Archivio per febbraio 2008

28
Feb
08

"Dal sogno … una grande alleanza". Il Consorzio Trait d’Union nella Locride contro ogni illegalità

“Nella Locride per Resistere/Vincere in Calabria. Un’Alleanza contro la n’drangheta e le massonerie deviate, per la democrazia e il bene comune”: questo il leitmotiv della manifestazione nazionale che si svolgerà a Locri il 1° marzo 2008.
La manifestazione è organizzata dal Consorzio sociale GOEL (consorzio di cooperative sociali della Locride), da “Calabria Welfare” consorzio regionale della cooperazione sociale, la più grande impresa sociale in Calabria con circa un migliaio di occupati, un sistema che realizza servizi, prodotti, inserimento lavorativo di persone svantaggiate, sviluppo di comunità locali e da “Comunità Libere” rete nonviolenta di cittadini, famiglie, imprese, organizzazioni sociali, a difesa di chi viene attaccato dai poteri antidemocratici e/o violenti.
Il Consorzio GOEL, il cui nome ha origini bibliche sta a indicare la funzione di liberazione e di riscatto che intende rivestire il consorzio nei confronti delle fasce sociali escluse ed emarginate del territorio, è il felice esito del lavoro compiuto da un gruppo di cooperative e associazioni sociali della Locride che, stimolato e coordinato dalla Pastorale sociale e del lavoro della Diocesi di Locri-Gerace, ha effettuato un percorso di confronto, conoscenza reciproca e di sviluppo di un progetto comune. Questo lavoro preparatorio ha portato alla nascita del consorzio che è stato accompagnato, in questo processo, dal consorzio nazionale CGM (composto attualmente da 75 consorzi e da 1300 cooperative sociali), dal Polo CGM Calabria e dal consorzio Consolida di Trento che è stato il tutor di GOEL.
Hanno avuto un ruolo di primo piano, in questo processo, Monsignor Bregantini, vescovo della diocesi di Locri-Gerace, “trasferito” da Locri a Campobasso e il progetto Policoro della Chiesa Italiana, nel cui alveo nasce e si riconosce questa esperienza.
Una cabina di regia nazionale e una regionale, nate dalla sottoscrizione di centinaia di persone ed enti italiani, hanno lanciato sferrato una battaglia contro la ‘ndrangheta e contro i poteri occulti che ha portato anche alla creazione di imprese sociali sul territorio calabrese, alimentando la voglia di un rinnovamento politico ed economico.
“Per la vicinanza di intenti e per solidarietà umana – ha affermato Roberto Presciani, presidente del Consorzio Trait d’Union, esprimiamo come consorzio di cooperative sociali della Valle d’Aosta sostegno a quanti nella Locride operano per lo sviluppo di una società giusta, manifestiamo la nostra preoccupazione per l’incapacità dello Stato di prevenire e punire l’illegalità, confermiamo il nostro impegno a diffondere presso l’opinione pubblica della nostra regione notizie e informazioni sullo stato dei fatti e ribadiamo, ancora una volta e con forza, la nostra vicinanza all’impegno di “Comunità libere” della Locride.
Il 1° marzo ci sarà anche il Consorzio Trait d’Union a Locri: per manifestare contro ogni illegalità, per esprimere la differenza fra l’eccezione e la regola.
Tutti possono sottoscrivere l’appello lanciato da GOEL “Nella Locride per Resistere/Vincere in Calabria (www.consorziosociale.coop) che richiama ognuno ad impegnarsi pubblicamente, ciascuno secondo le proprie possibilità, per: “non consentire la devastazione del nostro percorso di cambiamento, delle attività, delle persone e delle realtà che ne fanno parte; per aiutarci a sviluppare forme di mutualismo economico per dare risposte concrete e democratiche ai bisogni della nostra gente; per difendere, insieme a noi, le vittime della n’drangheta e delle massonerie deviate; per scovare la presenza e impedire l’azione delle mafie e dei poteri occulti in tutte le regioni d’Italia”. […]”Per festeggiare questa grande alleanza, per rilanciare tutto il percorso compiuto sino ad oggi per ridare speranza e coraggio alla nostra gente.”
Sarà importante manifestare per testimoniare la reciprocità dell’impegno civile, individuale e collettivo, contro tutte le illegalità e passare all’azione accettando, con grande determinazione, l’invito degli attori de “L’Eccezione e la regola” di Bertolt Brecht:
“Così termina la storia di un viaggio.
Avete ascoltato e avete veduto ciò che è abituale, ciò che succede ogni giorno.
Ma noi vi preghiamo: se pur sia consueto, trovatelo strano”!
Inspiegabile, pur se normale!
Quello che è usuale, vi possa sorprendere!
Nella regola riconoscete l’abuso e dove l’avete riconosciuto procurate rimedio!

Silvia Berruto

pubblicato anche su INFORMAZIONE Valle d’Aosta
numero 4/2008/pagina 3/interventi

25
Feb
08

"Figlie dell’Islam. La rivoluzione pacifica delle donne musulmane". Della giornalista Lilli Gruber

“Figlie dell’Islam. La rivoluzione pacifica delle donne musulmane”
Della giornalista Lilli Gruber
L’interpretazione, o meglio le re-interpretazione, del Corano e della sharia dalla parte delle donne musulmane, è la chiave di volta per la loro emancipazione, secondo la visione della giornalista Lilli Gruber.
“Figlie dell’Islam” è “un viaggio-reportage, come ne ho fatti, ne ho scritti altri, in un universo segreto per la maggior parte di noi, un mondo – quello delle donne musulmane, dell’Islam – che viene visto, purtroppo, troppo spesso, attraverso gli stereotipi, i luoghi comuni” dice Lilli Gruber del suo ultimo libro che ha presentato il 5 febbraio scorso all’Espace Populaire di Aosta.
Colpisce della giornalista, ma prima ancora della donna, la nonviolenza con cui esprime il suo punto di vista, l’accortezza e l’eleganza speculativa permeate, talvolta, da una sottile venatura di pacata ironia con cui approfondisce ogni dettaglio del suo narrare e porta l’ascoltatore fin dentro all’anima e alla complessità dei fatti. Ma c’è spazio anche per la poesia, alta, nello stile oratorio della giornalista in cui non c’è posto per la banalità violenta di affondi gratuiti, dove l’ironia è provocazione, intellettualmente onesta e appropriata, che induce sempre alla riflessione.
La misura è la cifra stilistica dell’analisi e della dialettica della giornalista, mai mero esercizio di stile, sempre appassionata tensione all’impegno civile. Dopo l’11 settembre, sostiene la giornalista, tutto quello che ha a che fare con l’Islam “ci fa paura. Prima degli attacchi alle torri gemelle la maggioranza di noi poco sapeva di questa religione, di chi ci crede, di chi si batte per divulgarla, di chi addirittura si batte ed è pronto a morire. Ma non è pronto a morire per l’Islam: perché ricordatevi che il cosiddetto scontro di civiltà che viene paventato sempre più spesso, oggi, in realtà non ha molto a che fare con le religioni ma con le scelte politiche.” Il motivo per tornare a scrivere del mondo islamico “è perché proprio credo che abbiamo il dovere di conoscerlo meglio”.
Lilli Gruber parla al plurale, usa il “noi” includendo sempre se stessa all’interno del processo di acculturazione verso il mondo islamico che ritiene necessario “perché, in fondo, l’Islam ce l’abbiamo già dentro casa: attraverso i tanti immigrati musulmani che vivono e lavorano nel nostro paese, nelle nostre città… nei nostri paesi …”
A questo punto l’onestà intellettuale di Lilli Gruber raggiunge l’acme. “E … devo dire che, nonostante io… abbia pensato e creduto di … conoscerlo (l’Islam, ndr) già molto bene ho avuto molte sorprese. Soprattutto in un paese come l’Arabia Saudita, dove, come forse voi sapete, … le donne non hanno il diritto di guidare le automobili e, persino lì, ci sono delle donne che si battono per i loro diritti e quindi per i diritti democratici di tutti. Io sono partita da un assunto, come si suol dire. Sono partita dal presupposto, e ne sono convinta, io, ma ovviamente non solo io perché sennò varrebbe ben poco … sono convinta che oggi siano le donne il vero motore del cambiamento delle società islamiche. Le donne che, tutti i giorni, fanno le loro piccole grandi battaglie, per sé, per i diritti delle donne e quindi per i diritti democratici di tutti.”
Quasi tutte le società musulmane non sono democratiche afferma la giornalista e nel mondo arabo, dei ventidue paesi che fanno parte della lega araba, forse solo il Libano è una “sorta di democrazia simile alla nostra” anche se ormai in equilibrio instabile e in una permanente situazione di destabilizzazione.
Le donne musulmane quindi “fanno una battaglia doppia, tripla perché si battono contro delle società prevalentemente patriarcali e arcaiche e si battono contro dei regimi che hanno il controllo dei loro paesi e, ovviamente, quando parliamo di regime, parliamo di un sistema che non garantisce né il diritto di espressione, né il diritto di parola, né il diritto al dissenso pubblico. Ho un grandissimo rispetto per queste donne musulmane che fanno … fanno veramente una lotta che noi, dico noi, tra virgolette, in occidente forse ci siamo un po’ dimenticate. In fondo se ci pensate bene in Italia, se guardate il dibattito di queste settimane, è abbastanza sconcertante che sulla legge 194, la legge sull’interruzione della gravidanza, in fondo le voci femminili siano quasi assenti. E forse, come spesso accade, ci siamo sedute un po’ sugli allori, abbiamo pensato che un diritto che hai acquisito lo hai acquisito per sempre.”
Ci sono tante cose da imparare dalle donne musulmane che si battono per la loro emancipazione. La battaglia delle donne musulmane, bisogna saperlo, capirlo e accettarlo, e Lilli Gruber ci invita e ci aiuta a coscientizzare questo importante passaggio culturale, nella maggior parte dei casi viene fatta nel rispetto dei precetti della loro religione, dell’Islam, e l’arma imbracciata per la lotta femminista è quella del Corano: le donne cercano di reinterpretare il testo sacro dell’Islam “dalla parte delle donne” e alla luce dei tempi che cambiano.

Silvia Berruto

25
Feb
08

"Collettivamente memoria". Espace Memoria: per non dimenticare

“Wissen macht Frei” ovvero “La conoscenza rende liberi” di Italo Tibaldi (Mauthausen 42307) e il fazzoletto che i deportati politici portano nelle occasioni pubbliche sono i due simboli che hanno connotato lo sforzo di fare storia e memoria di “Collettivamente memoria”.
Così, attraverso due frammenti di memoria, Italo aveva consegnato a Giovanna Capitanio e alla sottoscritta, alle prese col dovere di comprendere e l’improbabile capacità di testimoniare, il testimone, nel gennaio del 2006.
Così, con questi due segni, all’inizio di ogni incontro di “Collettivamente memoria” ho inteso sottolineare il dovere di ricordare, affinché non ci fosse il rischio di confondere le riflessioni in atto con le spettacolarizzazioni e/o con gli spazi per la chiacchiera così di moda oggi e perché il senso, la responsabilità e il dovere di testimoniare fossero sempre ben chiari a tutti: in primis a me stessa e poi agli altri.
“Collettivamente memoria” è stato un tentativo, in cinque incontri, di fare storia e memoria collettivamente, in rete con altri, con otto amici che hanno scelto di essere presenti e di aiutare lo svolgersi di un percorso circolare che ha avuto come inizio e come fine un viaggio all’interno dei diritti umani: dalla loro perdita all’apprendimento di una loro possibile difesa.
Sono stati proposti linguaggi e strumenti didattici diversi: Cd-Rom, film, libri, testimonianze, immagini per studiare modi diversi per imparare a conoscere e a difendere i diritti umani.
Il portato culturale di “Collettivamente memoria” sta nelle esperienze contenute nell’imperdibile CD-Rom de “Il treno della Memoria” presentato da Elena Castelli dell’Associazione Post Quem Cultura e Memoria partecipata, nella ricognizione storica e profondamente umana sui destini incrociati delle due deportate valdostane Zita Ghirotti e di Ida Desandré proposta da Silvana Presa direttrice dell’Istituto storico della Resistenza e della società contemporanea in Valle d’Aosta, nel film e documento storico “44145 Anna”, su Anna Cherchi, della giovane regista Michela Cane, nel testimoniare, come insegnante, l’irrinunciabilità e l’inderogabilità di un insegnamento lucido, preciso e incisivo come è quello del professore Lucio Monaco, nel ricordo di Anna Cherchi curato con una dolcezza mite e saggia dallo storico Carlo Ottino, amico di Anna, che non ho mai visto così commosso ma che continuo a ritrovare, proprio come una certezza, sempre politicamente engagé e sempre un agit-prop assolutamente necessario per le nostre coscienze, nella forza più potente di testimoniare di Ida Desandré che ha voluto esserci, all’Espace, il 27 gennaio 2008, per un altro Giorno della Memoria insieme ai giovani, agli insegnanti, agli studenti, al suo compagno e ai compagni presenti per i quali lei è sempre luce e memoria di una storia da non dimenticare e della Memoria, che pur si deve continuare a fare, al di là dello straziante e insanabile dolore che per lei comporta il testimoniare. E ancora il portato culturale di “Collettivamente memoria” è nella storia dell’umanizzazione dei conflitti, nella ricerca creativa di soluzioni e di altri mondi possibili che già ci sono stati nella storia: per questo all’amica, una delle guide importanti del mio percorso sulla strada della nonviolenza, Angela Marasso, ho chiesto e fortemente voluto, da più di un anno, che di “Una forza più potente” commentasse il caso della resistenza civile nonviolenta contro i nazisti in Danimarca nel periodo 1940-1945. Un inedito per il pubblico valdostano tanto che come Centro Studi Sereno Regis presenteremo alla cittadinanza, anche in forma animativa, prossimamente, il ciclo completo di A Force More Powerful. Poi il caso dei laogai, definiti i campi di concentramento del terzo millennio, in Cina. Dopo i primi quattro incontri, di taglio prettamente storico, il quinto incontro ha rappresentato un passaggio, sul percorso complessivo di acculturazione per la difesa dei diritti umani, all’attualità. Dal punto di vista storico c’è l’irripetibilità della shoah e non si è autorizzati, nel modo più assoluto, ce lo hanno ricordato bene, tra gli altri, Giovanni De Luna e Enzo Collotti, a ipostatizzare simmetrie storiche, facili esemplificazioni o teoremi tipo lager,gulag,laogai che, probabilmente e in forma strumentale, potrebbero far comodo a molti, mentre i campi di sterminio appartengono solo e esclusivamente all’universo nazista. Eppure la ripetibilità di fatti accaduti esiste e i diritti vengono oggi ripetutamente violati in forme gravi. Ma oggi, qui e ora, la militanza per la difesa dei diritti umani riguarda tutti e non è delegabile. Questo hanno cercato di comunicarci, tra gli altri, Toni Brandi, coordinatore italiano della Laogai Research Foundation e Paola De Pirro, responsabile Cina e Tibet del Coordinamento Estremo Oriente e Cina di Amnesty International, in un report dai tratti e dai contenuti irricevibili per gli individui di ogni tempo.
Per un “noi” che si possa davvero dire civile, alla ricerca di modi e di mondi possibili che non siano solo facili slogan, dedico “Collettivamente memoria” e questo pezzo a Ida Desandré con un prestito da Ferruccio Maruffi.
“Procura di durare a lungo Ida. Cerca di essere viva per tutti noi.
Grazie Ida.”
Persempre

Silvia Berruto




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