire dai fondamentali” ha detto l’attivista culturale della circoscrizione 8.

Raffaele Scassellati, presidente dell’ANPI di San Salvario, ha ringraziato le donne presenti e le Primule rosse, la band di Elena Gabri, Giulia Impache e Bianca de Paolis che hanno curato, e cantato, con passione resistente, la Resistenza cantata.

L’attrice Gabriella Bordin ha poi illustrato i contenuti dell’incontro e l’impianto del documentario di Cristina Monti.
“Il documento video parte da un lavoro teatrale fatto con le donne dello SPI*-CGIL Torino nel 2005 che chiese a Mariella Fabbris, a me, a Rosanna Rabezzana e a Elena Ruzza – protagoniste e animatrici della vita culturale della città e della provincia, nda – di mettere in scena la Resistenza al femminile”, che si aspettava un lavoro realizzato da attrici.
“Noi, aggiunge Gabriella, rilanciammo subito in un altro modo. Siano le donne che hanno fatto la Resistenza a parlare e ad andare sul palcoscenico! ”
Con cinque laboratori a Torino, Pinerolo, Settimo, Ivrea e a Collegno si crearono cinque gruppi di donne che diedero il loro apporto per elaborare il testo dello spettacolo “Non mi arrendo, non mi arrendo”.

Il documentario è la summa del girato delle testimonianze dirette e dei ricordi di tre donne piemontesi resistenti con alcuni estratti dallo spettacolo sopra citato: il racconto della Resistenza delle donne attraverso il teatro e attraverso il cinema.

Le tre donne sono Caterina Giacometti in Costa, “partigiana, ribella, bandita” (sono le sue parole nel documentario), Bianca Secondo e Michelina Marietta Aleina.

Bianca, Caterina, Michelina e le altre donne hanno lottato così.

“Qui ognuna racconta la propria Resistenza.
Resistenti alle mode.
Resistenti all’imbarbarimento progressivo,
Resistenti alla stupidità.
Resistenti alla cialtroneria.
Resistenti alla propaganda”

Bianca ricorda: “Credo fosse il 29 … ci hanno dislocati secondo le brigate nelle caserme.
Su un libro c’è scritto: “Nemo e L … (Ljiubitza, che vuol dire amore, nda) Cosa hanno fatto gli altri? Hanno cercato di godersi la Liberazione.
Loro hanno fatto la raccolta di sacchi di tutti i documenti dell’OVRA e del CNR.
E ce li siam traslocati per 60 anni.
Quei documenti che adesso sono … tutti … in archivio.
E son salvi! “

 

A Bianca, a Caterina e a Michelina.
A loro e a tutte le altre donne Resistenti,
COLLETTIVAMENTE,
va la mia
e
la probabile
dovuta,
allargata,
gratitudine
del
NOI.

Donne e uomini Resistenti, dopo la fine della guerra, furono costretti ad emigrare.
Non c’era lavoro per chi era stata partigiana e partigiano.

Ha scritto Joyce Lussu:
“Avevamo delle posizioni di notevole prestigio
data la nostra partecipazione alla Resistenza.

Ma le abbiamo perse subito quando
l’organizzazione dei partiti e dei sindacati
si ricostruì nel modo più tradizionale.”
Elsa Pelizzari, una partigiana della mia terra – di Lombardia – racconta la stessa storia.
A tutte e a tutti ricorda:
RESISTERE, PER ESISTERE.
E’ ancora il nostro motto! “

Silvia Berruto, antifascista

 

* Lo SPI è il sindacato pensionati italiani della CGIL
La CGIL è la Confederazione Generale Italiana del Lavoro

 

Non avere paura! Donne che non si sono arrese
Regia: Cristina Monti
Fotografia: Paolo Rapalino
Suono: Fabio Coggiola
Montaggio: Cristina Monti, Marco Duretti
Correzione colore: Marco Fantozzi
Musiche: Dogtroep, coro La Ginestra, Fabio Viana
Durata: 60′
Prodotto da SPI-CGIL Torino e Associazione Almaterra con il sostegno del Piemonte Doc Film Fund – Fondo regionale per il documentario e dello SPI-CGIL Nazionale e del Piemonte
Progetto teatrale Non mi arrendo, Non mi arrendo! a cura di: Gabriella Bordin, Mariella Fabbris, Rosanna Rabezzana, Elena Ruzza
Responsabile progetto: Eufemia Ribichini

 

® Riproduzione riservata




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