Archivio per ottobre 2007

27
Ott
07

Olimpiadi a Pechino 2008. In gara anche i Diritti Umani

“La scelta di dedicare una serata a questo tema nasce da una duplice volontà: da un lato di interrogarci e di ricordare qual è il livello di violazione dei diritti umani in Cina dove si condanna a morte per lo sfruttamento della prostituzione, per la bancarotta fraudolenta, per il furto”, di vedere le nuove forme di violazione dei diritti umani che sono nate in seguito alla scelta della Cina come luogo in cui si svolgeranno le prossime Olimpiadi e di osservare come altre forme di violazioni siano andate peggiorando. Un momento “dedicato” per ricordare le violazioni dei diritti umani e per provare a rispondere all’interrogativo se sia doveroso chiedere a chi si occupa dell’organizzazione dei giochi olimpici di prestare attenzione al livello del rispetto dei diritti umani nei paesi in cui si svolgono i giochi.
Così Laura Lucchese ha introdotto la serata “Olimpiadi a Pechino 2008. In gara anche i Diritti Umani” organizzata dalla biblioteca di Pont Saint-Martin, il 26 ottobre scorso, in collaborazione col gruppo Italia 101 di Amnesty International. Due i relatori: Paola De Pirro e Eddy Ottoz.
Paola De Pirro, responsabile Cina e Tibet del coordinamento estremo oriente e Pacifico di AI, ha illustrato le preoccupazioni di Amnesty International sulla Cina precisando che Amnesty non aderisce a nessuna ipotesi di boicottaggio delle Olimpiadi e ritiene che esse rappresentino un’occasione per la Cina soprattutto per dimostrare i passi positivi che può fare.
Per effettuare la sua dettagliata ed esaustiva analisi del contesto Paola De Pirro si è avvalsa di slide e di dati statistici, che ha generosamente offerto al pubblico, indispensabili per inquadrare la Cina: da essi emergono uno scenario e una situazione complessi e articolati, sia dal punto di vista quantitativo che da quello qualitativo.
Le Olimpiadi rappresentano un’occasione mondiale per la Cina in cui per mantenere la pace e la stabilità, cose che dovrebbero essere normali in un paese che ospita le Olimpiadi, gli episodi di repressione poliziesca stanno aumentando.
L’8 agosto 2008 inizieranno le Olimpiadi il cui costo stimato, dice Paola De Pirro, ammonta a 37 miliardi di dollari. Gli utili stimati dell’operazione sono 3 miliardi di dollari. Lo slogan delle olimpiadi è “one dream one world”: un sogno, un mondo. Dalla Carta olimpica si evincono i Principi fondamentali dell’Olimpismo: “obiettivo delle Olimpiadi è quello di mettere lo sport al servizio di un armonioso sviluppo umano, di promuovere una società pacifica che si preoccupi della preservazione della dignità umana”
AI ha collaborato a livello internazionale col CIO (comitato olimpico internazionale) il quale ha chiesto a AI di monitorare la situazione dal 2001 al 2008. La situazione non è assolutamente migliorata anche se vi sono leggeri miglioramenti, probabilmente non attribuibili alle Olimpiadi, ma insiti nei processi già in atto. “La posizione del CIO in un primo tempo è stata molto decisa nei confronti del governo cinese”, afferma Paola De Pirro, poi “c’è stato nel 2006 un momento in cui c’è stato passo indietro con lo slogan “non mischiare politica e sport” mentre recentemente sembrerebbe esserci stato un passo avanti con la richiesta di mostrare ciò che la Cina sta facendo in merito ai diritti umani.
All’inizio di settembre 2007 Zhou Yongkang ministro della sicurezza pubblica ha affermato “Dobbiamo sforzarci di creare una società armoniosa e un ambiente positivo per poter ospitare con successo il 17° Congresso del Partito comunista e i Giochi olimpici di Pechino” ma aggiunge anche “Dobbiamo colpire duramente le forze ostili all’interno e all’esterno come i separatisti etnici, gli estremisti religiosi, i terroristi, le organizzazioni eretiche come il Falung Gong che conducono attività destabilizzanti”. Tutti vogliono la creazione di una società armoniosa e di un ambiente positivo “ma questo non può passare attraverso il colpire duramente le forze ostili” ricorda con determinazione Paola De Pirro. A meno di un anno dall’avvio delle Olimpiadi le autorità cinesi non hanno ancora rispettato gli impegni assunti al momento dell’aggiudicazione delle Olimpiadi. Le preoccupazioni di Amnesty sulla situazione dei diritti umani in Cina sono: la pena di morte, tortura, la detenzione arbitraria, l’espianto di organi, la repressione religiosa, l’uso di internet, la libertà di stampa, la situazione degli immigrati interni, gli aborti forzati, la situazione dei profughi nord coreani.
La pena di morte è applicata per 68 tipi di reati includendo crimini come omicidio e stupro ma anche evasione fiscale e spaccio di droga. Secondo fonti cinesi, probabilmente sovrastimate, sarebbero da 8000 a 10000 le persone messe a morte ogni anno. Bisogna fare delle stime perché vige il segreto di stato: non si conosce il numero di giustiziati ogni anno in Cina. AI chiede per aumentare la trasparenza di pubblicare i dati completi sulla campagna morte e sulle esecuzioni. Una slide impressionante mostra un furgoncino usato come piccola camera di esecuzione: costa meno delle esecuzioni in piazza girare con un furgoncino, passare nei diversi penitenziari, prelevare una persona e farle un’iniezione letale e passare poi al detenuto successivo.
La tortura viene praticata bastonando le persone messe in posizione “crocefissa”, con finti annegamenti, con bruciature e col bastone elettrico che viene introdotto in tutti gli orifizi del corpo.
I Cinesi hanno firmato la convenzione mondiale contro la tortura ma molte confessioni sono estorte dalla polizia sotto tortura: fisica e mentale. Esistono il diniego di cure mediche e il divieto per molti prigionieri di incontrare i propri familiari. Continuano anche le detenzioni arbitrarie, le torture e le minacce per chi difende i diritti umani. La polizia, secondo l’attuale legge, ha il diritto di incarcerare all’interno dei campi di rieducazione tramite il lavoro (campi di concentramento chiamati “laogai”) ogni criminale minore o chiunque sia ritenuto un rischio per la stabilità sociale”: drogati, prostitute, alienati mentali. Si può essere condannati sino a quattro anni di lavori forzati senza processo.
Per quanto riguarda la libertà di espressione il ministro Hu Gintao ha richiamato i vertici del partito comunista per purificare l’ambiente di internet. Uno studio condotto dall’Università di Harvard ha concluso che in Cina sono oscurati circa 18.000 siti tra cui Falung Gong, i notiziari che riferiscono di argomenti tabù, Radio of America, Bbc News, Hong Kong, i siti gestiti da Taiwan, i siti relativi al buddismo, pornografia, oscenità e criminalità. Gli internet users sono, nel 2007, 162 milioni, il 40% in più rispetto al 2005: sono dati su cui riflettere circa lo sviluppo di internet nei prossimi decenni. Nel contempo, però, la Cina è la più grande prigione al mondo per giornalisti e per cyber dissidenti ovvero coloro che si collegano a siti vietati o che inviano notizie non apprezzate dal partito comunista. Paola De Pirro ha ricordato che i giornalisti sono 700.000 e che, nel 2006, la Cina era al 163° posto nel 2006 (su un totale di 168 paesi) nella classifica dei paesi per libertà di stampa (fonte Reporters Sans Frontières).
Google cn (google cina) ha realizzato per il mercato cinese una versione autocensurata di google inserendo su google cn parole chiave come diritti umani o democrazia in Tibet la ricerca non fornisce alcun risultato. Oltre alla censura della Cina si aggiungono Google, Yahoo e Microsoft che si autocensurano. In Cina sono 162 milioni gli internauti e 20 milioni i bloggers.
Microsoft nel 2005 ha lanciato sul mercato cinese una versione autocensurata del servizio di blogging MSN Spaces e del motore di ricerca MSN Search per cui agli utenti non è possibile creare blog o effettuare ricerche contenenti parole chiave quali “fatti di Tian An Men” “diritti umani” o “indipendenza del Tibet”.
Yahoo nel 2002 ha appoggiato apertamente la politica del governo cinese in materia di censura sottoscrivendo la dichiarazione di impegno all’autodisciplina per l’industria dei servizi internet in Cina per cui le aziende firmatarie si astengono dal produrre, spedire e diffondere informazioni dannose che possono compromettere la sicurezza dello stato e sconvolgere la stabilità sociale, contravvenire a leggi e disposizioni o diffondere superstizioni e oscenità”.
Al valdostano Eddy Ottoz, specialista europeo e mondiale dei cento metri ostacoli e bronzo alle Olimpiadi di Città del Messico del 1968, attualmente membro del Coni, è stato chiesto se è giusto domandare a chi organizza i giochi olimpici di tenere presente il livello dei diritti umani nei paesi in cui si svolgono i giochi olimpici. Ottoz ha risposto che “è giusto pretendere che ciascuno faccia la sua parte compreso lo sport”. Tutte le AI europee hanno avuto contatto con l’organizzazione dei giochi del proprio stato per esprimere la propria preoccupazione e per segnalare ciò che si potrebbe fare proprio nella dimensione dello spirito olimpico. AI Italia ha chiesto più volte di incontrare il CONI ma finora non è stato ancora possibile. Eddy Ottoz si è impegnato pubblicamente a fare in modo che Amnesty International venga ricevuta dal Coni.

Silvia Berruto

15
Ott
07

"I Viaggi perduti" del Manifesto ad Aosta. Conversazione con Luciano Del Sette e Simona Cagnasso

“Ho perso la reale portata emozionale di questa cosa a forza di sentire i testi e sentire le musiche. Quando le ho avute sul cd e le ho sentite insieme mi è venuto il groppo alla gola.” dice Luciano Del Sette ad un certo punto della nostra conversazione. L’opera “I viaggi perduti” è preziosa. Non solo viene il groppo alla gola ma si può perfino piangere nel vedere le immagini del dvd e nel sentire i testi e le musiche del cd.
Luciano Del Sette e Simona Cagnasso con l’orchestra di Porta Palazzo di Torino presenteranno “I viaggi perduti” ad Aosta, all’Espace Populaire, il 30 novembre prossimo.
Ho incontrato Luciano Del Sette e Simona Cagnasso dopo la presentazione torinese de “I viaggi perduti” al café Liber.
Luciano Del Sette, inviato dal 1985 al 1987 e corrispondente dal Brasile per il Manifesto, scrive da venticinque anni sull’omonimo quotidiano.
Com’è nata l’idea de”I viaggi perduti?”
L’idea è nata per raccontare alla gente quello che uno non ricorda. Questi tredici paesi, che sono stati presi in considerazione, sono esattamente le geografie esemplificative di quello che succede in altre parti del mondo. Il Ruanda è La Sierra Leone, è, se vuoi, per accavallamento, la Bosnia col genocidio che è stato commesso: è tutto quello che viene, appunto, normalmente dimenticato. È un’operazione che ha da una parte la presa di coscienza e dall’altra soprattutto la conservazione della memoria e il tramandare il fatto che esiste comunque un mondo parallelo che tutti i giorni consuma delle tragedie che noi o ignoriamo oppure che non ci vengono trasmesse perché non sono interessanti. Credo che la cosa fondamentale sia, soprattutto per le generazioni nuove, la memoria.
C’è proprio un fatto fisico in queste geografie: l’Afghanistan non esiste più, non esisterà mai più. L’Iraq, che era la Mesopotamia, non esisterà mai più.
Se esistono degli insegnanti che hanno comprato questo cd lo portino nelle scuole a sentirlo. Non perché è del Manifesto ma perché è un cd ecumenico.
Le immagini, la musica, i testi … hanno un’emozionalità, al di là del contenuto, che è incredibile. Io ho pianto stasera… e te lo devo dire…
Brava si deve fare.
Che cosa puoi dirci sui materiali ricevuti da Fuori Orario?
Enrico Ghezzi quanto ha sentito di questo progetto si è detto immediatamente d’accordo. Abbiamo avuto tutti i materiali in una quindicina di giorni. Avevamo chiesto materiali non visti: il documento sui Talebani è, secondo me, bellissimo. Le cose più belle sono state “l’esercito di Haiti per il massacro, un documento assolutamente pazzesco e l’altro l’Iraq, con un incendio dopo un attentato. Il discorso è stato “abbiamo poco tempo a disposizione perché non vogliamo fare delle cose lunghe e lui (Ghezzi, ndr) ci ha dato del materiale incredibile, assolutamente consono a quello che noi volevamo … con grande sensibilità. E così anche Paolo Papo e Paolo Luciani, i due assistenti di Ghezzi che sono stati assolutamente disponibili. È stata un’operazione in cui, pur nelle grandi difficoltà, tutto è rientrato nel disegno di un progetto collettivo.
A Simona chiedo del montaggio.
Ci sono due cose fondamentali: il fatto tecnico che normalmente ti impone di avere almeno venti volte il materiale che poi utilizzi quando pianifichi un montaggio normale In un lavoro di questo tipo, in cui nulla è pianificato anticipatamente, in teoria dovresti guardare una quantità di materiale immenso e poi sceglierlo. Noi abbiamo lavorato essenzialmente su materiali che sapevamo di poter avere e che erano pochissimi. Alcuni di questi montaggi, che durano uno o due minuti, avevano sei minuti di materiale a disposizione. Per due o tre luoghi avevamo meno materiale disponibile della lunghezza del montaggio.
E quindi ?
Bisognava rispettare l’idea di un racconto aderente alla drammaticità dei fatti, l’idea di una verità che ci siamo proposti di mantenere con un’idea di montaggio, in realtà, poi, molto creativa. Per esempio per l’ultimo dei montaggi, quello sui Buddha di Bamyan, che dura due minuti, ho utilizzato circa venticinque secondi di montaggio: rallentamenti, fermo immagine, parti di immagini, cercando di sorreggere una scelta personale con un’idea molto precisa. Al problema tecnico della povertà di immagini si sovrappone poi il problema, direi morale, di dire “se posso raccontare racconto, ma se ho la sensazione di non poter raccontare, cosa faccio? Comunque è necessaria un’aderenza ai fatti. Se queste immagini non sono sufficienti per raccontare minimamente una storia lì c’è un problema che non ha fine perché potresti anche andare avanti tutta la vita ad interrogarti. Al che siamo arrivati ad un compromesso ragionevole. Il Manifesto è stato molto generoso e molto attento: quando mi mancavano immagini e quando non era più possibile avere altre immagini – e non c’è grande disponibilità a distribuire queste immagini questo è bene saperlo – abbiamo impiegato immagini fotografiche. Abbiamo cercato immagini e contattato fotografi che potessero avere già un approccio all’argomento personale, già approfondito e alla fine siamo arrivati al compromesso che si vede nel video.
Quali sono le fonti dei materiali video?
Rai tre l’archivio di “Fuori Orario” di Enrico Ghezzi, LA7, Radio For Peace che ci ha dato molti materiali sul Sahara e poi c’è stato il contributo molto bello, spontaneo della figlia di Volonté, che ci ha dato una delle riprese di Theo Angelopoulos (alcune sequenze inedite da Lo sguardo di Ulisse, ndr) .
Hai altri progetti con il Manifesto?
Si è parlato di tante cose. È un piacere lavorare con Il Manifesto. Aver lavorato col Manifesto in termini di libertà, e quando dico libertà non dico faccio tutto quello che voglio, come voglio quando voglio, cioè nei termini di esprimere un punto di vista, è stato unico. Unico.
Come è stato lavorare con la redazione del Manifesto?
La redazione del Manifesto ha ovviamente, di volta in volta, approvato o non approvato il nostro lavoro. Siamo andati avanti a step. Ho dato un’idea di massima e ho spiegato che cosa mi interessava: l’idea era di dare l’impatto emotivo della tragedia. Era impossibile andare nello specifico in due minuti. L’idea era che, dopo aver sentito le musiche e la parola, la gente si trovasse di fronte ad immagini con cui riconosceva una data realtà per il fatto di aver già visto quelle immagini in televisione, per il fatto di conoscerle e di riconoscerle. C’è il montaggio del ponte di Mostar in cui c’è un giudizio. È passato. Loro … (i giornalisti della redazione del manifesto, ndr) anzi sono stati entusiasti di questa cosa. Per chi lo guarda è molto forte, benché non si veda nulla di cruento e di forte: è passato. E stato un dialogo aperto come dovrebbe sempre essere nel lavoro. Sono molto contenta, molto soddisfatta.
Il 25 novembre prossimo “I viaggi perduti” saranno al M.E.I. (Meeting delle etichette indipendenti) di Faenza dove Luciano Del Sette interverrà al convegno “Migranti, briganti, passanti. Storie e sorprese dei nomadismi”, il 10 dicembre saranno ospiti d’onore del giornata mondiale dei Diritti Umani a Carpi, il 12 dicembre a Roma alla libreria “Bibli” con Francesco Bruno e Canio Loguercio, il 16 dicembre a Pisa al Festival del Viaggio.

Silvia Berruto

12
Ott
07

"I viaggi perduti". Il viaggio come memoria Di Luciano Del Sette e Simona Cagnasso per Il Manifesto

Ci sono luoghi del pianeta che sono diventati impossibili da visitare. O ad alto rischio. Alcuni siti non esistono più. Bosnia Erzegovina. Le guerre “minori”, Libano. Le vittime innocenti, Iran. Le catastrofi della natura, Iraq. La guerra totale, Kurdistan. I senza patria, Afghanistan. Il fanatismo, Birmania. Le dittature, Ruanda. Il genocidio, Sahara. La dissoluzione di un mito, New York. Il fanatismo, New Orleans. L’eterno apartheid, Haiti. L’indifferenza del mondo, Pianeta. “I delitti del progresso” sono tredici luoghi emblematici, rappresentativi di altrettanti viaggi perduti, distrutti dalle guerre, dalla fame, dal nuovo colonialismo, dagli odi razziali, dal terrorismo, dal fanatismo, dai disastri ecologici, dall’imperialismo delle multinazionali, da forme di turismo insensibili a culture e identità altre: tutte destinazioni di un viaggio inteso come memoria.
Per conservarne la memoria è nata l’opera “I viaggi perduti”, suoni immagini e parole, un’opera in dvd e cd, esiti felici di un progetto ideato e curato da Luciano Del Sette, Simona Cagnasso, da tredici attori e da tredici musicisti, da giornalisti, discografici e tecnici per i Materiali Musicali de Il Manifesto.
Ottanta minuti di suoni immagini e parole nel tentativo di difendere i viaggi perduti da un oltraggio ancora più grande della distruzione dei luoghi: la perdita della loro memoria.
A Torino, al Caffè Liber, lo scorso 9 ottobre si è svolta la seconda presentazione italiana del progetto, a cui seguiranno gli appuntamenti di Napoli, Bologna e Firenze. Torino ha dato una grande risposta ha detto Luciano Del Sette ricordando l’apporto sostanziale di Simona Cagnasso con gli attori, del Sermig – Arsenale della pace – che ha dato gli studi di registrazione per incidere l’Orchestra di Porta Palazzo, di Gigi Venegoni che ha dato il suo studio, di Laura Turino che ha scritto e recitato un pezzo su New Orleans.
“Blows down on the round” (Un vento dal sangue dolce) è il brano intenso e struggente di Maria Pia De Vito, scritto pensando al Ruanda, ha introdotto il pubblico nel viaggio attraverso i viaggi perduti proposto dall’omonimo progetto.
Michela Gesualdo, che si occupa della produzione musicale del Manifesto dal 1995 e che ha lavorato con Luciano del Sette a questo progetto ha dichiarato: “per noi del Manifesto è un progetto importantissimo perché racconta quello che la stupidaggine umana, la deficienza umana, ha creato e continua a creare in certi luoghi del mondo”, ha presentato con un velo di emozione, ma anche con un po’ di giustificata rabbia, i viaggi perduti. “Quello che posso raccontare e dire rispetto all’attività del Manifesto è che le parole scritte in questo testo (La terra scotta di Allegri, ndr) e la musica che lo accompagna danno veramente il sentimento di cosa vuol dire per noi mantenere ancora qui quei luoghi e quei corpi vivi e avere la possibilità di raccontarli. Forse la situazione è talmente irreversibile che noi abbiamo dato un segnale con questo progetto ma credo che non riusciremo mai ad arrestare veramente quello che l’uomo riesce a distruggere nel nostro pianeta”.
Luciano Del Sette, ideatore e curatore del progetto ha spiegato il significato dell’operazione. “Il Manifesto ha fatto uno sforzo immenso su questa cosa: è stato uno sforzo di persone ed economico, anche molto grande: ci hanno creduto tutti. Un anno fa “abbiamo cominciato al tavolo di un posto storico del Manifesto, in piazza della Torretta, chiacchierando a tavola”: è lì che Luciano Del Sette ha raccontato la sua idea al Manifesto da subito concorde. “Raccontiamo una realtà che ci sfugge. Una grande parte delle geografie umane, culturali e fisiche sono completamente sparite”, alcuni luoghi dove si poteva andare non sono più praticabili. Tredici luoghi, tredici geografie esemplificative di altrettante tragedie, sono stati presi come casi per esemplificare quello che succede nel mondo di tutti i giorni.
Luciano del Sette e Simona Cagnasso, che ha curato il dvd, hanno coinvolto tredici attori e tredici musicisti chiedendo loro di interpretare i luoghi scelti raccontandoli, anche senza averli mai visti, con una traccia di parole e di suoni. “Abbiamo ricevuto una risposta assolutamente fantastica.” Infatti tutti gli artisti “hanno scritto, suonato, recitato, registrato nelle ore e nei giorni più impensabili e impensati” come si legge alla fine del volume che raccoglie i testi contenuti nel cd.
Il senso del lavoro, ha detto Luciano Del Sette, è mostrare queste realtà insieme alla volontà “di restituire alle generazioni più giovani il fatto che non potranno mai più andare in questi paesi. Questi paesi non esistono più. L’Afghanistan sarà destinato ad essere sempre, di qui a cento anni, un cumulo di macerie umane e culturali. Però non poter più andare in un posto non significa dimenticarlo. Se pensiamo che oggi i ragazzi che hanno diciotto anni quando è stato buttato giù il ponte di Mostar ne avevano tre, ricordare che il ponte di Mostar era un simbolo di convivenza e di civiltà, nelle infinite difficoltà, penso che questo sia una cosa estremamente importante. L’abbiamo messo in parole, l’abbiamo messo in musica, l’abbiamo messo in immagini. E questo è quello che vogliamo farvi conoscere questa sera”.
“Noi dell’Orchestra di Porta Palazzo abbiamo lavorato su Haiti – ha raccontato Mauro Basilio – posto di cui noi sapevamo pochissimo, lo diciamo chiaramente, ma è in effetti il simbolo dell’indifferenza. L’abbiamo colto come simbolo dell’indifferenza del fatto che non siamo gli unici a saperne molto poco e del fatto che non ne giunge notizia. Noi abbiamo lavorato con un canto di sofferenza e di speranza in tre lingue: in swahili, in edo e in marocchino”. “Sarkha” è il titolo di questo splendido brano in cui sofferenza e speranza si contaminano, dove la forza, la bellezza e la dolcezza del canto si fondono per comunicare il senso più profondo del messaggio che esprime l’orchestra di Porta Palazzo: “Non ci rassegniamo alla guerra, alla fame, all’indifferenza, ma continuiamo a cercare la libertà, la pietà, e la convivenza. Crediamo nel valore di ogni vita umana e continuiamo a sperare nella fine di ogni sofferenza e di ogni ingiustizia”.
Dal piacevole tramestìo del locale gremito si è alzata a quel punto la voce recitante di Eugenio Allegri col brano “La terra che scotta” scritto con Susanna Teodoro, autrice dell’illustrazione di copertina del cofanetto. “Ho visto le immagini che ha messo insieme Simona, ho sentito gli altri attori, gli altri musicisti: è una cosa che ferisce profondamente questa. Le ferite, si sa, sono fatte per essere rimarginate. Questa ferita credo che serva a tutti coloro che possono vedere queste immagini, sentire queste parole e queste musiche straordinarie, abbiamo appena sentito un pezzo bellissimo dell’orchestra di Porta Palazzo. Penso che aprire una ferita ponga poi il problema di chiuderla. Credo che questa sia la consegna che si passa chi compra questo dvd questo cd.”
Le immagini proiettate sono il prodotto di una serie di frammenti concessi da “Fuori Orario” di Enrico Ghezzi. Simona Cagnasso ha effettuato il montaggio di questo breve video composto da tredici montaggi, ognuno dei quali è riferito ai tredici luoghi di cui si parla e si canta nel cofanetto. Le immagini sono state concesse dall’Archivio di Rai3 di Enrico Ghezzi, dall’archivio de LA7, da Radio for Peace e da Giovanna Volonté per le immagini inedite tratte dalle riprese dell’ultimo giorno di lavoro di Gian Maria Volonté ne “Lo sguardo di Ulisse” (To vlemma tou Odyssea) di Theo Angelopoulos, “Personalmente è stata un’esperienza bellissima. Lavorare con Il Manifesto è stato molto bello. È raro in quest’ambiente lavorare in condizioni così belle, così stimolanti. Montare e riassumere in tre-quattro minuti per ogni argomento situazioni così drammatiche è effettivamente molto difficile. Ci si pone domande che normalmente non ci si pone e forse si riflette un po’ di più sul significato, sull’uso delle immagini e sulla potenza delle immagini”. Gran parte del montaggio, ha ricordato Simona Cagnasso, è merito di chi ha composto le musiche di appoggio alle immagini: il compositore romano Riccardo Cimino.
Imperdibile

10
Ott
07

Il Movimento Nonviolento è in movimento. Per un’azione nonviolenta

Il Movimento è in movimento.
Il Movimento Nonviolento, gruppo Valle d’Aosta, e l’Arci Valle d’Aosta hanno organizzato all’Espace Populaire di Aosta il 5 ottobre scorso, in collaborazione col centro studi Sereno Regis di Torino, un incontro che si inserisce tra i contributi nazionali preparatori per il XXII Congresso del Movimento Nonviolento “La nonviolenza è politica del disarmo, ripudia la guerra e gli eserciti” che si terrà a Verona dal 1 al 4 novembre prossimi.
Il Movimento Nonviolento è stato fondato dopo la “Marcia per la pace e la fratellanza dei popoli” da Perugia ad Assisi del 24 settembre 1961. Dal 1964 il movimento diffonde il periodico mensile Azione Nonviolenta per informare selle lotte nonviolente in Italia e nel mondo. Negli anni sono stati molteplici i momenti di presenza politica del movimento. Ricordiamo la campagna per il riconoscimento dell’obiezione di coscienza al servizio militare, le manifestazioni contro le guerre (Vietnam, Iraq, Kosovo, Bosnia, Cecenia, Afghanistan), le manifestazioni contro le centrali nucleari, le marce antimilitariste, la campagna di restituzione del congedo militare e la campagna di obiezione alle spese militari.
L’impegno costante è la divulgazione della nonviolenza come cultura, stile di vita, prassi politica ricerca e studio.
Aldo Capitini, teorizzatore e promotore della Nonviolenza in Italia, asseriva nei suoi scritti “La nonviolenza è una direzione, un segno di freccia che uno pone alla sua vita”.
È un percorso interiore permanente che dura tutta la vita.
Richiede cambiamento e riconciliazione con se stessi e con gli altri. Non ammette il concetto di delega tanto in voga oggi.
È una forma di lotta e di pressione, ha una valenza filosofica, culturale e può assumere, se agita, anche una valenza politica.
La presentazione della serata ha fatto un preciso riferimento all’home page del sito dell’Espace Populaire, per ricordare il senso e la mission del luogo in cui si stava svolgendo l’incontro riassunti nella condivisibile dichiarazione di intenti: “un laboratorio di pace, per mondi diversi, migliori dell’esistente”.
In tal senso, (ma anche in tale spazio!), c’è spazio per il sogno. Per il sogno politico che non è l’enunciazione di un sogno irraggiungibile ma il modo attraverso il quale un desiderio e un auspicio si presentano come legittimi.
Perché questo accada occorrono varie condizioni tra cui la percezione che la storia possa cambiare e che nulla sia ineluttabile in cui cioè un cambiamento è possibile.
Il sogno non è solo un contenuto.
È un’emozione e la possibilità di condividerlo.
Il sogno politico è essenzialmente un atto, non un disegno compiuto e organico, condizione propria dell’utopia per la quale è essenziale una dimensione di progetto d’organicità.
E sulla dimensione delle azioni e del cambiamento il Movimento Nonviolento e l’Arci Valle d’Aosta hanno invitato a parlare due amici e persuasi della nonviolenza: Giovanni Salio, già ricercatore presso il Dipartimento di Fisica Generale dell’Università di Torino e presidente del centro studi Sereno Regis di Torino e Piercarlo Racca del Coordinamento nazionale del Movimento Nonviolento e del Centro studi Sereno Regis. A Giovanni Salio è stato richiesto un intervento tecnico, “da fisico”, sul tema del nucleare che ha intitolato “Armi nucleari: dalla politica del terrore alla politica dei terrorismi” mentre a Piercarlo Racca è stato chiesto di illustrare la campagna per una proposta di legge di iniziativa popolare che dichiari l’Italia “Zona libera da Armi Nucleari”. La proposta di legge era stata già presentata il 5 agosto scorso, proprio all’Espace Populaire, dopo la proiezione del documentario “Le gru di Sadako” per ricordare i bombardamenti atomici di Hiroshima e di Nagasaki.
L’incontro con Salio e Racca era inserito nell’ambito delle proposte della settimana della pace (1-7 ottobre 2007) che è stata vissuta anche all’Espace Populaire dove sono stati organizzati alcuni incontri mirati. Il 2 ottobre in occasione della Giornata Mondiale della Nonviolenza è stata proposta la proiezione del documento storico “Testimonianza della prima marcia della Pace Perugia-Assisi del 1961 di Aldo Capitini”. Nella presentazione è stato ricordato che il 3 ottobre scorso si è svolta la Seconda Giornata nazionale per un’informazione e comunicazione di pace; che il 4 ottobre, sempre all’Espace Populaire, è stata ricordata Anna Politkovskaïa a cui è stata dedicata la marcia Perugia-Assisi insieme ad un altro reporter Ali Iman Shermarke ucciso l’11 agosto 2007 a Mogadiscio.
La serata aveva anche l’obiettivo di contarsi e di contare le forze per comprendere se fosse possibile
costituire un comitato locale per organizzare la raccolta firme per sostenere la proposta di legge per dichiarare l’Italia “Zona libera da armi nucleari”. Il comitato si è costituito per ora ancora informalmente. I promotori sono il Movimento Nonviolento gruppo Valle d’Aosta e Arci Valle d’Aosta. Hanno aderito finora Legambiente Valle d’Aosta, l’Associazione Saperi e Sapori e il MIR (movimento internazionale della riconciliazione) Valle d’Aosta.

Silvia Berruto




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