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era un giorno qualsiasi … al centro studi sereno regis di torino _ 21 febbraio 2017

Presentazione del libro di Lorenzo Guadagnucci “Era un giorno qualsiasi. Sant’Anna di Stazzema, la strage del’44 e la ricerca della verità. Una storia lunga tre generazioni.

Sono gli ideali, le convinzioni profonde a dare senso alla vita: alla vita di molti, se non di tutti.
Soprattutto oggi, in un mondo così cinico, governato dal tornaconto personale, camminare inseguendo l’utopia è una forma di salvezza.
(Dalla quarta di copertina del libro)

Se vogliamo una memoria nuova, viva, per quanto possibile permanente e sempre “al passo” coi tempi, dobbiamo studiare modi e stili nuovi.
Se vogliamo passare da una cultura di guerra ad una cultura nonviolenta costruttrice di pace, dobbiamo studiare, leggere, incontrare, scambiare, fondere i nostri saperi consapevoli che il risultato è ben più notevole della semplice somma dei singoli contributi.
Così potremo produrre un pensiero nuovo e una cultura altra.

Nanni Salio, il Leitmotiv mi risuona sempre nella mente e nel cuore, ci esortava a non essere dei dilettanti nella strada verso la nonviolenza.

Così ho voluto iniziasse l’incontro di presentazione del libro di Lorenzo al centro studi Sereno Regis di Torino: dalla biblioteca.
La biblioteca luogo caro e nodale per il progetto Collettivamente memoria: uno dei luoghi importanti di responsabilità e di proprietà collettivi del nostro vivere. Così definisco e sostengo questo spazio ogni volta che parlo di Collettivamente memoria.
Un luogo da cui partire, per ritornare, per poi ripartire, arricchiti di nuovi saperi e sempre anche un po’ più liberi. Per dirla con uno slogan citerei Italo Tibaldi quando afferma(va): “Wissen macht frei”: la conoscenza rende liberi.

Nel corso della presentazione del libro ad Aosta, avvenuta il giorno precedente, avevo anticipato pubblicamente a Lorenzo che saremmo andati nella biblioteca italiana più importante per i documenti raccolti negli anni sui temi della nonviolenza, della pace e dell’ecologia, con un approccio multidisciplinare secondo le linee guida di Nanni.
E’ una biblioteca multimediale internazionale come si può leggere sulla cartolina promozionale della biblioteca.
E quindi largo allo stupore.

L’opera omnia di Gandhi in inglese, 100 volumi.
Maestri italiani e internazionali fra cui Capitini, Dolci, Don Milani, Lanza del Vasto, Martin Luther King, Thich Nhat Hanh, Mandela, Jean Marie Muller.

Tante le voci tra cui la peace research tra cui spicca Galtung, Sharp, Chomsky.

Politica, democrazia partecipativa, psicologia psicanalisi e pace e violenza.
Una sessione dedicata ai diritti umani.
Una lunga sezione che si occupa di educazione alla pace con l’omonimo gruppo di formatori EDAP che ultimamente studia e approfondisce il tema del bullismo.
Sezione obiezione di coscienza, antimilitarismo.
Analisi del conflitto e del tentativo di risoluzione del conflitto in modo nonviolento o in modo meno violento possibile.
La DPN, difesa popolare nonviolenta,
Analisi delle lotte nonviolente, delle lotte per l’ambiente, la Resistenza civile.
Antifascismo e antirazzismo nella lotta e resistenza senz’armi.
Peacekeeping militare ma soprattutto peacekeeping nonviolento.
Con relativa letteratura secondaria.
Ultima sezione dedicata ai vari movimenti più generici per la pace, ai movimenti specifici nonviolenti.

Sezione conflitti.
Parte relativa alle religioni.
Sezione guerra e terrorismo.
Sezione relativa agli armamenti, al nucleare, alla storia e alla geografia.
In un altro spazio c’è ancora un altro spazio dedicato all’ambiente, all’ecologia e all’economia.
Per sintetizzare “la Noviolenza applicata a tutti gli esseri viventi.”

Per 28.000 volumi e materiali vari.

Questo per dire che la Nonviolenza si impara. Dunque si studia.

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Nella foto Lorenzo con Massimiliano Fortuna, il bibliotecario.
Non si vede, ma posso attestarla, la meraviglia di Lorenzo di fronte all’immensità, concreta e potenziale, della qualità e della quantità di libri esposti. Con l’espressione tipica, o meglio, “con quella faccia un po’ così, quell’espressione un po’ così che abbiamo noi che abbiamo visto …” libri.

Una visita intensa ma breve durata non più di mezz’ora.

E poi l’incontro di presentazione del libro.

Come inizio abbiamo scelto di proporre la proiezione di un video realizzato il 25 agosto 2016.
Per far parlare il libro, senza preamboli e introduzione se non l’intervento di Enrico Pieri, presidente dell’associazione “Martiri di Sant’Anna”.

Dal silenzio, da una breve dissolvenza dal nero, la voce di Lorenzo, su una panoramica a 360 gradi di Sant’Anna di Stazzema, annuncia la lettura di selezione di testi dal libro come tentativo di restituzione del libro nel suo sviluppo.

Per la voce Massimiliano Filone, attore del teatro dell’oppresso, e di Vania Buzzini all’arpa.

Così la forza delle immagini e della musica per cui si “sente” e si comprende bene il concept insito nel celebre refrain: un’immagine vale più di mille parole.

Una trentina di minuti sino alla constatazione della morte della mamma di Alberto, Elena Guadagnucci, da parte di Alberto e dell’Angiò, così ben restituita dal lamento, breve ma straziante, nel canto di Vania …

Poi riprendiamo, a fatica, la parola. Inizio uno dialogo con Lorenzo.

La parte iniziale del libro è stata scritta da Alberto, il padre di Lorenzo per il quale il 12 agosto è, ed è stato, un giorno qualsiasi. Sia per l’irruzione del fatto nella storia, nella storia anche personale di Alberto, sia per quanto è ancor oggi per lui andare a Sant’Anna: per Alberto è un andarci un giorno qualsiasi.

L’io narrante è il padre di Lorenzo e l’autore della narrazione è Lorenzo.

Sostengo che è un libro importante e necessario.
Lorenzo è riuscito a difendere una storia personale e collettiva, con un libro redatto con il testimone ancora in vita, che restituisce anche un confronto generazionale fra padre figlio e anche con Elena Guadagnucci, nonna di Lorenzo.

Nella ricerca e nel riconoscimento della quotidianità delle resistenze: dalla resistenza di Elena, una ragazza madre che decide di non abortire e di allevare il proprio figlio sino alla resistenza civile nel corso dell’eccidio.

E’ anche un libro anche della/e disobbedienza/e salvifica/che come mi piace sottolineare.

Alberto si salva perché non ubbidisce alla madre. Salvifica sarebbe stata la disobbedienza di tutta la catena di comando dei soldati che hanno ordinato e perpetrato l’eccidio.

Salvifica è la sentenza del processo di La Spezia che sancisce che Sant’Anna di Stazzema è un crimine di guerra e che i soldati avevano il DOVERE DI DISUBBIDIRE ad un ordine criminale.

Lorenzo parla al pubblico con uno stile diverso da tutti i precedenti incontri, speech e interviste che ho realizzato a lui e con lui.
E’ evidente quell'”essere condannati a riflettere” di più se la Storia è anche tua, perché della tua famiglia.
C’è passione, com-passione, com-partecipazione col pubblico che non può essere e restare indifferente.

Perché, come dice alla fine del video, Massimiliano

“Le storie crediamo ci appartengono,
appartengano a tutti.
Sono storie che ci legano
che ci collegano
che ci uniscono
[ … ]

In Lorenzo c’è anche la spinta verso la costruzione di un pensiero e di una memoria nuovi a partire dall’eccidio di Sant’Anna e di tutte “le” Sant’Anna successe dopo e che ancor oggi sono perpetrate con la “nostra” collusione e/ o collaborazione.

La terza parte del libro è forse la più interessante perché pragmatica: la sezione relativa alla ricerca di modi e stili nonviolenti per dire NO alla guerra: a tutte le guerre.
Una ricerca utopica certamente: ma di utopia reale si tratta.

Lo scambio che Lorenzo ci offre dal vivo e nel libro è la ragione della possibilità di scambi nuovi con la certezza che le soluzioni nonviolente sono collettive e collettivamente vano agite.

Dalla messa in discussione della monumentalizzazione, e dunque della staticità delle commemorazioni, si parte per l’elaborazione di nuove forme di memoria.

Per restituire a chi come Elena e Alberto Guadagnucci il riconoscimento e il ringraziamento per la lezione: per ” aver sofferto e, nel nostro piccolo, lottato. Non siamo stati complici di chi ha voluto la guerra. Eravamo portatori di un messaggio, semplicemente vivendo, piegandoci senza spezzarci.
Qualcuno,fra le gente di Sant’Anna, avrà anche dato una mano ai partigiani o nascosto in casa un disertore.
Tutti insieme, potremmo dire, abbiamo fatto la resilienza“.

Così Alberto alla fine del libro per un “nuovo” inizio di chi vorrà riflettere e partecipare collettivamente alla costruzione di memorie nuove.

Uno spettacolo teatrale, a partire dal libro, è in preparazione .

Una camminata da Avenza, luogo di origine di Elena Guadagnucci, a Sant’Anna di Stazzema è prevista per l’ultimo fine settimana di maggio.

Cammineremo con Lorenzo, con le altre e con gli altri, ognuno come può e come sa: col portato che potrà e vorrà dare.

Collettivamente memoria e il centro studi Sereno Regis ci saranno.

 

Silvia Berruto, amica e persuasa della nonviolenza

® Riproduzione riservata

 

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Era un giorno qualsiasi al centro studi sereno regis di Torino_21.02.2017

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Era un giorno qualsiasi. Intervista a Lorenzo Guadagnucci.

Era un giorno qualsiasi. Sant’Anna di Stazzema, la strage del ’44 e la ricerca della verità. Una storia lunga tre generazioni

” Le storie crediamo ci appartengono,
appartengono a tutti.
Sono storie che ci legano
che ci collegano
che ci uniscono
proviamo a vederle … “

Massimiliano Filone, Sant’Anna di Stazzema, 12 agosto 2016

STORIE è la sezione dedicata a cinque narrazioni che invitano a riflettere su violenza e nonviolenza, resistenze, pace e guerre.
La proposta è inserita nello spazio Espace memoria, all’Espace Populaire di Aosta (Italy), dove è nato 10 anni il progetto culturale Collettivamente memoria di cui sono ideatrice, conduttrice e quest’anno copromotrice.

Il primo incontro è con Lorenzo Guadagnucci per la presentazione del suo nuovo libro uscito nel luglio 2016.

Ecco un’anteprima.

Silvia Berruto_”Era un giorno qualsiasi. Perché era un giorno qualsiasi?

Lorenzo Guadagnucci_Il titolo nasce dall’idea che si racconta un episodio storico, come è la strage di Sant’Anna di Stazzema, una delle più gravi avvenuta sulla linea gotica, senza fare un libro di storia: da un punto di vista di un bambino per il quale quella vicenda era davvero un giorno qualsiasi. Questo bambino di dieci anni, come si racconta, faceva una vita assolutamente comune, normale : per lui la guerra sostanzialmente non esisteva.
E’ il racconto di un improvviso incontro fra un percorso individuale e la grande storia.
In un giorno qualsiasi, ad un’ora del tutto imprevista, senza che il racconto di questo episodio sia caricato dell’approccio dei significati del senso che normalmente gli attribuiamo.

SB_12 agosto 1944 Sant’Anna di Stazzema. Warum? Perché ?

LG_Perché la strage? Secondo lo storico Paolo Pezzino non c’è una vera motivazione per quella strage nel senso che non fu una rappresaglia rispetto ad azioni partigiane. Non è la situazione di Sant’Anna che non aveva nemmeno un valore strategico, militare particolare e non era particolarmente conosciuta come luogo di rifugio dei partigiani.
Da questo punto di vista si può dire senza motivazione.
In realtà credo di poterla definire un atto terroristico.
Un terrorismo di stato – se vogliamo chiamarlo così, come spesso se ne vedono nelle guerre attuali – che aveva senso nella logica dell’esercito tedesco in ritirata che aveva il problema dei partigiani ritenuti una presenza fastidiosa.
In quel momento fu scelto di compiere anche azioni di eliminazione fisica delle persone e di mandare un messaggio a tutti: un invito a non collaborare coi partigiani, a non disturbare, a rispettare il dominio, senza creare fastidi.
In sostanza si diede il via libera anche a pratiche di annientamento.
Sant’Anna fu la prima, in ordine cronologico, dentro questa logica di annientamento dei civili.
Il perché della strage ha a che fare con questo contesto, con la presenza della divisione – la XVI Divisione comandata dal generale Max Simon, nda – chiamata apposta per gestire questa fase di evacuazione, ritirata, bonifica dei territori.

SB_Tu dici che il contenuto del libro è racconto della strage, il tentativo di comprendere l’origine di quell’orrore, e poi la riflessione sul ruolo civile culturale e politico di Sant’Anna di Stazzema.
Il libro è una ampia, e anche tormentata, riflessione sulla guerra e, come dice Alberto, su la vita umana dentro la guerra. Ma si può dire vita, una vita dentro la guerra?

LG_Dentro la guerra c’è sempre vita. Ci sono sempre delle persone che fanno delle scelte. C’è sempre una vita, un’autonomia, una scelta possibile in tutti i personaggi che compaiono nella vicenda.
E c’è un margine di scelta anche per le SS. Uno dei contributi principali del processo, pur tardivo, che c’è stato, è stato di affermare, diversamente da quanto si riteneva fino ad allora, che anche gli appartenenti a questo battaglione di SS – il II Battaglione Galler, nda – avessero il DOVERE DI DISOBBEDIENZA.
Questo processo – il processo di La Spezia, conclusosi con sentenza di primo grado con la condanna all’ergastolo di tutti gli imputati 2004, nda – ha sancito che ciascuno di loro non doveva obbedire agli ordini. Non c’era la scusante della gerarchia.
Anche per il diritto militare tedesco di guerra: di fronte a ordini criminali non si può obbedire.

SB_Parliamo dei processi. Sappiamo che le ricerche italiane cominciarono già nel 1946.
Che cosa ha funzionato e cosa non ha funzionato nella ricerca della/e verità sull’eccidio di Sant’Anna di Stazzema. E quali sono le implicazioni politiche sulla società italiana, soprattutto rispetto a quanto ci dice lo storico Paolo Pezzino in merito al fatto che il corso della giustizia fu impedito dalla magistratura militare italiana.

LG_Se uno va a vedere le carte delle prime inchieste che furono fatte sul momento dagli Inglesi e dagli Americani, si vede che c’era tutto: c’erano le indicazioni – e questo vale non solo per Sant’Anna ma anche per altri episodi – dei reparti che agirono, molto spesso anche i nomi e i cognomi, gli organigrammi, i responsabili dei vari reparti. Fin da subito c’erano gli strumenti per perseguire questi crimini: quindi per fare giustizia, per dare una risposta alle popolazioni che avevano subito queste violenze così enormi che riguardavano migliaia di persone.
Questo percorso non c’è stato per ragioni politiche.
E’ stata una decisione non dichiarata, non esplicitata … Abbiamo poi capito che, sia in Italia che in altri paesi, fu scelto di non perseguire questi crimini, se non sporadicamente, con qualche processo a qualche gerarca tra quelli più in vista.
I fascicoli sulle stragi furono, come si sa, occultati. Negli anni Sessanta ci fu il provvedimento di archiviazione provvisoria poi i fascicoli furono riaperti nel 1994, ma anche in quella circostanza, sostanzialmente non si fecero i processi. Tranne a La Spezia dove, nel 2002, col magistrato De Paolis si è riusciti a fare le inchieste.

Le conseguenze che si sono avute sulla società italiana secondo me sono molteplici e sottovalutate.
A livello politico c’è questa scelta di far prevalere la realpolitik con la necessità di non disturbare la Germania Ovest, in quel momento alleata all’occidente nella guerra fredda, andando a cercare criminali di guerra che, in buona parte, fra l’altro, si erano reinseriti nella vita civile tedesca.
Andare a ricercare all’epoca questi personaggi voleva dire mettere in discussione il percorso che la Germania Ovest stava facendo e quindi anche il recupero del personale politico e militare nazista.”

Il non aver fatto i conti col nazismo e con il fascismo, da parte della Germania dell’Italia e dell’Europa, cui si associano i mancati processi e le mancate inchieste sui nostri crimini di guerra ad esempio in Yugoslavia, ha prodotto come effetto l’impossibilità di andare a chiedere l’estradizione di ex militari tedeschi e poi rifiutare le richieste di estradizione che arrivavano dalla Yugoslavia.

“Questo è un livello politico.

Poi c’è un livello più sociale, più civico, questo fortemente sottovalutato.
Le stragi in Italia sono state qualche migliaia. L’atlante delle stragi nazifasciste, disponibile dall’anno scorso in rete, evidenzia che sono stati più di 5000 gli episodi censiti, 20.000 morti e decine di migliaia di feriti: dato questo che va moltiplicato per le famiglie e per i compaesani.
E di violenza su inermi. Perché di questo stiamo parlando e non di combattimenti.
Il fatto di aver abbandonato sostanzialmente queste persone, di aver fatto sentire lo Stato o assente o ostile addirittura – a Sant’Anna c’è un vissuto di contrapposizione, di antagonismo rispetto allo stato italiano per il fatto che non ha, per decenni, perseguito i criminali, non si è preoccupato di fare giustizia, non si è preoccupato dei sopravvissuti – secondo me ha comportato una lesione enorme del senso di appartenenza, del senso di cittadinanza. E stato un sentimento che qua in Toscana non è assolutamente superato. C’è una percezione di questa inadeguatezza, di questo abbandono che ha riguardato tantissime persone e che è stato ereditato. Questi traumi poi, e la constatazione che faccio su me stesso, si trasmettono attraverso le generazioni: questo deficit non si è fermato con le generazioni dei superstiti e dei loro familiari ma si è esteso alle generazioni successive.”

Concordo con quest’ultima affermazione di Lorenzo e vivo e condivido, empaticamente e spesso in laica solitudine, il dolore allargato proprio delle storie lunghe tre generazioni, come sono le nostre.

C’è poi il grande punto di forza del libro: lo spazio dedicato alla costruzione di progetti e azioni di pace e di nonviolenza, a partire da Sant’Anna di Stazzema “fino a farli diventare il cuore della memoria di Sant’Anna”. Lorenzo ci sta pensando su ma gli chiedo qualche anticipazione: infatti il pensiero e la teoria devono diventare, e farsi, azione.

LG_Quello che mi ha spinto veramente a scrivere questo libro e a dare il mio piccolo contributo è l’insoddisfazione per quello che è oggi la memoria di questi luoghi, per quello che rappresenta oggi un luogo come Sant’Anna.
A me sembra che la memoria in questo momento sia … molto debole, sia qualcosa di cristallizzato, di poco vivo.
Questi luoghi sono stati monumentalizzati e in qualche modo però anche anestetizzati in tutta la loro forza comunicativa e anche evocativa.
La capacità che questi luoghi possono avere di farci pensare, di spingerci ad analizzare le cose con più complessità di quanto normalmente si faccia, viene un po’ neutralizzata dai riti che hanno preso il sopravvento e dal tipo di memoria che si è fermata.
Una memoria che si è un po’ cristallizzata intorno alla dinamica del fascismo, antifascismo, occupazione nazista, Resistenza: un circolo dentro il quale oggi è chiusa la memoria di questi luoghi.

A me sembra che manchi una parte fondamentale: la tensione a chi ha vissuto la guerra in quel modo, per averla subita quella guerra, per aver dovuto farci i conti nella vita quotidiana, per poi perderla la vita.”
Nella dimensione del rifiuto della guerra e nella discussione sulla violenza.

“Noi dobbiamo andare a Sant’Anna e pensare alle altre Sant’Anna.
Dobbiamo andare a Sant’Anna e pensare a quello che ci accade intorno: allora ci accorgiamo che di Sant’Anna ce ne sono state altre negli anni successivi.
Alcune causate anche da NOI: da noi Occidente, da noi Italia, da noi che abbiamo partecipato, e partecipiamo, ad esempio a missioni che implicano stragi come quella di Sant’Anna: in Siria, In Afghanistan, in Irak, qualche anno fa in Bosnia.
NOI siamo stati corresponsabili di nuove Sant’Anna.

Sto tentando di organizzare, con la Pro loco di Avenza e Terre di Mezzo, una camminata – da Avenza, luogo natale di Elena Guadagnucci, a Sant’Anna di Stazzema, con passo lento che permette la concentrazione, senza la fretta che normalmente si accompagna alle cose che facciamo e che porta sempre superficialità – che avrà la caratterizzazione del seminario.
Si va a fare questa camminata e si ragiona sull’opposizione nonviolenta, sulla resistenza civile, sulle forme di dissidenza.

Resistenza civile, resilienza, opposizione, disobbedienza sono “l’aggiunta capitiniana” che Lorenzo propone per una memoria nuova.

Nel frattempo assumiamo la stupendità, la forza e l’ahimsa che derivano dalla sentenza del processo di La Spezia.

Ovvero IL DOVERE DI DISOBBEDIRE.

Silvia Berruto, amica e persuasa della nonviolenza

Aosta, Espace Populaire, 20 febbraio 2017
Torino, Centro Studi Sereno Regis, 21 febbraio 2017

® RIPRODUZIONE RISERVATA

16
Feb
17

Liliana Segre, donna libera e donna di pace

dsc_5933_finale

[ … ]

camminava vicino a me

… il comandante di quell’ultimo campo

quando buttò la sua pistola
praticamente ai miei piedi
io pensai

mi sono nutrita di odio e di vendetta
dal minuto che ho lasciato la mano di mio papà,

adesso mi chino

piglio la pistola

e gli sparo !

Mi sembrava un perfetto finale!

Fu un attimo !

Fu un attimo straordinario nella mia vita in cui io in un attimo avevo l’impulso di sparare e un attimo dopo pensai

NO !

Io sono diversa dal mio assassino,

io non sono come lui.

Io ho scelto la vita

non potrei mai
per nessuna ragione
togliere la vita a qualcuno.

NON HO RACCOLTO QUELLA PISTOLA.

E DA QUEL MOMENTO
sono stata quella donna LIBERA
e
quella DONNA DI PACE
che sono anche adesso.

Liliana Segre, Torino, 13 febbraio 2017

By Silvia Berruto

® Riproduzione riservata

15
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Era un giorno qualsiasi_aosta_espace populaire_20.02.2017

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Era un giorno qualsiasi al centro studi sereno regis di torino_torino_21.02.2017

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COMUNICATO STAMPA _ UFFICIO STAMPA CENTRO STUDI SERENO REGIS

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Era un giorno qualsiasi. Presentazione di Lorenzo Guadagnucci

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