06
Gen
17

In morte della cara caldaia

EPITAFFIO PER LA CARA CALDAIA

 

“Si è spenta a soli 12 anni dal prevedibile fine vita
RBL Ri Ello serie 3700
dopo una vita dedi(ca)ta
a scaldare ignoranze ricolme di CO2.

Obsoleta, ma costretta a lavorare, è morta a causa di un ormai acclarato accanimento terapeutico e per sovrasfruttamento.

 

Già nel novembre 2004 era stata dichiarata pressoché a(in) fine (di)vita,
come risulta da – proposte di intervento per la riduzione di consumo energetico/idrico e per lo sfruttamento di energia solare per la produzione di energia elettrica e termica –
studio di Luca, Alexis e Antonio, tre ingegneri ecostudiosi –
ovvero dai rendimenti sempre più bassi e dalla necessità di manutenzioni sempre più frequenti.

 

Rianimata più volte in questi anni, ieri sera non ce l’ha fatta.

 

Lascia (circa) 10 fans locali inconsolabili e diversi parenti a lei molto affezionati.

 

Ci stringiamo in Franti alla Famiglia
dei suoi sostenitori
e ai Parenti tutti,
ma soprattutto tra noi e noi, per non schiattare … dal freddo.

 

La affidiamo ad Ih Oh
certi che le concederà finalmente l’eterno riposo
considerato che ora riposa in pe(a)ce.

 

Al Signor Ih Oh, Ih Oh, Ih Ho
sempre a Lei molto devoto,
in omaggio alla sua vita spesa nell’esercizio di improbabili consigli,
porgiamo le nostre fredde e sentite condoglianze.

 

NOI, ostaggi dell’ignoranza e dell’analfabetismo di andata e ritorno

ore 6,14 del 6 gennaio 2017

Da ” Il tak di un vecchio sporcaccione “

31
Dic
16

2017: 10 anni di collettivamente memoria e 12 anni de I DIMENTICATI

 

Nel 2017 con molte e molti altri festeggeremo i 10 anni di Collettivamente memoria e i 12 anni de I DIMENTICATI.

Faremo festa al NOI perché ogni ragione di successo è il risultato di un impegno collettivo.

Collettivamente perché il solipsismo è un tarlo che divide chi lo usa. Don Lorenzo Milani diceva “Ho imparato che il problema degli altri è uguale al mio. Sortirne tutti insieme è politica. Sortirne da soli è avarizia.”

Alla luce di quanto appena affermato, il mònito del maestro, e amico, Nanni Salio a non essere dei dilettanti acquista e rafforza il senso del presente e del futuro.

Di quel essere presenti al presente che ci ha insegnato Lanza del Vasto.

Con le indimenticabili dediche-mònito dell’amico e maestro Danilo Dolci delle quali ricordo quella manoscritta su La legge come germe musicale “A Silvia, esploratrice “ … come a voler indirizzare, ancora, la mia via.

Per la PACE, non la via, nel mònito del Mahatma Gandhi: “Non c’è una via della pace, la PACE è la via”.

E il nome che mio padre, filoleopardiano doc, ha scelto, con ostinazione per me, Silvia, è inciso in me come un destino fors’anche per il repetita iuvant. Da sempre infatti mi sento ripetere il ” Silvia rimembri ancor … “ dell’omonima composizione di Giacomo Leopardi.

Come mi ricorda l’ultima dedica di Italo Tibaldi, maestro, amico, resitente e deportato politico a Mauthausen (42307) e a Ebensee nel corso del nostro ultimo incontro e della mia ultima intervista, con cui ho voluto chiudere il nostro corto “NOI NON MORIREMO IN SILENZIO” :

“A Silvia Berruto per questa memoria al futuro …”
Ascolta il mònito di Italo in diretta …

 

Per non dimenticare.

Per costruire e re-inventare ogni giorno

un NOI

che sia senso e mèta insieme.

 

Con l’augurio di tanta voglia di futuro

Per un futuro e un 2017 politici.

 

Con rispetto,

Silvia

 

® Riproduzione riservata

30
Dic
16

I DIMENTICATI. Un’idea per ricordare di Silvia Berruto e Giovanna Capitanio, Aosta, 2005-2017

“Ricordare vuol dire non morire”

 

Testimoniare assicura l’immortalità dei fatti e dei gesti. Delle Resistenze, delle disobbedienze, delle opposizioni.
Dei NO detti e agiti.
Delle memorie.
Del passaggio e dell’accettare di accogliere il testimone: per testimoniare.

Il dovere di ricordare.

Alla ricerca della costruzione permanente di un’etica, anche del ricordare, sulla fragile linea delle memorie, incerte, mutevoli, ingannevoli, labili in cui si inserisce il destino umano dell’essere condannati a riflettere. E a ricordare.

Zakhòr, in ebraico, “ricorda!” è l’imperativo categorico.

Anche per non dimenticare.

I DIMENTICATI. Un’idea per ricordare è questo e molto più di questo.

L’idea è nata da un bisogno-dovere di dar voce a Francesco Capitanio e a Francesco Gallinari, nel sessantesimo anniversario della Liberazione dal regime fascinazista.

Dalla deportazione al ritorno, attraverso un percorso di parole immagini e suoni, Giovanna Capitanio e Silvia Berruto vivono, in forma di evento, l’impegno del ricordare.

L’evento si compone di una mostra fotografica e di una lettura-action per ricordare le “categorie” dei deportati di cui il testo di legge italiano (legge 20 luglio 2000, n.211) non parla esplicitamente: deportati della comunità romanès (Rom e Sinti), omosessuali, testimoni di Geova, delinquenti “comuni”, asociali, apolidi, oltre ovviamente agli Ebrei, ai deportati politici e agli internati militari.

Due testi scritti dalla figlia, Giovanna, e dalla nipote, Silvia, sono l’omaggio agli internati militari Francesco Gallinari e Francesco Capitanio.

 

A FRANCESCO CAPITANIO

È tornato…irriconoscibile,
con il treno, quando c’era,
con le sue gambe, instancabili.
È tornato…
Per lunghi anni,
terribili incubi notturni affollano i suoi sogni, ed anche i nostri.
Ricordi, come ospiti indesiderati
della mente e del cuore,
divengono forza vitale;
le sue mani creano
e lo aiutano a modellare
una vita intera
nella comprensione
e nella speranza
di un mondo possibile.

 

Giovanna CAPITANIO

 

 

PER FRANCESCO GALLINARI

È tornato a casa la sera di martedì 28 agosto 1945.

Era stato catturato mercoledì 8 settembre 1943.

Il ricordo comune dei figli si ritrova in un articolo della terzogenita Tina:
“Il giorno precedente i Tedeschi erano entrati nel distretto, alla Caserma Goito (Brescia) e avevano fatto prigioniero il comando militare; alla sera avevano rilasciato tutti: ufficiali, sottufficiali e soldati, dietro giuramento.
Avrebbero dovuto ripresentarsi la mattina dopo.
Quel giuramento rispettato costò a lui due anni di lager in Polonia e in Germania.

Il papà … ci ritrovò tutti grazie anche a lei, alla mamma …
La notte in cui tornò … lei era appoggiata al davanzale e recitava il rosario, pregava Dio di restituirle quello sposo lontano che ormai cominciava a pensare non sarebbe tornato mai più.
Lo riconobbe dal passo. Ricordo … il nostro risveglio e l’esultanza dei vicini nel caseggiato tutto illuminato per quella notte in cui rinasceva la speranza”.

Resta in me,
oltre al privato privato e al dovere di sapere per testimoniare,
una testimonianza indelebile che accompagna la mia vita di tutti i giorni:

la fedeltà alla parola data.
Senza condizioni.

Con rispetto, Silvia

                                                                         28 agosto 1945 – 29 gennaio 2005

Silvia BERRUTO

 

Nell’exhibition sono esposte alcune immagini fotografiche realizzate durante il percorso del Treno della Memoria e dei Diritti umani al quale hanno partecipato le due fotografe il 18, 19 e 20 maggio 2004 nelle stazioni di Pont-Saint-Martin e di Aosta (Valle d’Aosta).

Dettagli del treno e gruppi di giovani ritmano questo viaggio, non solo fotografico, in cui si invita l’osservatore ad esercitare la memoria futura.

Dalla decostruzione del dolore alla costruzione della speranza attraverso l’immortalità del testimoniare.

 

I suoni, estratti da brani musicali che hanno segnato e inciso la nostra vita privata, sono complementari all’incedere del testo e inscindibili dalle immagini proiettate durante la lettura-action.

Per la voce insuperabile dell’amica, e attrice, Paola Roman.

 

Ida Désandré e Italo Tibaldi deportati politici, amici, maestri e compagni permanenti del nostro testimoniare, sono – sempre – con NOI.

Ne I DIMENTICATI con le loro voci registrate live in stazione.

Nella vita di tutti i giorni, nell’anima.

Persempre,
Silvia Berruto, nipote di Francesco Gallinari
Giovanna Capitanio, figlia di Francesco Capitanio

 

I Dimenticati è stato presentato il 26 gennaio 2006 ad Aosta al Teatro Giacosa. Realizzato in collaborazione con il Consiglio Regionale della Valle d’Aosta e l’Istituto Storico della Resistenza e della società contemporanea in Valle d’Aosta e con il patrocinio della Presidenza del Consiglio Comunale di Aosta e dell’Associazione Post Quem Cultura e Memoria Partecipata di Torino. L’allestimento teatrale è stato realizzato in collaborazione col Servizio Attività Espositive dell’Assessorato Istruzione e Cultura della Regione Autonoma Valle d’Aosta.

Il riconoscimento de I Dimenticati è avvenuto in forma pubblica :
il 29 gennaio 2005 presso la Biblioteca Regionale di Aosta
il 26 gennaio 2006, al Teatro Giacosa di Aosta
il 27 gennaio 2006, presso l’Istituzione scolastica Aosta 1 di Aosta
il 6 febbraio 2006, presso la Biblioteca Comunale di La Thuile.

Exhibit:
Dal 24 gennaio 2005 al 5 febbraio 2005 presso la Biblioteca Regionale di Aosta
Dal 20 gennaio al 27 gennaio 2007, all’Espace Populaire di Aosta
dal 27 gennaio al 27 febbraio 2007 per l’Associazione “Ingranaggi in movimento” presso il Circolo culturale “Officina” di Aosta.

I DIMENTICATI è un’autoproduzione.

 

i-dimenticati_2006

® – Riproduzione riservata

18
Dic
16

Noi dove eravamo? Noi dove siamo?

CONDIVIDO QUESTO TEMPO DI SILENZIO

e

l’

INVITO

Leggi la lettera allegata e cerca :

UN AUGURIO DI PACE , FORZA E GIOIA
gruppo “In silenzio per la pace”
Mantova

con-i-piccoli-di-aleppo-18-dicembre-2016

Grazie Gabriele. Con un lungo interminabile abbraccio
Silvia

mani-copia

18
Dic
16

Giornata di azione globale contro il razzismo e per i diritti dei migranti, rifugiati e sfollati.

Imagine all the people living life in peace …

unknown

immagine

estratta da

Accademia Apuana della Pace

17
Dic
16

WHAT IS HOME? Ipotesi per cambiamenti collettivi possibili

WHAT IS HOME
SEGNI.XI Festival teatro, arte, spettacolo
Mantova, 27-28-29 ottobre 2016

Community engagement.
Questa l’ouverture, invito e proposta programmatica insieme, del progetto-intervento per cambiamenti collettivi possibili, con azioni e obiettivi ad assetto variabile.

In considerazione della presenza e della promozione del protagonismo individuale e collettivo, con spazialità diffuse e ricognizioni riuscite anche al di fuori del centro di attenzione principale (il quartiere Valletta Valsecchi a Mantova), WHAT IS HOME deve essere considerata una buona pratica agita più che un evento o un mero intervento culturale sul territorio.
Parte propulsiva di un progetto più ampio, Epicentro Culturale diffuso Valletta Valsecchi,  è animazione e partecipazione umana e sociale insieme per la costruzione di mondi e di modi di vivere collettivi a partire dal quartiere, dall’unità costitutiva più piccola: la casa.
Per un “progetto di rigenerazione urbana e innovazione sociale attraverso le arti e il teatro con spettacoli e laboratori nel quartiere” come si legge nella sezione Progetti e chiavi di lettura del programma di Segni 2016.
A Mantova ogni anno artisti diversi abiteranno nel quartiere dove agiranno processi di interazione creativi finalizzati alla produzione di un evento o di uno spettacolo.
Nel 2016 è stato il Teatro del Piccione (compagnia teatrale genovese) a imbastire, significare e co-condurre insieme agli abitanti del quartiere, il processo preparatorio di vita e di teatro collettivo. Gli abitanti coinvolti e supportati dai professionisti agiscono due processi: la produzione di materiali scenici e l’organizzazione di uno spettacolo e, parte più segnificativa (neologismo in omaggio a Segni) del processo, più intima e collettiva, la condivisione di storie e vissuti personali che gli attori contaminano e cuciono in forma compiuta e sussistente e che si fa racconto collettivo.
Protagonista è la partecipazione. Declinata nelle sue forme totali: individuale e collettiva.
Più che progetto di ricerca, se non per quanto si ricerca e si raccoglie collettivamente nella ricognizione umana e sul/dal territorio, i seminari e gli spettacoli “vissuti” e proposti, è, di per se stesso l’obiettivo raggiunto: il vissuto collettivo condiviso e espresso come segno dell’accrescimento del senso di comunità realizzato.
Comunità chiamate dalla storia a re-inventarsi di continuo, spesso a partire da storie singole e collettive segnate da migrazioni e transumanze con l’inevitabilità connessa di processi di perdita, spaesamento e forzate ricostruzioni del sé e della propria identità in paesi altri da quello di origine.

Noi, cittadini provenienti da vari luoghi della penisola – Marta, Andrea, Fiorenza, Marco ed altri abbiamo avuto in sorte il caso, ma non a caso, di conoscerci in una ricognizione sul territorio di WHAT IS HOME durante il Festival SEGNI, per la regia di Danila Barone e Antonio Panella del Teatro del Piccione.

Anche NOI abbiamo “processato”, individualmente e collettivamente, a partire da “Cos’è casa”, con un finale, non scontato ovvero il debutto alle Fruttiere di Palazzo Te, dove abbiamo avuto l’occasione di presentare, rap-presentare e offrire il nostro collettivo WHAT IS HOME, una parte di noi stessi.
Ognuno di noi ha proposto, agito e restituito, dopo aver messo in comune e condiviso, il viaggio, con tanto di entrata soft, nell’intimo di ognuno, di ciò che significa, e che è, casa.

Io, transumante, ho riflettuto sulla presenza/assenza della mia casa.

Luogo dove torno, ma non ritorno, da cui parto e ripasso, un luogo a cui ritornare ma non il luogo a cui tornare. Se non ad un’unica condizione come dico nel finale della visita collettiva che ho agito con le mie compagne e con i miei compagni di viaggio artistico e col pubblico che hanno scelto di visitare la mia casa.
La mia casa, luogo in cui lavoro, scrivo, fotografo, creo, amo e da cui riparto, è soprattutto uno dei centri di gravità impermanente dove ho festeggiato e celebrato la vita e … la mia vita.

Ho voluto riflettere su WIH, in senso ampio, utilizzando, per inscenare la mia idea di casa dialogante, la diagonale della splendida sala espositiva, vuota, delle Fruttiere, in cui abbiamo costruito la storia della nostra idea di casa.

Attraverso cinque oggetti che da transumante avevo con me, in diagonale, in un percorso di andata e ritorno ad libitum, finché sarò, si è snodata la narrazione del mio concept di casa.

Il titolo della mia casa è Transumanze.
Abbraccio i miei ospiti e, così, entriamo nella mia casa.

 

TRANSUMANZE

Questa è la mia casa.

Con aperture di spazi e di tempi
sempre in una direzione

con passi di andata, io non li calpesterei  (rivolto agli oggetti adagiati terra)

verso quello che è il centro della casa
che è contenitore
aperto
di VISSUTI

io non la calpesterei (rivolto alla busta trasparente deposta al centro della diagonale, centro immaginario della mia casa e della vita)

In direzione
verso l’infinito (un punto invisibile all’orizzonte della diagonale reale e immaginaria)
con passi di ritorno

andiamo verso l’infinito
con questo che è per me
il profumo di casa mia (contenuto in un cilindro nero portapellicole)

lì dentro c’è il profumo di casa mia
che mi fa sempre ripartire
per Transumanze
per tornare
su passi di ritorno

verso casa
che è finalmente …
casa …
NOSTRA !

BENVENUTI !

 

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What is my home, Silvia, Mantova 29 ottobre 2016

by

Silvia Berruto

® Riproduzione riservata

10
Dic
16

LETTERA A ME STESSA di Paola Cattelino

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Paola Cattelino,  Aosta,  Palazzo regionale, 3 dicembre 2016 – © Photo Silvia Berruto

 

Lettera a me stessa è un libro necessario.
Per i destinatari collettivi.
Per NOI che, con l’autrice, “roccia” e cristallo insieme, siamo coinvolti nel difficile, talvolta faticoso, ma irrinunciabile compito di comunicare.

Per una comunicazione intenzionale che è una scelta.

La scelta di voler comunicare a tutti i costi inventando ogni giorno e in ogni istante modi possibili e altri.
Con creatività della e nella comunicazione, obiettivo e modus insieme.
In un rapporto bidirezionale inclusivo, dunque mai escludente, che è fondamentale perché la comunicazione avvenga. Stilisticamente esclusivo per la raffinatezza e per l’intensità che può raggiungere.
Ma anche semplicemente per quell’intrinseca legge della comunicazione che si esemplifica in linguistica ponendo l’assunto distintivo fra emissione e comunicazione: una radio che trasmette in una stanza vuota, emette. Due persone che intenzionalmente si parlano, comunicano.
La qualità del comunicare è però tutt’altro che scontata ed è tutta da verificare.

Sei capitoli, per l’introduzione di Luigino Vallet, presidente della Fondazione comunitaria della Valle d’Aosta, Sostenere progetti di vita, con la prefazione di Maria Cosentino – una delle amiche di sempre del Coordinamento Disabilità della Valle d’Aosta – intitolata Una sana testardaggine, una conclusione, i ringraziamenti, la biografia dell’autrice, le foto di Stefano Torrione che realizza un primo piano di Paola che ti arriva sin dentro all’anima, Germa che sigla la postfazione.
Questo è il libro.
Questo il concerto che Paola, con i coautori dell’opera, consegna a chi vuol com-prendere.
In empatia. Con empatia suggerita e agita.

Poi la dedica.

“A volte nella vita
ci possono essere dei momenti
di cosiddetto silenzio,
nei quali si sente bisogno di fermarsi
per poi riprendere sperando di riuscire
a dare un contributo positivo
alle persone che vivono intorno a noi.

A tutta la mia famiglia.”

Segue quell’incipit di riconoscenza per la vita vissuta anche “in direzione ostinata e contraria”, come mi sembra essere, talvolta, l’esistenza di Paola:

“C’è chi ha tutto
e piange per una cosa
che non è riudito ad ottenere,
e c’è chi non ha nulla,
ma sorride e ringrazia ogni giorno
per la cosa più preziosa che ha:
la vita.”

Alla ricerca di un modo nonviolento di comunicare che è anche e insieme un modo nonviolento di vivere.

I titoli dei capitoli sono contenuti, forma e bussola.
Capitolo primo. Il passato è la tua lezione. Il presente è il tuo dono. Il futuro è la tua motivazione.
Capitolo secondo. In un incontro è fondamentale la prima impressione.
Capitolo terzo. Non si può sapere tutto ciò che pensano di te, ma si può capire tanto da come ti trattano.
Capitolo quarto. Avere una relazione non significa necessariamente riuscire ad incontrarsi.
Capitolo quinto. Esserci quando è il momento e non quando hai un momento: la differenza è tutta qui.
Capitolo sesto. Non posso prendermi cura dell’incontro con l’altro se l’altro non fa lo stesso.
Conclusione. Trasformare una mancanza in assenza di bisogno è degno della migliore tradizione zen.

Nel finale dei ringraziamenti Paola conclude: ” […] da soli non si può vincere e non si può vivere senza l’aiuto degli altri, ma (che) si può vivere e non soltanto sopravvivere.”

 

Per me Paola è una Hoffnungstrager: una portatrice di speranze collettive.

Nel 1996 Paola è la protagonista dell’immagine conclusiva dell’omonima exhibit black and white fotografica, esposta per l’inaugurazione della Biblioteca regionale di Aosta, intitolata “Hoffnungsträger. Portatori di speranze collettive.”

Voleva essere ed è una storia poetica contro l’ineguaglianza delle esistenze prodotta dalla guerra – la nostra guerra in Bosnia, ricordi Maria – da incidenti che provocano limitazioni insanabili, da costruzionismi, anche linguistici, che dividono le persone fra “normalmente o diversamente abili” mentre so bene che questo assunto è “questione di tempo o di fato. A volte di scelte.”

Nessuna persona di buon senso recensirebbe questo libro così.
Una persona di buon senso ne consiglierebbe la lettura.
Un libro “denso” afferma Chicco.
“Un libro da leggere” dice Maria.

 

Perché poi ti si porta dentro

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Perché poi ti si porta dentro, Aosta, 1996,  © Photo Silvia Berruto

 

Silvia Berruto

® Riproduzione riservata




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