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“COLLETTIVAMENTE MEMORIA 2015″. OTTAVA EDIZIONE del © Progetto culturale di Silvia Berruto

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“Ricordare vuol dire non morire”. 27 gennaio 2015. Aosta. “Collettivamente memoria 2015″

“Ricordare vuol dire non morire”. 27 gennaio 2015. Aosta. “Collettivamente memoria 2015″

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“Ricordare vuol dire non morire”

Questo è l’ordine che un padre lascia al proprio figlio testo poetico “Brano dal mio testamento” (1957) di Kriton Athanasulis, letto in versione originale, dimotikì, e interpretato da cinque giovani, intellettuali, studenti sedicenni valdostani: Francesca Lo Verso, Erika Follis, Andrea Gaudio, Beatrice Vaccari con l’accompagnamento al basso di Silvia De Gattis.

Portato e interpretato in italiano da Roberto Contardo, figlio di Ida Desandré, deportata politica nei campi di Ravensbrück, Salgitter e Bergen-Belsen, una dei tre dedicatari del progetto culturale “Collettivamente memoria 2015″ insieme al deportato politico Italo Tibaldi - deportato a Mauthausen e ad Ebensee – e ad Anna Cisero Dati, staffetta partigiana.

Tra amici, tre maestri, compagni della storia personale di chi scrive: umana, culturale, politica, in un percorso senza ritorno, sulla via dell’accoglienza e dell’accettazione del “passaggio del testimone”.

Ho scelto questo testo, a più voci, in greco moderno e in italiano, perché solo Roberto può incarnare, nel senso più stretto e vero del termine – il figlio – nella realtà quotidiana e non nel mero testo poetico – al quale il genitore – Ida – viva, tra noi e con noi – lascia la sua memoria: “Ti lascio la memoria di Belsen e Auschwitz”.

E noi, attraverso Roberto e con Roberto, riceviamo ancora una volta e ancora una volta rinnoviamo, come dice Italo nell’ultimo nostro incontro, il dovere di trasmettere.
“Io credo che io ho il dovere della testimonianza. Voi avete il dovere della trasmissione” le parole precise di Italo nella nostra ultima intervista.
Per agire quel difficile, arduo, ma improcrastinabile tentativo di costruire un NOI che possa davvero fare e farsi “collettivamente memoria”.
Persempre.

Attraverso un racconto per immagini ho provato a sintetizzare otto anni di questo progetto culturale per dare un volto ai giovani creativi protagonisti attivi di ogni edizione di Collettivamente Memoria.
La regista Michela Cane con il suo “44145 Anna” su Anna Cherchi (2008) e Valerio Herrera e Federico Puppi con “NO” (2009), cortometraggio presentato al concorso nazionale “Filmare la storia” nel 2005, indetto dall’Archivio Nazionale Cinematografico della Resistenza di Torino, che ha ricevuto la menzione della giuria “Per la costruzione originale e per gli inconsueti accostamenti iconografici”.
La regista Maura Crudeli con il suo “Razza impura”, il corto “Il principe e la strega” prodotto da Parallelo 41/ Arcimovie Napoli/ 70° Circolo Didattico di Napoli presentato da Antonio Borrelli sempre nel 2009.
Alcune classi delle istituzioni scolastiche Aosta 1, Aosta 4, Eugenia Martinet e Regina Maria Adelaide, nel 2010, hanno apprezzato, secondo l’ordine di arrivo del tutto casuale, estratti e spezzoni dell’operazione culturale – prima assoluta valdostana a mio sapere – della proiezione integrale, da me proposta con Collettivamente memoria, di “SHOAH” di Claude Lanzmann.

Nel 2011 “Nazism was beautiful” e “The frontal side of Nazism”, due corti, entrambi del 2008, realizzati da Enrico Granzotto, sono stati proposti, e apprezzati, non solo ad Aosta ma anche a Gavardo (Brescia- Lombardia) all’interno del mio progetto culturale © “Il sogno di una cosa. Il dovere-diritto di essere liberi in un contesto condiviso del rispetto delle regole valide per tutti” (dicembre 2011- aprile 2012).

Sempre nel 2011 necessarie e toccanti sono state le testimonianze dell’incontro con Italo di Fabio Verducci e di Alessandro Di Renzo che ha realizzato le riprese dell’intervista a Italo Tibaldi nel febbraio del 2010.

Fabio Verducci aveva incontrato Italo Tibaldi al “Treno della memoria” ad Aosta il 20 maggio 2004. In virtù di una promessa rispettata Italo consegnò a Fabio, quel pomeriggio, una “spilletta” che portava sulla giacca.
Il ricordo e le emozioni, ancor vive, sono state restituite, sette anni dopo, dal volto e dalla voce, commossi, di Fabio e sono apprezzabili in una videotestimonianza registrata.
Così vale anche per la testimonianza di Alessandro Di Renzo che, a tre mesi dalla morte di Italo, dal tavolo dei relatori, ha comunicato, con la sintesi che gli è propria, il senso e l’importanza dell’aver realizzato l’intervista solo pochi mesi prima a Italo.

Pierre Meynet ha intervistato in diretta il nonno Louis. Con la presenza in sala del padre di Pierre, Bruno, si è prodotto l’auspicato, ricercato e riuscito, incontro-scambio intergenerazionale, fondamentale per la costruzione della/e memoria/e attraverso i testimoni diretti secondo la vision di Collettivamente memoria.

Nel 2012 a Gavardo sono stati 117 i giovani (tutte le studentesse e gli studenti delle classi terze della scuola secondaria di primo grado del paese) che hanno portato a termine, preparando anche l’esame di licenza, il percorso su menzionato.
Tra i prodotti realizzati sono da segnalare: il video “29 gennaio” integralmente a cura delle studentesse e degli studenti, lo spettacolo teatrale “29 gennaio 1945: perché”, una mostra multimediale sui temi della pace e della guerra con bibliografie e opere dedicate e un numero speciale monografico di 32 pagine allegato a “Il Gattopardo” (mensile del e sul paese di Gavardo) contenente tutto il progetto.

Nel 2013 “Donne contro il mostro.Testimonianze della deportazione femminile” è stata la dottoressa Fabienne Proment a proporre la propria tesi di laurea a fianco di Ida Desandré.

Nell’ottobre 2014 il video “Diario di una strage” (2014), a cura dei Giovani Democratici di Brescia, ha segnato le menti e le sensibilità degli studenti e del pubblico valdostani in occasione del quarantennale della strage negli incontri “Quarant’anni sempre per la verità”.

Martedì 27 gennaio 2015, Giorno della Memoria, in Biblioteca regionale di Aosta, ho inteso ri-proporre i giovani al centro, non solo dell’incontro e della riflessione, soprattutto e sempre, delle loro proposte anche artistiche.
Il titolo che Collettivamente memoria propone da alcuni anni per il 27 gennaio è: “Per la costruzione dei futuri della/e memoria/e e della deportazione attraverso i testimoni e le testimonianze, quest’anno è stato centrato sull”empowerment, sul ruolo e sul protagonismo dei giovani.”

Le opere presentate il 27 gennaio 2015 sono state due: il testo poetico “’Aπόσπασμα ἀπό tἡ diαθήkη μou”Brano dal mio testamento e “Noi non moriremo in silenzio”.

I cinque interpreti del testo in dimotikì del “Brano del mio testamento” di Kriton Athanasulis – Francesca Lo Verso, Erika Follis, Andrea Gaudio, Beatrice Vaccari, accompagnati dalla musicista Silvia De Gattis al basso - hanno costruito un contributo di alto impegno civile e di prestigioso valore collettivo.

Con passione e lucidità, presenti al presente, eppur calati nella dimensione storica, questi cinque giovani hanno meditato su ciò che è stato.
Andrea Gaudio ha presentato al pubblico il lavoro collettivo di questo gruppo informale costituitosi per l’occasione.
“Il significato del nostro lavoro – dice Andrea – è stato quello di dare un piccolo contributo a una grande memoria collettiva che si sta formando negli anni che hanno seguito le guerre mondiali e lo sterminio degli Ebrei.
Questa memoria, secondo me, deve entrare a far parte di ognuno. Ognuno la deve rielaborare. E in più, come dice il poeta nel suo testamento, questa memoria deve darci una libertà, una capacità di analizzare i fatti avvenuti e di farli nostri, cercando di immedesimarci nelle opere e nelle sofferenze delle persone che sono morte e hanno sofferto in maniera terribile.
Vi prego di ascoltare il nostro pezzo e di perdonare gli errori che potremo fare.”

Per il supporto a questo lavoro collettivo si ringraziano “collettivamente” e con riconoscenza: Roberto Arbaney, Carla Fracchia, Marie-Laurence Alexis per la condivisione e per la supervisione in dimotikì, René Desandré per le riprese in sala conferenze, Franco De Gattis per le riprese “mobili”, il docente Alessandro Majorino per la collaborazione data a Silvia per l’interpretazione strumentale del testo poetico e l’attrice e amica Paola Roman per le suggestioni di regia.

“Noi non moriremo in silenzio” (2015) è un’intervista a Italo Tibaldi.
L’ultima per Alessandro Di Renzo e per la sottoscritta.
Per le riprese di Alessandro Di Renzo, il montaggio di Andrea Di Renzo e l’intervista di Silvia Berruto.

E’ stato l’ultimo incontro quello del 17 febbraio 2010.
Struggente col senno di poi perché sul momento si celebrava il rito, felice, ricorrente e permanente, dell’accoglienza senza se e senza ma, da parte del deportato politico Italo Tibaldi verso di NOI.
Come sempre, siamo stati accolti da Italo con grande apertura umana e politica.
Diversamente dal solito sono finalmente state esplicitate alcune domande che da anni non riuscivo a porre, con una strana, ma consapevole, coscienza dell’irripetibilità dell’occasione.
A tratti, mi pare, siamo riusciti a dire l’indicibile.
L’intervista è in rete.
Seguiranno presentazioni in tutta Italia con l’autoproduzione e la distribuzione mirata dell’intervista.
Riproporremo l’idea il prossimo 26 febbraio 2015 all’Espace Populaire, con lo stesso impianto leggermente rivisitato, con nuovi interventi musicali e video e soprattutto con una nuova regia.

“Si dice che chi ascolta un testimone diventa a sua volta un testimone.”
Così pensava anche Italo Tibaldi.
Ci diceva: “Stateci vicini” con un immediato, discreto, richiamo ai valori in cui hanno creduto e per i quali hanno lottato i deportati e gli oppositori al regime fascinazista: “Giustizia, libertà, amicizia, solidarietà, la cura profonda del prossimo. Non esistono problemi di pelle, esistono soltanto problemi di vita.”

Intervistati “a caldo” Erika, Andrea, Silvia e Francesca hanno restituito l’emozione, la commozione ma anche la lucidità di questo loro percorso umano speculativo per “Collettivamente memoria 2015″.

Erika esprime “Felicità. Siamo felici di aver colpito il pubblico e di aver lasciato un bel ricordo della serata. Soddisfazione personale per essere riusciti a fare qualcosa di interessante.
Per quanto riguarda il Giorno della Memoria nel corso degli anni ho partecipato a eventi organizzati dalla scuola, dalle elementari alle medie e al liceo, e ho visto che questa cosa si è un po’ persa.
Talvolta il Giorno della memoria non è stato neppure accennato.”

Andrea sostiene “la serata è stata interessante.
E’ stata un’occasione per ascoltare delle persone che avevano qualcosa di importante da dire.
Per riflettere su quello che avevo io da dire.
Per il testo, una volta che si è compreso il significato attribuito dall’autore e si padroneggia la lingua, l’interpretazione viene da sé.
Basta leggerlo cercando di rivivere i sentimenti che può aver provato l’autore mentre l’ha scritto.
Credo che questo sia stato interessante.
Ho avuto l’opportunità di collaborare con le mie compagne e siamo stati una squadra molto unita.
E’ stato un lavoro molto intenso perché è stato molto concentrato a livello temporale.
E’ stato piacevole.
A proposito del pathos non sono molto bravo a metterlo nei testi però mi sto impegnando per lavorarci su.”

Silvia, musicista, al basso, ha accompagnato la lettura del testo poetico con un’alternanza di melodie dissonanti e dolci, dichiara:
“E’ stata un’esperienza diversa dalle altre perché non avevo mai accompagnato qualcuno che leggesse un testo soprattutto di questa portata.
E’ stato impegnativo.
Non si trattava accompagnare altri strumenti ma di accompagnare un altro strumento che è la voce. Quindi è stato diverso da tutto ciò che avevo fatto sino ad ora.
E’ stato forse più emozionante di tante altre volte soprattutto sapendo che cosa il testo stava dicendo: un legame molto profondo fra le parole e la musica che non si era forse mai creato prima.
Non so se sia stata fondamentale la mia parte però credo che in qualche modo abbia coronato tutto quello che c’era davanti.
Sono molto soddisfatta. Si può sempre fare di meglio ma sono contenta di come è andata e sono felice di aver partecipato a questa iniziativa.”

Francesca dice “Credo sia stata molto importante la nostra partecipazione anche per dare spazio ai giovani. Perché bisogna ricordare e per ricordare bisogna dare accesso alle nuove generazioni e quindi bisogna anche insegnare il modo di ricordare alle nuove generazioni.
Credo sia stata una bella iniziativa.
Con un po’ di buona volontà si può ricordare in modo diverso e magari un po’ più emozionante dei discorsi.
E’ stato interessante.
Ci sono stati begli spunti di riflessione.
E’ stato interessante, è stato bello.
Ne esco più ricca, più ricca di ragionamenti su cose su cui pensare. Credo sia importante rielaborare in modo diverso, non dire la stessa cosa, ma pensarla in modo diverso.
All’inizio, quando l’ho letto, era un testo ordinario, per quanto possa essere ordinario…
Dopo un po’ però l’ho sentito tanto. Di pancia, proprio. Anche col basso è stato bellissimo.”

Francesca mi ha scelto il 20 marzo 2004.
Eravamo in piazza per una manifestazione per la pace.
Come al solito stavo fotografando.
Francesca, cinque anni e mezzo, mi si è avvicinata e mi ha preso, con determinata dolcezza, la macchina fotografica e ha cominciato a fotografare.
L’ho assecondata e accompagnata in quello che è stato un breve reportage sulla pace – a cura della più piccola fotografa valdostana – pubblicato a due mani (quelle abili di Francesca e le mie) sul numero 48 del 22 aprile 2004 del settimanale “Obiettivo lavoro news” di cui, al tempo, curavo la fotografia.
Undici anni dopo Francesca è stata una protagonista, non casuale, di “Collettivamente memoria 2015″.

Raggiungo telefonicamente Beatrice qualche giorno dopo il 27 gennaio.
Le sue parole riflettono la calma di una riflessione post quem ma l’emozione e la condivisione di quanto è stato sono del tutto analoghe a quelle degli altri quattro suoi giovani compagni di avventura intellettuale.

Beatrice parla a lungo: “A me ha fatto molto effetto devo dire forse l’agitazione di essere protagonista.
Però non so come dire. E’ diverso da quando si vede un film: ti senti più dentro, più coinvolto.
Ed è stato molto forte, soprattutto le parole che sono state dette oltre alla poesia.
E’ come se mi sentissi più direttamente coinvolta.
Io mi sono quasi emozionata sia leggendo la poesia sia sentendo il mio compagno che parlava perché mi sentivo proprio dentro anche se effettivamente, come ha detto Gaudio (Andrea, ndr), non possiamo sentire ciò che hanno sentito coloro che hanno vissuto la storia. Però è stato come essere più vicini, come quasi condividendo una parte di quello che hanno vissuto e sono rimasta davvero destabilizzata da questa cosa perché non mi era mai successo, sebbene molte volte anche a scuola, ci ripropongano certi libri o documentari.
Sono davvero contenta.
Forse sono stata portata a partecipare dal fatto della poesia in greco perché ho molta passione per il greco e la letteratura greca. E quindi prima ancora dell’idea del Giorno della memoria mi è venuto proprio in mente il fatto di poter esprimere qualcosa in greco.
Poi rileggendo a casa tutta la poesia mi sono accorta che quello che sto studiando in questo momento a scuola era come un tutt’uno con quello che ha vissuto tanta altra gente con un avvenimento così importante
Poi andando avanti, continuando a ripetere queste parole in greco, mi rendevo conto che in qualche modo stavo facendo mia la memoria. Era come se dei pezzi dentro di me venissero messi uno sull’altro e ogni volta che ci penso è come se andassi sempre più avanti e mi sentissi sempre più … non so come dire, non pronta, ma nemmeno competente.
E’ proprio un senso di completezza.
Mi sento di poterne parlare sempre di più, sempre meglio con gli altri.
E’ un contributo che io ho dato per aiutare la gente a ricordare ma è anche un contributo che la memoria ha dato a me.
Sembra una cosa strana però è bella.
L’Olocausto – mi tocca profondamente ogni volta che ne sento parlare.
Non ho origini ebree, non ho conosciuto nessuno che ha vissuto in prima persona questa esperienza però sento che dentro di me … non mi capacito a dire il vero … non credo di poter capire come dalla parte dei tedeschi ci si potuta essere tanta violenza, così tanto odio.
Sento di capire un po’ gli Ebrei ma di non poter assolutamente capire i Tedeschi.
Ne parlavo l’altro giorno con una mia compagna – dicevamo – “come è possibile”.
Perché ormai ai tempi nostri non riusciamo neanche più ad immaginare queste idee di fondamento che avevano.
E’ atroce.
Io la trovo una cosa atroce.
Da non dormirci la notte, soprattutto i primi anni in cui mi veniva presentato questo argomento.
Sentendo gli altri mi faccio un’idea diversa e più vera, secondo me, di ciò che è stato anche solo guardando gli occhi si capisce che sono segnati.
D’altra parte sento di non poter capire perché va al di là di qualsiasi concezione che io abbia potuto immaginare mai.
Però si vedo che sono diversi e che non possono essere più uguali.
E’ una cosa … non so come dire … Non deve essere una cosa negativa. Però si vede negli occhi.
Io guardo molto gli occhi delle persone. Di solito capisco degli aspetti delle persone dallo sguardo, dalla luce degli occhi. E hanno qualcosa di uguale ma di diverso da tutti gli altri …
Gli occhi di Italo…
Gli occhi di Ida quando ci ha chiesto che cosa avremmo letto.
Lei ci ha guardato e ci ha detto “Io vi appoggio molto, vi sono molto grata e sono molto contenta che ci sia gente che fa tutto questo per noi.”
Nei suoi occhi c’era ancora un po’ di sconforto ma anche di gioia … di compiacimento.”

Sono riconoscente a questi cinque intellettuali che mi hanno insegnato, come solo i giovani sanno fare, ancora una volta, la voglia di sapere, di comprendere e di portare un contributo personale mettendoci il cuore, la mente, il pathos e … la faccia.

Con “NOI non moriremo in silenzio” di Alessandro, Andrea e della scrivente, siamo riusciti a dire, e forse a restituire, quanto Italo ci ha chiesto quel 17 febbraio 2010:

“Abbi il coraggio di dire, un giorno o l’altro, che (ndr) hanno vinto i superstiti, hanno vinto i deportati, anche quelli che non ci sono più.

Vinceremo anche noi!”

Silvia Berruto
© RIPRODUZIONE RISERVATA

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AOSTA. “ANTEPRIMA ASSOLUTA de IO STO CON LA SPOSA all’ Espace Populaire”

AOSTA. “ANTEPRIMA ASSOLUTA de IO STO CON LA SPOSA all’ Espace Populaire”

Italy, Aosta Valley, Aosta
17 novembre 2014

Questo film è dedicato ai nostri figli Adam, Gabriele, Leonardo, Levante e Nefeli … perché ricordino sempre che nella vita arriva il momento di scegliere da che parte stare.

Il film si apre con una dissolvenza dal nero cui seguono cinque drammi, emblematici, e rappresentativi di milioni di altri casi. Costruiti.

“Il loro passaporto nelle ambasciate europee vale carta straccia.
Così ogni mese, migliaia di Siriani e Palestinesi si affidano ai contrabbandieri libici ed egiziani, per attraversare il Mediterraneo su imbarcazioni di fortuna.
Fuggono dalla guerra in Siria e vengono a chiedere asilo politico in Europa.
L’Italia è solo un paese di transito, l’obiettivo è la Svezia.
Dopo lo sbarco in Sicilia, il viaggio riprende da Milano, in macchina, di nuovo nelle mani dei contrabbandieri.
Con le leggi sull’immigrazione in vigore (in Italia e in Europa, ndr) non c’è altra soluzione.
A meno che a quelle leggi qualcuno non decida di disobbedire.
Noi l’abbiamo fatto.
E in questo film vi raccontiamo quello che ci è accaduto sulla a strada da Milano a Stoccolma tra il 14 e il 18 novembre 2013.”

I profughi arrivano sulle coste italiane, in inverno, in maniche corte.

A piedi nudi.

Future madri, con nascituri in grembo, sfidano la certezza di uno stupro.

I profughi, un universo di donne e di uomini che non sanno nuotare, si affidano e pagano per essere portati verso un’improbabile meta.
Il nuovo trend, ci viene raccontato, narra di abbandoni di centinaia di migranti in mare aperto su scafi ingovernati e alla deriva.
Oppure, come racconta Gabriele, i profughi vengono abbandonati sulle Alpi, o poco oltre confine, con la comunicazione, falsa, dei passeurs traditori, che la terra che i fuggiaschi vedono sia già la terra promessa … la Svezia.

E così mentre “non ancora nati”, neonati, bambini, donne, uomini “profughi” rischiano la vita per sfuggire da dittature, persecuzioni, guerre verso una presunta, improbabile, spesso immaginata, libertà, molti altri, donne e uomini, semi-liberi italiani e non, rischiano la loro libertà per aiutare i profughi.

Aiutare un espatrio è un atto illegale.
Ma quelle donne e quegli uomini lo fanno in nome dei diritti che sono di tutti gli esseri del pianeta.

Spesso anche in nome della cooperazione sociale, quella “deviata” che fa affari sul cosiddetto “traffico dell’accoglienza” ma anche in nome di quella più “sana” che esercita un’imprenditoria che pratica la non “buona pratica” della gestione – sollecito l’apprezzamento di un lessico “creativamente” multifocale/multifunzionale di: CPT (centri di permanenza temporanea), CIE (centri di identificazione ed espulsione), CARA (centri di accoglienza per richiedenti asilo) e CAS (centri di accoglienza straordinaria).

Rimando alla lettura di Lager Italiani di Marco Rovelli del 2006 ma ancora molto illuminante specie per un pubblico straniero e/o indigeno non informato.

Sono stata cooperatrice sociale e ho condiviso il pensiero, i principi teorici e le buone pratiche della cooperazione sociale. Nei confronti di una situazione di presunta perenne emergenza su cui sono state costruite tutte le aberrazioni di lobbies e sistemi basati su “non buone pratiche” come le strutture-campi di accoglienza, con l’assenso di vari governi italiani, prendo le distanze e mi dissocio senza se e senza ma.

Più di un non uomo, attraverso “sistemi” interpretati attraverso forme di cooperative, deviate e supportate dalle mafie, avrebbe lucrato sulle vite di bambini, donne e uomini.

In nome di quegli “affari” che, come si è potuto ascoltare da estratti di intercettazioni, porterebbero più soldi con gli immigrati che col traffico di droga.

Gabriele Del Grande, giornalista italiano specializzato sul tema dell’immigrazione, il suo portale Fortress Europe punto di riferimento per chi si occupa del fenomeno migrazioni, “è stato uno dei pochi giornalisti italiani che sono stati al fronte per raccontare la guerra.
L’anno scorso dice Gabriele “sono stato in Siria. Ho visto la guerra e quello che sta accadendo in Siria e quando noi tre (Augugliaro, Al Nassiry e Del Grande, ndr) abbiamo visto i Siriani scappare dalla guerra attraverso il Mediterraneo … abbiamo deciso di fare qualcosa …
Ci siamo chiesti come aiutare queste persone.
“In Europa la legge vieta di aiutare quelli che vengono chiamati illegali” incalza Khaled.

A questo proposito ogni cittadino italiano, e del pianeta, dovrebbe ricordare, e ricordarsi, che il mondo in cui viviamo TUTTI è l’esito di migranze, transumanze, immigrazioni ed emigrazioni.
Permanenti.
Continue.
Nel film Gabriele ricorda, in modo non surrettizio, in riferimento alla prima frontiera da attraversare, quella tra Italia e Francia, che “sulla montagna c’è il vecchio passaggio che usavano gli Italiani quando ancora viaggiavano senza passaporto.” Si tratta del Passo della Morte sopra Grimaldi e sotto il passo ci sono le case Gina usate dai migranti.
“Cinquant’anni fa eravamo noi gli emigranti illegali in Francia”. Ovvero quando i migranti siamo (stati) noi.

All’Espace Populaire di Aosta, lo scorso 17 novembre, è stato proiettato il film in anteprima assoluta valdostana.

Alexandre Glarey, per Arci Valle d’Aosta/Espace Populaire, ha presentato Gabriele per una breve introduzione al film ricordando che “come comunità degli spettatori dovremo far di tutto per avere una nuova proiezione” in un luogo adeguato – cinema – e nella Saison Culturelle regionale.

Gabriele Del Grande esprime la sua soddisfazione per il pubblico presente.
“Per me è bello vedere questo spazio così pieno. Un po’ lo speravo. Speravo che Aosta non fosse da meno delle altre città perché fino ad oggi tutti gli incontri che abbiamo fatto di presentazione del film con i tre registi hanno fatto il tutto esaurito,
in tutta l’Italia.
Ed è qualcosa di assolutamente straordinario.
E’ la dimostrazione che il cinema è ancora vivo, come ancora il cinema possa far sognare e non soltanto raccontare il mondo come è ma il mondo come lo vogliamo.
Più che un film di denuncia abbiamo fatto un film visionario.
Abbiamo immaginato un mondo senza frontiere, dove viaggiare non è un reato, un mondo dove può esistere un NOI, che sia un po’ più largo di questa piccola Italia.
Un NOI mediterraneo.
Un NOI appunto dove un Italiani, Palestinesi e Siriani, ragazzi e ragazze delle due rive possano insieme, con una mascherata, con un atto anche giocoso e gioioso allo stesso tempo, ribaltare l’estetica della frontiera, disobbedire a quelle leggi che hanno trasformato il Mediterraneo in un grande cimitero e appunto immaginarsi un mondo bello trasmettere quella bellezza e quell’entusiasmo al pubblico.

Il pubblico è il nostro unico motore, diciamo così. Siamo in sala da sei settimane. Abbiamo un risultato assolutamente straordinario, per un film, come questo, prodotto dal basso, prodotto dalla gente.
Abbiamo 2617 produttori dal basso.
Siamo il più grande crowfunding mai realizzato in Italia e l’unico film in sala senza pubblicità.
Resistiamo in sala da sei settimane semplicemente perché la gente va a vedere il film, ci porta degli amici, ci ritorna, ne parla in giro.
E anche il fatto che questa sera la sala sia così piena forse indirettamente è il frutto di quel passaparola che sta attraversando l’Italia.
Quindi guardare questo film come la bella storia che è.
Rimango qui per rispondere alle vostre domande e alle vostre curiosità e alle vostre critiche, magari.
Buona visione! ”

Il film è proiettato nello spazio più politico e culturale, che filmico, dell’Espace Populaire. In una sala al colmo della sua capienza per un successo e un “tutto esaurito” annunciati.

Per me questa è la terza visione del film e, come sempre, per realizzare alcune immagini fotografiche, resto in piedi, per non disturbare il pubblico, in prossimità dello schermo.
Da questa posizione, favorevole, ho di fronte il pubblico sempre più catturato da questa storia vera.
Presto il silenzio si fa pesante a causa dell’emozione e dello strazio delle situazioni limite, personali e collettive, descritte ed agite nel film.
Il pubblico dell’Espace, lucido e partecipe, è fatto di volti, corpi e cuori attoniti e impietriti.
La commozione – che all’Espace ci si può permettere – riga i volti di molti di noi, increduli per i costruzionismi non solo legali, ma prima ancora umani, culturali e politici che separano ciò che separato non è: perché “tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti (art.1 Dichiarazione universale dei Diritti Umani).

E Giornalisti contro il Razzismo, Espace Populaire, Libera e Legambiente Valle d’Aosta hanno scelto da che parte stare.
Quando l’organizzazione ha contattato Giornalisti contro il Razzismo, mercoledì 12 novembre scorso, in tarda mattinata, richiedendo la proiezione presso lo spazio dell’Espace, tutti si sono attivati immediatamente.

Per dovere di cronaca, per onestà intellettuale e per informazione dovute è doveroso precisare che si tratta di una proposta di Giornalisti contro il Razzismo (GCR).
 Su richiesta dell’organizzazione di Io sto con la sposa di mercoledì 12 novembre 2014, per la co-organizzazione dell’associazione culturale Saperi & Sapori e di Espace Populaire di Aosta a cui si sono aggiunti Legambiente e Libera e tutti gli spettatori che hanno deciso di vedere-sostenere il film, proiettato in concomitanza e in occasione della conferenza, tenutasi presso l’Università di Aosta in cui è intervenuto Gabriele Del Grande, dal titolo “Immigrazione clandestina, da Mare Nostrum a Triton. Una sfida per l’UE e le realtà locali” organizzato dal Dipartimento di Scienze Economiche e Politiche, dell’Università della Valle d’Aosta, dal Professor Michele Vellano, Ordinario di Diritto Internazionale.

La proiezione è stata un successo annunciato.

Per la qualità e la delicatezza dei contatti avuti con Gabriele Del Grande e con Sara Annoni (relations manager) e Sara Bicchierini (segreteria di produzione) dell’organizzazione.

Per l’umanità, la serietà e la trasparenza reciproche, agite in tutti i rapporti tenuti sin dall’inizio con l’organizzazione.

Per il lavoro organizzativo del gruppo direttivo dell’Espace Populaire di Aosta che in cinque giorni, di cui soli tre lavorativi, ha saputo coinvolgere migliaia di persone, associazioni, insegnanti, la Rai e la stampa locale.

Per il pubblico che ha invaso l’Espace come accade spesso e non solo nelle grandi occasioni ma certamente per quelle irripetibili.

Lo stesso pubblico di cittadini attivi che si batterà perché questa prima all’Espace sia, come era ed è sempre stata, nelle intenzioni del proponente GCR e dell’organizzazione de “Io sto con la sposa”, un’anteprima e che il film sia proiettato all’interno della Saison Culturelle in una sala cinematografica per tutta la popolazione valdostana. Come è doveroso che sia per la popolazione che sostiene, col proprio gettito fiscale, l’offerta culturale regionale e che deve essere sempre più intesa come soggetto proponente, finanche gruppo di pressione, ma mai mero soggetto, passivo, esclusivamente fruitore.
E all’Espace sarà mio compito organizzare come GCR, come preannunciato pubblicamente, in occasione della proiezione del film nella Saison Culturelle e nelle scuole, una serata rap, con giovani rapper valdostani, il cui protagonista sarà il giovane MC Manar,

Perché il diritto di viaggiare e il diritto alla libera circolazione sono di tutti.

Ad agosto 2014, nove mesi dopo il viaggio e il film, Abdallah (lo sposo, ndr) vive in Svezia e ha ottenuto lo status di rifugiato politico così come Mona e Ahmed.
Manar e Alaa sono stati rimandati in Italia dove hanno ottenuto l’asilo politico.
“Proprio oggi – precisa Gabriele – l’Ambasciata Italiana in Giordania
ha dato il visto alla mamma di Manar e ai due fratelli.”
Un applauso commosso del pubblico interrompe Gabriele.
“Quindi nel giro di qualche settimana arriveranno anche loro in Italia. Fortunatamente per una volta su un aereo anziché in mezzo al mare.”

Tasnim è tornata in Italia con Gabriele, Khaled e gli altri invitati.
“Il loro viaggio però è soltanto all’inizio.”

Alla fine della sera, la tensione e la fatica, per questa improbabile organizzazione, trovano composizione nel senso alto di questo viaggio dell’anima e della vita che è stata questa storia che ha unito tutti NOI.

Gabriele sembra non voler ripartire.
E’ difficile salutarsi.
Del resto questo viaggio è appena cominciato anche per noi.

Soprattutto per coloro che ancora non hanno compreso la realtà sintetizzata dalle parole lucide, così necessarie e indimenticabili, di Tasnim:

“Se ci pensi, il sole è uno per tutti.
C’è un unico sole per tutta l’umanità.
Così come c’è un’unica luna per tutta l’umanità.
Non può venire qualcuno a dirmi: “Questo mare lui lo può attraversare e un altro per attraversarlo deve morire.
No!
Anche questo mare è di tutti.
E la vita è per tutti.
questo è il punto.
La vita è per tutti.”

Per quel NOI che in molte e molti stiamo cercando di costruire,

Silvia Berruto, giornalista contro il razzismo
© Riproduzione riservata

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Per un 10 dicembre per i diritti di tutti alla vita e alla pace … mettici la firma

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Altreconomia, Antigone, Arci, Arci Servizio Civile, Associazione Obiettori Nonviolenti, Associazione per la Pace, Beati i Costruttori di Pace, Cipsi, Cittadinanzattiva, Cnca, Comitato italiano contratto mondiale sull’acqua, Comunità di Capodarco, Conferenza Nazionale Volontariato e Giustizia, Ctm Altromercato, Crocevia, Donne in Nero, Emergency, Emmaus Italia, FairWatch, Federazione degli Studenti, Fish, Fondazione Culturale Responsabilità Etica, Icea, Gli Asini, Legambiente, Link, Lila, Lunaria, Mani Tese, Medicina Democratica, Movimento Consumatori, Nigrizia, Pax Christi, Re:Common, Reorient Onlus, Rete Universitaria Nazionale, Rete degli Studenti, Rete della Conoscenza, Terre des Hommes, Uisp, Unione degli Studenti, Unione degli Universitari, Un Ponte per…, Wwf.

Tavolo degli Interventi civili di pace: Archivio Disarmo, ARCI, ARCS, Ass. Papa Giovanni XXIII – Operazione Colomba, Associazione per la pace, Berretti Bianchi, Casa per la Pace Milano, Centro Gandhi Edizioni, Centro Studi Difesa Civile, Centro Studi Sereno Regis, Conferenza Nazionale Volontariato e Giustizia, IPRI – Rete Corpi Civili di Pace, Libera, Mondo Senza Guerre e Senza Violenza, Movimento Internazionale di Riconciliazione – Italia, Movimento Nonviolento, Operatori di Pace Campania, Pax Christi – Italia ; Peace Brigades International – Italia, Reorient ONLUS, Rete Artisti contro le Guerre, Servizio Civile Internazionale – Italia, Tavola della Pace Friuli Venezia Giulia, Un Ponte per …

CNESC – Conferenza Nazionale Enti di Servizio Civile: Acli, Aism, Anpas, Anspi, Arci Servizio Civile, Associazione Comunità Papa Giovanni XXIII, Avis nazionale, Caritas Italiana, Cesc, Cnca, Commissione sinodale per la diaconia (CSD), Confederazione Nazionale Misericordie d’Italia, Cong. P.S.D.P. Ist. don Calabria, Federazione SCS/CNOS Salesiani per il sociale, Federsolidarietà/CCI, Focsiv, Legacoop, Unpli, Uildm.

Forum Nazionale per il Servizio Civile: ADACS (Associazione per la Diffusione dell’Arte della Cultura e dello Sport), ADOC, AGCI (Associazione Generale Cooperative Italiane), AIMAC (Associazione Italiana Malati di Cancro), AMESCI, Animalisti Italiani, Associazione Nazionale Vigili del Fuoco in Congedo, AON (Associazione Obiettori Nonviolenti), CODACONS, Confederazione degli Studenti, CNUPI (Confederazione Nazionale delle Università Popolari Italiane), CUSI (Centro Universitario Sportivo Italiano), Expoitaly, FAVO (Federazione delle Associazioni di Volontariato Oncologico), FISH (Federazione Italiana Superamento Handicap), GIOSEF, GIOVANI DEMOCRATICI, GIOVANE ITALIA, GUS Onlus (Gruppo Umana Solidarietà-Guido Puletti), MODAVI, ONMIC, OPES, UNEC

Segreteria nazionale c/o
Movimento Nonviolento
via Spagna, 8 – 37123 Verona Tel. e fax 045 8009804

www.difesacivilenonviolenta.org

info@difesacivilenonviolenta.org

Volantino Campagna copia

17
nov
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Aosta. Espace Populaire. Anteprima assoluta de “Io sto con la sposa” con Gabriele Del Grande

ESPACE POPULAIRE
ore 21.00
Anteprima assoluta de “Io sto con la sposa”

E’ una proposta di Giornalisti Contro il Razzismo.
Su richiesta dell’organizzazione di Io sto con la sposa di mercoledì 12 novembre 2014,
per la co-organizzazione dell’associazione culturale Saperi & Sapori e di Espace di Aosta a cui si sono aggiunti Legambiente e Libera e a cui si aggiungeranno tutti gli spettatori che vorranno vedere il film, in concomitanza e in occasione della conferenza in cui interviene Gabriele Del Grande nell’ambito della Conferenza:
“Immigrazione clandestina, da Mare Nostrum a Triton. Una sfida per l’UE e le realtà locali”.
Organizzato dal Dipartimento di Scienze Economiche e Politiche, dell’Università della Valle d’Aosta, dal Professor Michele Vellano (Ordinario di Diritto Internazionale).
Dalle ore 17.30 alle 19.30 alla sede dell’Università in via Cappuccini, 2 – Aosta

 

Ho scritto sul film due pezzi di cui uno IO STO CON LA SPOSA
. Frammenti di una storia di extra ordinaria umanità
. Torino (Piemonte – Italy) – sabato 11 ottobre 2014 – Cinema Fratelli Marx è stato pubblicato in PRESS del sito di io sto con la sposa (http://www.iostoconlasposa.com/bulletin/it/press), sul sito di Giornalisti contro il Razzismo (GCR) (http://web.giornalismi.info/mediarom/articoli/art_9811.html) e sul portale internazionale Transcend Media Service Solutions-Oriented peace Journalism (https://www.transcend.org/tms/2014/10/italiano-io-sto-con-la-sposa-torino-11-ottobre-2014/).

… perché nella vita arriva SEMPRE il momento in cui bisogna decidere da che parte stare

 

E state con noi.

silvia, giornalista contro il razzismo

16
nov
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Aosta. Quarant’anni sempre per la verità.Memorie e attualità della strage di Piazza Loggia (28 maggio 1974- 28 maggio 2014). Seconda Parte

Extrait dell’intervento di Manlio Milani, presidente dell’associazione familiari Caduti di Piazza della Loggia e della Casa della Memoria di Brescia.

– seconda parte –

Preambolo

In occasione del quarantennale della strage di Piazza della Loggia il progetto culturale Collettivamente Memoria ha voluto che Manlio Milani e l’avvocato di parte civile Silvia Guarneri, portassero la loro testimonianza ad Aosta.
Per un pubblico allargato, la sera di giovedì 6 novembre 2014 presso la Biblioteca regionale di Aosta.
Per gli studenti 160 e almeno 13 insegnanti accompagnatori, venerdì 7 novembre 2014 presso il Salone delle Manifestazioni di Palazzo regionale di Aosta.

Ogni antifascista a Brescia la mattina del 28 maggio 1974 o era in piazza o in quella piazza aveva qualcuno “dei suoi” presente.
Tanti, troppi sopravvissuti, a quarant’anni dalla strage, ancora si domandano le ragioni per le quali sono ancora in vita.

A tutti: ai sopravvissuti, ai feriti nell’anima, alle otto vittime che ancora una volta voglio ricordare:
Giulietta Banzi Bazoli, 34, insegnante
Livia Bottardi Milani, 32 anni, insegnante
Clementina Calzari Trebeschi, 31 anni, insegnante
Euplo Natali, 69 anni, pensionato
Luigi Pinto, 25 anni, insegnante
Bartolomeo Talenti, 56 anni, operaio
Alberto Trebeschi, 37 anni, insegnante
Vittorio Zambarda, 60 anni, pensionato
e ai loro familiari,
ai 102 feriti nel corpo,
e ai loro familiari, va il mio abbraccio, lungo, commosso, discreto.

Desidero citare qui il passo di Ivan Giugno nella sua “UNA NON PRESENTAZIONE” all’opera jazz “IN MEMORIAM” (che recensirò a breve anche su questo portale) commissionata dalla libreria cooperativa “Rinascita” di Brescia e prodotta da Matilde Brescianini per Medulla e da Rinascita col sostegno della CGIL.
[…] “Questo hanno fatto Battaglia, Rabbia e Aarset, insieme ad Amadori e Cifarelli, proponendo uno spettacolo indimenticabile che parla alla mente, ma, soprattutto al cuore di tutti, e in particolare a noi che, allora, in Piazza Loggia c’eravamo e che, ancora oggi, non abbiamo capito perché siamo sopravvissuti”.
L’incontro del 6.11.2014 per CM.

Il punto di partenza della riflessione di Manlio Milani si incentra sulla necessità che i fatti debbano sempre essere collocati storicamente per coglierne la complessità.
Questo per far emergere il bisogno collettivo di avere delle istituzioni sempre pronte a restituire VERITA’ nella comprensione dei fatti, sostiene Milani.
“Perché credo che la forza di una democrazia stia anche nel riconoscere i propri errori e limiti per poi affermare principi di verità.”

Milani si riferisce alle parole dette dal Presidente Grasso il giorno precedente in merito al caso Cucchi preso in esame come caso a sé, estrapolato e decontestualizzato. In questo senso, dice Milani, il fatto viene interpretato in chiave negativa perché si prende l’occasione di un fatto e ci si limita ad esso senza comprenderne la complessità.

“Se non cogliamo la complessità non riusciamo a cambiare le cose, non riusciamo a renderci consapevoli di che cosa significhi capire la mancanza di verità, che cosa produce di negativo e che cosa invece la verità affermandosi, riconosciuta in tutti suoi aspetti, può produrre in termini positivi nel processo democratico, nelle modalità dello stare insieme.”
Sulla strategia della tensione si corre il rischio di non cogliere le verità che oggi conosciamo e dall’altro lato di farle scomparire dalla memoria.
Ma dalla memoria non scompaiono … “e sono lì come buchi neri che costantemente chiedono di essere riempiti”.

Da tempo Milani e la Casa della memoria stanno portando avanti un’istanza che riguarda alcune strutture fondamentali del modo di essere democrazia in questo paese: gli archivi. Tema questo fondamentale per decidere quale memoria si voglia preservare all’interno del paese e quindi quale memoria si intenda trasmettere alle nuove generazioni.

La trasmissione della memoria alle nuove generazioni non è un fatto mnemonico legato a date ed avvenimenti accaduti, sostiene Milani, ma la comprensione della storia di un paese. “La storia di un paese, in questo caso il nostro, soprattutto dal periodo postfascista in poi. Come è nata questa Repubblica, come si è formata, quali costi ha dovuto pagare per costruirsi e quali costi ha dovuto pagare per ri-costruirsi, per continuare ad essere democrazia e non diventare qualche cosa d’altro.
Perché la memoria è un processo identitario dell’uomo e lo è nella storia del suo paese. Non tanto come storia privata ma soprattutto come storia di carattere collettivo.”

La messa a disposizione e l’apertura degli archivi sono importanti affinché i cittadini abbiano la possibilità di conoscere, analizzare e criticare la storia e di trarne da essa tutti gli insegnamenti che la storia del passato può dare.

“Così come è importante che la direttiva sull’abolizione del segreto di stato, messa in campo dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri è importante non può fermarsi lì. Ha bisogno di una grande volontà che, oltre che alla messa a disposizione dei documenti, ci dica anche come sono messi a disposizione questi documenti.
Dopo 40 anni la legge sul segreto di stato prevede oggi che i tempi massimi di desecretazione di un documento siano di 30 anni.
E’ ancora tutto molto evanescente perché, in realtà, non sappiamo ancora quanti archivi abbiamo in questo paese.
La direttiva prevede che tutto debba confluire nell’archivio di stato: per il momento sono confluiti alcuni materiali provenienti dal Ministero degli Esteri, non sappiamo quello del Ministero degli Interni.
Ci sono 38 archivi che non conosciamo tra cui gli archivi dell’arma dei Carabinieri e delle forze di Polizia.
Se noi non abbiamo questa disponibilità anche nelle strutture istituzionali o dell’arma difficilmente possiamo ricostruire la credibilità istituzionale che molto spesso è minata anche da ciò che appare come fallimento giudiziario ma che spesso è il fallimento conseguente alla mancata collaborazione tra i vari momenti istituzionali e troppo spesso vediamo che questa mancata collaborazione troppo spesso non è un fatto puramente burocratico è una mancata collaborazione costruita.
Pianificata.
Messa in atto in termini molto ma molto precisi.”

Così come è estremamente importante il protocollo sottoscritto a Roma il 9 maggio scorso con la Presidente della Camera Boldrini e il Ministro della Pubblica Istruzione che sostiene che nelle scuole bisogna riaffermare e riportare l’educazione civica e che “anche gli anni Settanta hanno bisogno di essere affrontati. Perché è in quel contesto lì che la memoria deve servire.”
In una recente indagine del CENSIS 2014 (link) realizzata in occasione del quarantennale a Brescia sugli studenti delle scuole superiori e di provincia è risultato ad esempio un dato assai importante, dice Milani. “Il 70% degli studenti riconosce l’importanza e il valore di avere memoria della storia del passato e ritiene che i primi trasmettitori di memoria devono essere gli insegnanti, sottolinenando così il valore della scuola come strumento fondamentale per costruire memoria.
La memoria in una scuola intesa come spazio libero all’interno del quale tutte le opinioni devono trovare capacità di ascolto e di confronto e dove è decisivo il capire come si è formata la storia e come si sono svolti i fatti. E quindi “è lì si forma davvero il modo di essere di un paese attraverso le nuove generazioni che sanno guardare al passato attraverso il loro presente ma che sanno anche che quel passato può insegnare rispetto al loro presente e rispetto al loro futuro.”

A questo punto si inserisce il tema della necessità di saper sempre distinguere rispetto alle cose.
“Dobbiamo sempre aver la forza di saper distinguere perché le verità che non conosciamo sono responsabilità di uomini dello stato hanno operato contro la verità ma è altrettanto vero che altrettanti uomini dello stato hanno saputo per far emergere le verità che oggi conosciamo.
Saper distinguere è dunque fondamentale. Richiede la volontà di voler conoscere, l’assunzione di responsabilità singola per cercare di capire e di cogliere i fatti come si sono svolti.

“Noi quest’anno abbiamo compiuto quarant’anni e potrà apparire strano ma ci sono stati due fatti molto diversi in quella piazza (Piazza della Loggia, ndr) in questo 28 maggio.
In una piazza adiacente a piazza della loggia nell’aula del consiglio comunale e in una rappresentazione operistica, in un teatro, abbiamo potuto cogliere i volto dei cittadini come erano quarant’anni prima. Volti scolpiti dal dolore … quasi sospesi in una certa misura perché non credevano a quanto fosse successo. Erano attoniti.
E’ stato estremamente importante perché tutti quei volti, esclusi quelli dei morti, ci hanno testimoniato un fatto estremamente importante e cioè che quella strage, prima di colpire otto persone, ha colpito tutti. Ha colpito il paese. E allora il valore di quei volti era di dire questo è in primo luogo un fatto pubblico. E il valore di riproporre quei volti era di ricordare una memoria pubblica di un fatto che è accaduto a tutti.
Contemporaneamente abbiamo avuto una miriade di cori di bambini in quella piazza del 28 maggio (2014, ndr). Di fronte a quei volti attoniti, di fronte alla violenza, di fronte alla volontà di far prevalere l’idea di morte rispetto all’idea di vita, quei bambini erano lì a dirci che piazza della Loggia quel giorno era una piazza viva e non era lì a ricordare la morte ma era lì a ricordare un fatto che ha avuto anche otto persone uccise a cui è stata violentemente tolta la vita. E’ giusto ricordare che cosa significa violenza, che cosa significa interrompere la vita di persone, di coppie, è giusto far risaltare ed esaltare il senso del vivere diventa il modo migliore per combattere l’ideologia della morte e quindi una modalità che rifiuta lo stare insieme.
Questi due elementi credo abbiano caratterizzato il 28 maggio ma hanno anche significato il percorso di questi quarant’anni di vita e di impegno intorno a questo fatto ma attorno ai fatti nella loro globalità.”

Nello stesso tempo bisogna valutare i fatti: cosa è accaduto, perché è accaduto, che cosa si proponeva quel fatto.
Al centro degli attacchi dei due terrorismi c’era la nostra Costituzione.
Il 28 maggio 1974 arriva in un momento particolare di straordinaria euforia del nostro paese e nello stesso tempo di violenza incredibile.
La straordinaria euforia che ci dimostra come il paese era cambiato sotto la spinta dei movimenti in termini positivi di grande avanzata democratica: il ’68. la scuola, lo statuto dei lavoratori, l’istituzione delle regioni. In quei giorni lì trova la sua espressione forse più alta: il referendum sul divorzio (12 e 13 maggio 1974). I cittadini si esprimono su un valore civile e il diritto di poter operare le proprie scelte soggettive.
In quel momento esplode forse il massimo della violenza la strage il 28 maggio 1974.
Ed è una strage che ha tutta una sua particolarità.
Certo la manifestazione è una risposta alla violenza che Brescia stava subendo in quel momento che mette a nudo anche l’obiettivo di chi ha organizzato la violenza.
Perché la strage avviene durante una manifestazione antifascista ed è importante sottolineare questo aspetto perché si contrappongono due modalità: da un lato la violenza esercitata da singoli o da gruppi ristretti e dall’altro lato le forze democratiche – in quel caso tutti i partiti politici (escluso MSI, ndr) tutte le sigle sindacali che dichiarano lo sciopero generale, le ACLI, l’azione cattolica, l’ARCI che non accettano più la violenza e che decidono di farlo senza porsi sullo stesso piano di chi ingenerava violenza.
Come rispondere allora ?
“Non dobbiamo rispondere alla violenza utilizzando la violenza. Bisogna andare tutti in piazza a dimostrare che NOI democraticamente vogliamo sconfiggere la violenza.”
Questo è il senso della manifestazione del 28 maggio che la rende diversa dalle altre stragi nel senso che “le altre stragi appaiono come atti puri e semplici di terrorismo: la banca (Banca dell’Agricoltura, ndr), il treno (Italicus,ndr). Rendere insicuro qualsiasi luogo con lo scopo preciso è di ingenerare paura. Attraverso la paura determinare condizioni di richiesta di ordine pubblico attraverso l’ordine pubblico arrivare alla sospensione di libertà democratiche.
In Piazza Loggia si dice apertamente che ciò che si vuole sfidare sono le istituzioni nel loro insieme.”
Questo è l’obiettivo esplicitato in Piazza della Loggia al punto che, ricorda Milani, ci sarà chi, (appartenente alla destra, ndr), dirà che la strage è stata profondamente remunerativa perché “non abbiamo colpito dei civili ma degli avversari politici.”
Pur rimanendo il tema della paura e del determinare caos fondamentale resta questo obiettivo.

La lezione viene dalla risposta della città.
La città è stata autogestita per tre giorni.
Fu una scelta politica.
Il servizio d’ordine dal basso ha vigilato sulla città e sui funerali che registreranno circa 600.000 presenze di donne e uomini provenienti da tutta Italia.
Il Presidente della Repubblica (Giovanni Leone, ndr) è stato difeso e fischiato.
Difeso in quanto rappresentante dell’istituzione ma fischiato a indicare la necessità di cambiamento di una classe dirigente che non era stata all’altezza. Il cambiamento però doveva avvenire all’interno di un processo democratico.
“Non va mai perso il senso delle istituzioni, insiste Milani, le istituzioni rimangono al di là di chi le rappresenta.
La grande risposta del 28 maggio nasce da questo presupposto.

“Resta il sapore molto amaro della violenza – conclude Milani – che assume la dimensione delle otto persone uccise in quella piazza.”

“Mai dimenticare che la violenza distrugge delle persone, distrugge la loro vita, i loro sogni, i loro progetti. Distrugge chi è morto ma può distruggere coloro che sopravvivono a quella vicenda.”

Ma chi erano quelle persone ? si chiede Manlio.

Gli otto morti sono emblematici della realtà del paese.
Un operaio, cinque insegnanti, due pensionati ed ex partigiani.
A dire, e a certificare, che i valori del lavoro, della scuola e della Resistenza sono i cardini su cui si fonda una società democratica. Ma anche a ricordare che la democrazia non è un bene acquisito per sempre.

“Io credo che sia questa la grande eredità che ci ha lasciato Piazza della Loggia: il rifiuto della violenza, l’esaltazione della vita, la memoria, la necessità di conoscere la memoria e conoscere la storia nella sua complessità, il saper dialogare dentro di essa e attraverso questa costruire prospettive di futuro.”

Silvia Berruto, antifascista

© Riproduzione riservata

– continua -

14
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Giornalismo di Pace. Il possibile contributo dei media alla trasformazione nonviolenta dei conflitti. Torino. Centro Studi Sereno Regis

venerdì 14 novembre 2014

ore 15.00
sala Gabriella Poli

 

Il giornalismo di pace è emerso nella metà degli anni 1990 come un nuovo campo interdisciplinare d’interesse per giornalisti professionisti e per attivisti della società civile, ricercatori universitari e quant’altri interessati al nesso conflitti-media. Offre sia un insieme di proposte e opzioni pratiche a redattori e reporter, sia una base per sviluppare criteri valutativi per l’analisi critica del reportage di guerra.
Su questo tema, poco presente nel dibattito e nella pratica in Italia, il Centro Sereno Regis lavora da anni, sin da quando fu organizzato il primo convegno di studi (15-16 dicembre 2006) con la partecipazione dello studioso per la pace Johan Galtung e Mimmo Candito, reporter de La Stampa, come principali relatori.
Questa nuova iniziativa nasce dal cresciuto interesse sorto su questo tema in vari ambienti professionali e accademici.
La data del 14 novembre è un appuntamento scelto per ricordare la figura e l’opera di Gabriella Poli, prima capocronista donna italiana a La Stampa, definita dai suoi colleghi “cronista di un’epoca”, con caratteristiche, stile e interessi che sicuramente rientrano nell’ambito del giornalismo di pace.
Occorre precisare che anche se la proposta iniziale si soffermava soprattutto sulle situazioni di conflitti armati di larga scala, il giornalismo di pace si è andato estendendo a ogni forma di conflitto, dal micro al macro, su scala locale come su scala internazionale.
L’iniziativa del convegno del 14 novmbre nasce anche dalla collaborazione avviata tra il Centro Studi Sereno Regis e il “Master Biennale di Giornalismo” dell’Università di Torino, diretto dal prof. Peppino Ortoleva e coordinato da Vera Schiavazzi, giornalista de La Repubblica, con l’adesione del Centro Interateneo di Studi per la Pace.
Programma
Ore 15,00 Presentazione del seminario e consegna della borsa di studio “Gabriella Poli” per il “ Master Biennale di Giornalismo” Università di Torino
Ore 
15,30 Nanni Salio
 “Giornalismo di pace e trasformazione nonviolenta dei conflitti”
Ore 16,00  Silvia De Michelis 
“Il dibattito internazionale sul giornalismo di pace”
Ore 16,30  Luigi Bonanate 
 “Il ruolo dei media nelle relazioni internazionali”
Ore 17,00  Mimmo Candito “Esperienze sul campo di giornalismo tra pace e guerra”
Seguirà dibattito
Ore 18  Esperienze e casi di studio
Marinella Correggia, “Dall’Iraq all’Afghanistan; dalla Libia alla Siria. Il giornalismo tra manipolazione e ricerca della verità”
Ugo Borga, “Sotto vento? Esperienze di fotogiornalismo di pace in aree di guerra”
Luca Giusti, “Re-media: rimedi per media che non mediano”
Marta Belotti, Jessica Boscolo, Enzo Ferrara, Daniela Iapicca, “Come comunicare il cambiamento climatico”
Luca Rolandi, “Giornalismo cattolico e pace”
Maria Teresa Martinengo, “Cronaca locale e conflitti”
ore 19 Dibattito e conclusioni

GIORNALISMO DI PACE. UN CONVEGNO INTERNAZIONALE A TORINO IL 15 e 16 DICEMBRE 2006

by Silvia Berruto




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