Archivio per luglio 2010

31
Lug
10

21 giugno Strage di piazza della Loggia … A quando la verità?

parte II

Nel 36° Anniversario di Piazza Loggia
In memoria del salodiano Vittorio Zambarda

Martedì 28 maggio 1974
Brescia.
Piazza della Loggia.
10,00. Manifestazione antifascista.
10 e 12 minuti. Esplode una bomba.

Ricorderemo
PERSEMPRE

vennero
uomini e donne liberi
a testimoniare contro la mostruosa
oscurità del fascismo di oggi
non diverso da quello di ieri
né di esso migliore
non si chiamino vittime ma caduti consapevoli
militanti partecipi dell’antifascismo internazionale
quando la vergogna delle false tolleranze
e delle innominate connivenze ha albergato tra  noi
la dinamite diventa soltanto
per i militanti antifascisti
una malattia in più
di cui poter morire

Piazza Loggia, 28 maggio 1974

perché è accaduto!

capire le MOTIVAZIONI diventa l’elemento essenziale.

Manlio Milani parla più volte nel corso della serata di DEMOCRAZIA TRASPARENTE, dell’uso delle coperture, del segreto di stato, delle VERITA STORICHE da enunciare in maniera forte.

“E’ cosa complicata fare i conti con la storia”, afferma Manlio Milani che evidenzia una sorta di memoria rancorosa, una memoria delle parti, a causa della quale non si sono fatti i conti con la storia, non solo del periodo degli anni Settanta ma anche di altri periodi storici.
Una memoria che anziché cercare di capire i processi storici cerca di negarli semplicemente perché essi sono appartenenti a storie e a memorie contrapposte
“Non si è mai di fronte ad una dimensione dialogante. Si ha sempre una memoria che cerca di negare la memoria dell’altro ed esalta la propria, come una sorta di verità assoluta.
Fare i conti con la storia significa mettere tutto sul piatto: gli elementi positivi e gli elementi negativi.” Milani rivendica, al di là della memoria soggettiva, una memoria collettiva.
Cita come una “straordinaria lezione di metodo” il lavoro svolto dalla Commissione Verità e Riconciliazione realizzata in Sudafrica “che ha messo a confronto le responsabilità dello stato ma anche dei singoli rispetto alla dimensione delle vittime e ha trasformato l’esperienza di quei drammi soggettivi in un dramma, in una rappresentazione di drammi collettivamente vissuti.”
Dai racconti dei colpevoli e delle vittime, dal confronto delle responsabilità di tutte le parti coinvolte e dal riconoscimento di ciò che è stato si può arrivare ad una lettura collettiva della storia.
“Bisogna fare i conti con la storia e bisogna avere il coraggio di raccontarli: ognuno partendo dalla propria esperienza e dalla propria storia. Noi dobbiamo respingere la logica di una costante rappresentazione della contrapposizione e negazione del valore dell’altro.
Ognuno è portatore di verità.”
Si tratta di VERITA’ soggettive-relative a confronto. Solo attraverso il confronto fra le verità soggettive-relative delle parti, si può pervenire ad una lettura CONDIVISA della storia sempre più prossima alla realtà.
La ragione per cui l’Italia, secondo Milani, non ha ancora fatto i conti con la storia
starebbe proprio nel fatto che prevale ancora una memoria rancorosa e un senso di rivalsa.

“La Commmissione Stragi è fallita, dopo vent’anni di lavoro. Non è mai riuscita a produrre un documento unitario da sottoporre al Parlamento. Ogni gruppo ha fatto la sua relazione. Alla fine al Parlamento NON E’ MAI ARRIVATA UNA RELAZIONE CONCLUSIVA e ognuno ha cercato di affrontare il tema in questione, l’impunità delle stragi, solo partendo dal proprio punto di vista e mantenendolo fermo.”
Rompere la rancorosità dunque per evitare l’USO PUBBLICO DELLA STORIA.
Rispetto agli anni Settanta Milani cita con passione politica il suo dissenso rispetto alla posizione di chi ha interesse a far passare gli anni Settanta come un periodo solo violento.
“Che senso ha farli passare solo ed esclusivamente come anni solo violenti quando sono stati momenti di conquiste PROFONDAMENTE DEMOCRATICHE, che hanno modificato il modo di essere di questo paese. Pensiamo alla CULTURA FEMMINILE, ALL’OBIEZIONE DI COSCIENZA, l’istituzione delle Regioni (1972) che oggi divengono il punto centrale della domanda di federalismo, alla LEGGE BASAGLIA.”
Si nega, così, la partecipazione e la richiesta di contare di più come cittadini che veniva allora dalla base.
Ovvero si distorce la realtà/verità dei fatti.

Milani ricorda un’affermazione di Pellegrino, nel 1990, nell’ambito di una discussione alla commissione stragi: “SE CERTE VERITA, CHE noi OGGI CONOSCIAMO, FOSSERO STATE DETTE NEGLI ANNI SETTANTA PROBABILMENTE questa democrazia così giovane non avrebbe retto.”
Milani aggiunge “In una certa misura Pellegrino giustificava IL SILENZIO DI STATO, e quindi la RAGION DI STATO”.
Però, contemporaneamente, quarant’anni dopo che senso ha, perché non dovremmo dire come sono andate le cose.
“Perché scopriremmo che avevano delle motivazioni importanti, serie. Giustificabili o meno.
Capirle diventa l’elemento essenziale.
NOI oggi dobbiamo rompere questa situazione per interrompere la memoria rancorosa e di parte.
Probabilmente RIUSCIREMMO ANCHE A CAPIRE L’IMPORTANZA E IL VALORE
della necessità di oggi di non considerare IL MIO AVVERSARIO UN NEMICO ma semplicemente una persona che la pensa diversamente da me.”

UN LUNGO e COMMOSSO APPLAUSO. CONDIVISO.

Dal pubblico una domanda su senso del segreto di stato.
In merito al fatto che il SEGRETO DI STATO sia uno strumento che possa risolvere la questione delle stragi “Io ho una mia teoria. IL VERO SEGRETO DI STATO SU QUESTI fatti E’ IL SILENZIO.
Credo che ne abbiamo avuto riprova durante il processo.”
Milani parla di documenti.
Ritrovati, sottratti, persi.
E di una situazione non completamente risolta.

“In America, dice Milani, esiste la temporalità, con un tetto massimo compreso dai 15 a 30 anni, i documenti desecretati vengono classificati, repertoriati e diventano consultabili da chi fa ricerca.
Tre anni fa in Italia è stata fatta una legge che prevede la temporizzazione del SEGRETO DI STATO. Periodo massimo di 30 anni.
Ma a tre anni di distanza dall’emanazione della legge “mancano ancora i DECRETI ATTUATIVI.
Noi in questi giorni (giugno 2010) stiamo prendendo contatti per un incontro
col Presidente della Camera per sollecitare l’emanazione dei decreti attuativi sull’applicazione.”
Una strada tutta in salita.
Infatti secondo una delle interpretazioni che sta passando, segnala Milani, circa la data da prendere in considerazione per desecretare i documenti, insisterebbe non sulla data del documento bensì sulla data del suo ritrovamento.
Esiste anche un secondo distinguo. I documenti vanno distinti fra documenti d’archivio e documenti correnti.
Se il documento è d’archivio può essere messo a disposizione.
Se è un documento corrente viene tenuto fisicamente in un altro luogo “perché potrebbe servirci” sottolinea Milani.
Una serie di archivi, inoltre, ad esempio quello dei Carabinieri, non sarebbero verificabili, perché i soggetti in questione non hanno l’obbligo di versare i loro documenti all’Archivio di Stato.
“La legge è importante. E’ un passo avanti rispetto a prima, ma è ancora burocratizzata attraverso queste forme di paura che non si capiscono.
Non c’è nessuna voglia di fare i conti con la storia perché, alla fine, un documento chiuso nel cassetto può sempre servire per ricattare qualcuno.”
In ultimo chi produce il documento non deve essere lo stesso soggetto che lo gestisce per garantire l’accesso alla fonte della responsabilità nei confronti del documento stesso: in caso, ad esempio, di perdita o di manipolazione del documento stesso.
Per la gestione trasparente del documento.
Il che denota la volontà di NON VOLERE UNA DEMOCRAZIA SOTTO CONTROLLO: DEMOCRATICO.
“Denota un’idea delle istituzioni in cui l’istituzione può essere un leader e in cui la politica è personificata da un leader e contemporaneamente si perde il senso dell’istituzione che va al di là del leader.
Perché il senso delle istituzioni E’ IL SENSO DELLE REGOLE.
E’ IL SENSO DEL CITTADINO CHE CONTROLLA
CHE SI INDIGNA
CHE DECIDE DI CAMBIARE.
MA CAMBIA IL SOGGETTO, NON LE ISTITUZIONI.”

Silvia Berruto, bresciana, antifascista, socia ANPI – Comitato Regionale Valle d’Aosta

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22
Lug
10

SABRI GIU DAL TETTO. PER HABIB (SABRI)

SABRI GIU DAL TETTO
22
Lug
10

HABIB (SABRI)

Sabri giù dal tetto

sabri

E alla fine, dopo tre giorni di ostinata resistenza sul tetto …

www.autistici.org/macerie/?p=27860

22
Lug
10

HABIB (SABRI)

oggi alle 15:17
postando il report su CHIUDERE I CIE SUBITO. 10 LUGLIO ANTIRAZZISTA A TORINO_II parte
dicevo di non essere più aggiornata (oggi non ho saputo nulla) sull’evolversi della resistenza al CIE di corso Brunelleschi.

ora dalla lettura del Notiziario quotidiano dal carcere di RISTRETTI ORIZZONTI apprendo che la resistenza di Habib-Sabri, secondo il quotidiano La Stampa di oggi, 22 luglio 2010, è finita.

http://www.ristretti.org/index.php?option=com_content&view=article&id=1889:immigrazione-torino-detenuto-tunisino-scende-dal-tetto-del-cie-dopo-60-ore-di-protesta&catid=16:notizie-2010&Itemid=1

22
Lug
10

CHIUDERE I CIE SUBITO 10 LUGLIO ANTIRAZZISTA A TORINO

Torino 10 luglio 2010
Il corteo avanza…


Parte II
… ma mentre stavo scrivendo la prima parte di questo testo ho appreso di una rivolta in corso al CIE di corso Brunelleschi.
non conosco gli sviluppi.

Report. Parte II. Manif. del 10 luglio antirazzista.

Il corteo avanza, sotto un sole giaguaro.
Effettua alcune brevi tappe davanti al mercato e agli incroci affollati delle strade che si trovano lungo il percorso della marcia: per informare il quartiere, per spiegare ai cittadini le ragioni della manif, per raccontare le storie di chi è dentro a(i)l CIE.
Il corteo si conclude davanti al viale alberato, antistante al CIE, dove la gente si assiepa e continua la manifestazione.

La voce di una giovane donna rivolge, dal microfono aperto e libero, “un saluto a tutti i richiusi dentro al CIE. CIAOOOO!”
Un CIAO-ovation con applausi, collettivi e dal basso, si leva.
Per chi è dentro!

Il primo intervento è la testimonianza di un attivista ed è relativa al CIE di Gradisca d’Isonzo (TS).
Dopo aver rivolto “un saluto a tutti e a tutte, soprattutto a quelli e a quelle che sono dentro a questi centri di internamento, a questi centri assurdi che noi vogliamo chiudere” l’attivista inizia il suo racconto.
“Gradisca è stato il primo CIE pensato, costruito e realizzato proprio per essere un CIE.”
Il primo ad essere stato concepito per essere un CIE.
“Per impedire le rivolte e le fughe di chi ci sta dentro.
Noi lo definiamo un NON LUOGO. Perché è un posto in cui tutti i letti sono incassati a terra, le sedie sono incassate a terra. Tutto è di cemento.”
Il muro, racconta il testimone, è ancora più impressionante di quello perimetrale del CIE di corso Brunelleschi. Sulla statale. Il CIE di Gradisca è fuori dal centro abitato. E’ di cemento armato.
L’attivista racconta di due anni di lotta condotti attraverso manifestazioni, presidi, azioni dirette, azioni legali, “per impedire l’apertura di questo CIE”. Per un anno e mezzo il movimento è riuscito a non far aprire il centro. “Un risultato sicuramente piccolo ma comunque significativo perché per un anno e mezzo nessuno è stato rinchiuso. Quando l’hanno aperto ci siamo opposti fisicamente facendoci caricare dalla polizia comandata direttamente dal ministero degli interni.”
Vi sono stati tentativi di fuga e fughe riuscite. Ricorrenti sono (state) anche le rivolte, i fenomeni di autolesionismo e gli atti di distruzione degli “arredi” interni di entità tale da dover denunciare la mancanza di fondi per una ristrutturazione del CIE.
“La situazione è difficile. E’ impossibile comunicare con chi è dentro. In tutta la regione, per i comitati antirazzisti di Trieste, Udine, Pordenone e Monfalcone il CIE di Gradisca è sempre al centro dell’attenzione che è tenuta, sempre, molto alta, e che come tutti i CIE deve essere chiusa prima e subito!”

Antonio, attivista milanese del comitato antirazzista, riflette e testimonia sul CIE di Milano.
“Chiudere prima e subito queste strutture criminali che solo una mente perversa poteva concepire …” Dopo un excursus cronologico sull’idea e sull’attuazione dei centri, CPT e CIE, l’attivista segnala che, quest’anno, al Cie di Via Corelli, c’è stato il più lungo sciopero della fame della storia dei CIE italiani. Racconta di uomini e donne che per mesi hanno fatto lo sciopero della fame e il comitato antirazzista ha portato da mangiare e da bere a chi faceva lo sciopero a staffetta: “Sì perché, oltre a tutto, all’interno di questi centri di detenzione il cibo sembra che sia letteralmente schifoso.
Le cooperative. Le cooperative si prestano, e magari anche cooperative rosse, a dar da mangiare, mettendoci dentro il bromuro, mettendoci dentro delle robe schifose per farli dormire. Questo succede continuamente nei CIE. Le rivolte che ci sono state e che ci saranno avranno sempre nei comitati antirazzisti e nelle persone decenti in questo paese un mettersi di fronte, un mettersi contro.
Perché oggi l’unica soluzione contro questa barbarie è mettersi contro!

Un’attivista segnala il prossimo campeggio NO BORDER CAMP IN BRUSSELS, dal 25.09 al 3.10 a Bruxelles, organizzato dalla rete europea di attivisti contro la politica migratoria europea e i CIE (www.noborderbxl.eu.org).

Nel frattempo una pallina da tennis, lanciata “da dentro” reca la richiesta di fare gruppo di pressione sul consolato del Marocco. Dalla rete dei CIE è arrivata la richiesta di una più ampia mobilitazione e pressione su tutti i consolati.

Karim Metref prende la parola e parla a nome del gruppo degli immigrati autoorganizzati che ha partecipato e organizzato il corteo e la manif.
Karim, dopo aver sollecitato a preparare meglio in futuro le manif., segnala che nella campagna di promozione dell’ultima settimana, effettuata a cura del gruppo e realizzata attraverso volantinaggio a Porta Palazzo e nei luoghi frequentati dagli immigrati, “abbiamo passato più tempo a spiegare che cosa è il CIE che a dire di partecipare.
La gente non sa che cosa è il CIE. Perché c’è molta disinformazione.”
E’ idea diffusa che chi si trova nel CIE abbia commesso qualcosa, che si tratti di spacciatori o di ladri mentre chi se ne sta tranquillo non viene messo in carcere.
Penso che Karim sia molto duro e molto critico nel suo discorso che è intellettualmente onesto come i contributi che ho potuto ascoltare questa sera.
“C’è un grande lavoro da fare per non essere – un pugno di persone – come siamo oggi e per togliere le persone da chi disinforma. Dalle associazioni dell’intercultura, del cous cous, delle feste e delle cene multietniche: perché sono coloro che si danno certificati da antirazzisti e da interculturali che hanno creato i CIE. Sono loro che oggi vanno in giro e parlano A NOME DELL’ANTIRAZZISMO.

Ebbene bisogna dire oggi che NON E’ ANTIRAZZISTA CHI HA COSTRUITO I CIE.
NON E’ ANTIRAZZISTA CHI LI HA PROGETTATI – anzi E’ RAZZISTA CHI LI HA COSTRUITI.
E’ RAZZISTA CHI LI HA PROGETTATI.
E’ RAZZISTA CHI LI STA GESTENDO. E CHE NE VIVE.
Non possiamo disturbare (i razzisti,nda) nei salotti televisivi ma almeno nelle conferenze, nei convegni e negli incontri in città non dobbiamo più lasciargli lo spazio per presentarsi e per PARLARE A NOME DEGLI IMMIGRATI o A NOME DELL’ANTIRAZZISMO.
E’ la legge Turco-Napolitano che fa sì che in queste e nelle prossime settimane migliaia di persone ricadranno di nuovo nella clandestinità e rischieranno di trovarsi in carcere.
Perché non CE L’HANNO MAI FATTA A FARE LA famosa CARTA DI SOGGIORNO.
Perché NON HANNO MAI AVUTO UN LAVORO a LUNGA DURATA.
NON HANNO MAI AVUTO UN CONTRATTO DECENTE così come non ce l’hanno migliaia e migliaia di giovani italiani.”
Queste persone, in Italia magari anche da quindici anni e che hanno sempre pagato le tasse, rischiano di RICADERE nella clandestinità.
Rischiano di ritrovarsi in un CIE e “NON LO SANNO NEMMENO. Perché stanno ad ascoltare in TV la Livia Turco che viene a dire che il razzismo è una brutta cosa, ma senza mai dire QUALCOSA DI CONCRETO.
Senza MAI DIRE COSA E’ L’ANTIRAZZISMO.
L’ANTIRAZZISMO è innanzitutto. NON DEVE ESISTERE IL REATO DI POVERTA’.
L’antirazzismo è. Se gli occidentali e quelli dei paesi ricchi possono andare a fare turismo in Senegal o in un altro posto, anche turismo sessuale a danno dei bambini, perché un Senegalese non può venire in Italia?
Perché I POVERI NON SI POSSONO SPOSTARE?
Se bisogna parlare dei FLUSSI MIGRATORI, parliamone. Ma a partire dalle cause.
Dal PERCHE’ una ragazza nigeriana viene in Italia. Da zone che potrebbero essere le più ricche del mondo ma che oggi sono completamente morte. Dei popoli che vivevano intorno al delta del Niger e che oggi si ritrovano a Benin City: nelle baraccopoli. Sono quelle le ragazze che cercano di entrare o entrano in Italia per svendersi sulle strade d’Italia.
Si fanno i CIE perché sono una macchina per raccogliere i voti.
Si fa la REPRESSIONE DEI POVERI per raccogliere i voti.
Ma si cerca anche IL CERTIFICATO DI ANTIRAZZISMO!
Noi, come collettivo di immigrati autoorganizzati a Torino siamo pochi. Però tra di noi CI SIAMO MESSI D’ACCORDO: non li lasceremo mai più parlare in pubblico di antirazzismo senza andare a disturbarli e senza andare a buttare le loro verità in faccia!”

Poi è la volta del contributo di Marco Rovelli al cui libro già citato, “Lager Italiani” rimando.
“Siamo qui davanti a queste mura, per manifestare, ancora una volta, la nostra opposizione radicale a questi luoghi di esclusione e di reclusione che sono i centri.
Fare questo significa manifestare un’ opposizione radicale a tutto un sistema di politica che lega l’immigrazione ad un fatto di inferiorizzazione, di minorizzazione, di clandestinizzazione e di servilizzazione.
E’ evidente un CPT è un luogo inumano.”
L’inumanità dei CIE non sta solo nelle violenze fisiche, giuridiche, e nella negazione dei più elementari diritti umani che quotidianamente sono violati in questo luogo, sostiene Rovelli, ma sta nella sua natura: nella sua natura di campo. Prima CPT ora CIE.
E’ un campo.
Per dire campo in tedesco c’è una parola che è “Lager”.
Il concetto e la pratica dei CIE sono le stesse dei Lager del Novecento dice Rovelli. “Un luogo di sospensione del diritto, un luogo dove il diritto si autosospende nella sua universalità.”
Già questo è uno dei passaggi agghiacciante. E non solo dal punto di vista speculativo.
“Il diritto universale, il diritto ordinario non vale più. In questi luoghi che sono fuori dalla legge, che sono fuorilegge, il diritto si sospende. Vige uno stato di eccezione ricorda Marco, e lo fa in modo più esteso anche nel suo libro, rifacendosi ad Agamben e alla Arendt. E si potrebbe risalire fino ad Aristotele in merito alla condizione di schiavo non molto distante concettualmente da quella “in potenza” e per molti internati dei CIE anche “in atto.”
“Siamo in presenza di una situazione di eccezione della normalità. Del diritto che vale per tutti.
Questa è la violenza fondamentale.
Stabilire che ci sono persone che non sono più persone perché non possono esercitare i proprio diritti umani. Legati ad una condizione di cittadinanza. Ed essendo questi non cittadini, nuovi APOLIDI, determinati tali dalla legge. Ad essi vengono negati tutti i diritti a partire dal quel diritto fondamentale: il diritto alla LIBERTA’.”

Rovelli invita tutti ad andare oltre al concetto della struttura del CIE per comprendere che esso non serve solo ad identificare e/o ad espellere ma è il terminale di una politica sulla migrazione finalizzata alla servilizzazione.
Alla CREAZIONE di SERVI.
E questo in Italia e in Europa sostiene Rovelli. Ma a me pare che si potrebbe parlare, purtroppo, di una situazione diffusa e planetaria come proverò a dimostrare più sotto.

Perché il CLANDESTINO SERVE”, incalza Marco.
“La parola, ricorda, viene dal latino e significa etimologicamente “COLUI CHE STA NASCOSTO ALLA LUCE DEL GIORNO. Colui che sta nell’ombra, che non emerge mai alla luce.
Nell’ombra, ricorda Marco, ci sono figure confuse, non ci sono identità.
Non ci sono volti.
Non ci sono nomi.
Non ci sono persone.
C’è solo un grande fantasma.
Un grande uomo nero.
Che serve per fare PAURA.

Citazioni agghiaccianti e convergenti, nella sostanza, fra il discorso di Manlio Milani sulla strage di Piazza Loggia che trovate qui, in liberostile (http://liberostile.blogspot.com/2010/07/21-giugno-strage-di-piazza-loggia.html) e in quello di Marco Rovelli che sto provando a restituire.
Ed ecco il passaggio nodale del discorso di Rovelli.

“La grande macchina mediatico-politica del nostro tempo, continua Marco, usa il clandestino come uomo nero. Perché la PAURA è FONDAMENTALE per la costruzione del CONSENSO POLITICO.
TANTA PIU’ PAURA C’E’ IN UNA SOCIETA’ tanta meno LIBERTA’ C’E’.
TANTO PIU’ LE PERSONE SONO DISPOSTE a rinunciare volontariamente Ai PROPRI DIRITTI IN NOME DELLA SICUREZZA.
E poi IL SERVO SERVE ALLA MACCHINA ECONOMICA.
Infatti non avendo diritti un clandestino non può rivendicare alcunché ed è costretto ad accettare qualsiasi ricatto.
Rovelli fa l’appropriato richiamo e distinguo a proposito dell’uso del termine clandestino.
Clandestino non solo rivolto a chi è irregolare privo di permesso di soggiorno.
“I MIGRANTI IN GENERALE SONO CLANDESTINI” afferma Rovelli perché LA SPIRALE, PERVERSA, si ripete sempre uguale a se stessa.
Clandestino dunque è la condizione riferibile potenzialmente anche a chi, pur regolare, può venir ricacciato nella clandestinità. Per la sequenza: lavoro/permesso di soggiorno/ Condizione di regolarità.
Che è perdibile. Per la possibile sequenza successiva di: perdita del lavoro/perdita del permesso di soggiorno/clandestinità.
RICATTO DEL LAVORO.
IL CLANDESTINO E’ SOGGETTO ad una serie RICATTI.
” E allora lo slogan SIAMO TUTTI CLANDESTINI, conclude Rovelli, sottolineando l’immagine speculare di “NESSUNO E’ CLANDESTINO”  trova la sua verità nel campo del lavoro. Per quella condizione che ci accomuna tutti.
“Siamo tutti CLANDESTINI perché siamo tutti parte di un grande processo di erosione dei diritti del lavoro, dei diritti dei lavoratori, dei diritti del mondo del lavoro. Che è un processo di precarizzazione globale e di servilizzazione totale di cui il clandestino è il punto finale. Il clandestino è un PRECARIO ASSOLUTO.”
E all’OPERAIO CHE VOTA LEGA, e che si fa prendere da quest’odio sociale, bisognerebbe FAR CAPIRE che sta andando contro i suoi stessi interessi perché IL MODO PER DIFENDERE I PROPRI DIRITTI STA NEL DIFENDERE I DIRITTI DI TUTTI.

Termino qui il report sul contributo significativo di Marco Rovelli che ha continuato la sua riflessione sul tema del lavoro.

Nel gioco delle parti c’è chi discrimina e chi è discriminato, uno sfruttato e uno sfruttatore.
POVERTA’, MANCANZA DI LAVORO, DIRITTI VIOLATI sono alcuni gli elementi su cui si basa la storia.
Anche la storia delle discriminazioni.
Ma se la parte è una sola?
Mi viene in mente “L’ECCEZIONE E LA REGOLA”  di Bertolt Brecht e la chiusa del testo.
“Così termina la storia di un viaggio.
Avete ascoltato e avete veduto ciò che è abituale, ciò che succede ogni giorno.
Ma noi vi preghiamo: se pur sia consueto, trovatelo strano”!
Inspiegabile, pur se normale!
Quello che è usuale, vi possa sorprendere!
Nella regola riconoscete l’abuso e dove l’avete riconosciuto procurate rimedio!
Questo monito accompagna la mia vita di tutti i giorni e anche il tentativo di essere intellettualmente, e non solo, onesti.
Più che di servi forse è più corretto parlare di SCHIAVI.
Fra le notizie censurate del 2009 una riguarda proprio il dato sulla SCHIAVITU’MONDIALE.

CENSURA 2009, notizia 15.
Titolo:  “SCHIAVITU MONDIALE”.
“Attualmente nel mondo esistono 27 MILIONI DI SCHIAVI, più che in ogni epoca storica. La globalizzazione, la povertà, la violenza e l’avidità favoriscono l’aumento della schiavitù, non solo nel Terzo mondo, ma anche nei paesi più sviluppati… (continua)

La forma più diffusa di schiavitù sarebbe la schiavitù sessuale (79%) seguita dallo sfruttamento lavorativo (18%), secondo i dati del Rapporto ONU sul traffico di esseri umani a livello globale, febbraio 2009.
L’ILO (International Labour Organization) stima in 2 MILIONI la crescita netta su base annua del numero complessivo di schiavi in tutto il mondo.
“LIBERARE E RIABILITARE UNO SCHIAVO IN UN PAESE POVERO COSTA CIRCA 400-600 dollari. Moltiplicando questa cifra per il numero complessivo stimato di schiavi, il totale necessario a livello mondiale non supererebbe i 10,5 miliardi di dollari.”
(Fonte: Mirela Xanthaki, “Human Slavery Thriving in the Shadows”, Inter Press Service, 14 febbraio 2009.)

Voglio, con un certo senso di disperazione ma anche con la coscienza di dover continuare a lottare, chiudere con le parole di Herta Müller.
Dedicate a tutti.
HERTA MULLER, da Parole d’Autore. I lemmi del Vocabolario Europeo, edizione 2009,

Per il vocabolario europeo Herta Müller ha scelto il vocabolo

non sono solo palle Photo silvia berruto_10.07.2010


Lager s.n. campo

[…] Im Deutschen höre ich aus diesen unschuldigen Verwendungen des Wortes Lager immer den Schrecken, eine Verstörung. Die mit dem Wort lager bezeichneten Dinge haben ein Versteck.

[…] Nelle accezioni innocenti della parola Lager in tedesco sento sempre il terrore, il turbamento psichico. Le cose designate con la parola Lager hanno una specie di nascondiglio.”

Silvia Berruto, GCR, Aosta

N.B. PHOTOS
chi intende usare la foto pubblicata svp citi la fonte

17
Lug
10

VITTIME DI STATO. QUALE GIUSTIZIA?

dal 17 al 21 Luglio 2010 — Genova, Iniziative 2010

http://www.veritagiustizia.it/iniziative/dal_17_al_21_luglio_2010_genova_iniziative_2010.php

Sabato 17 e Domenica 18 Luglio 2010
Il Comitato Piazza Carlo Giuliani organizza a Genova 4 incontri sul tema Vittime di Stato, quale giustizia?

Martedi’ 20 Luglio 2010 – dalle ore 15 alle ore 20
Il Comitato Piazza Carlo Giuliani rinnova l’invito in Piazza Alimonda
Musica, teatro, letture in piazza..

Mercoledi’ 21 Luglio 2010 – dalle ore 17.00
Il Comitato Verita’ e Giustizia per Genova vi invita c/o il circolo “Lo Zenzero”, via Torti 35 – Genova alla Presentazione Annuario Diritti Globali 2010
Lorenzo Guadagnucci (giornalista del Resto del Carlino, autore del libro “Noi della Diaz”) intervista il curatore Sergio Segio
Intervengono:
Ciro Pesacane (Forum Ambientalista)
Enrica Bartesaghi (Presidente del Comitato Verità e Giustizia per Genova)
Coordina: Antonio Bruno, consigliere comunale
Segue cena di autofinanziamento alle ore 19.00 sempre presso il circolo “Lo Zenzero”.
Alle ore 21.00 da Piazza Martinez partira’ la fiaccolata verso la scuola Diaz.
Il volantino della serata

www.veritaegiustizia.it

15
Lug
10

CHIUDERE I CIE SUBITO. 10 LUGLIO ANTIRAZZISTA A TORINO

Torino 10 luglio 2010
ore 16.00 – Corteo da Piazza Sabotino al CIE di corso Brunelleschi
no-cie.noblogs.org
Iniziativa organizzata dal coordinamento 10 luglio antirazzista


APPELLO

Torino è antirazzista
photo silvia berruto_10.07.2010

1000
Ma forse saremmo stati anche di più.
A manifestare la nostra dissociazione dall’irricevibilità della sola idea dell’istituzione dei CIE, dalla loro realizzazione e, infine, per esigere LA CHIUSURA IMMEDIATA DI TUTTI I CIE italiani.
C.I.E. sta per CENTRO DI IDENTIFICAZIONE ED ESPULSIONE.

Arrivo in piazza con un certo anticipo per scambiare qualche idea con qualche attivista del movimento.
Incontro il Daniele di Askatasuna. “Ognuno deve essere organizzatore di una giornata come quella di oggi, dice. E’ importante non delegare niente a nessuno ma essere  noi stessi organizzatori. Dal basso.”
Chiedo a Daniele qual è il taglio che Askatasuna – centro sociale torinese da quattordici anni radicato sul territorio impegnato nelle battaglie quotidiane a fianco e dalla parte di chi non ha voce e di chi è più debole – intende dare alla giornata antirazzista di oggi.
“La giornata non ha organizzazione istituzionale. E’ una giornata organizzata da gente che vuole combattere il razzismo e fare qualcosa contro le frontiere e a favore dei migranti, contro i CIE. Il CIE di corso Brunelleschi vive ancora molti presidi quotidiani sia sotto le sue mura sia a livello attivo di solidarietà. Farsi sentire al di fuori  delle mura e portare sostegno loro, o anche solo cercare di fare qualche cosa per non farli rimpatriare magari in posti dove altrimenti troverebbero la fine. Noi ci stiamo attivando perché tutto questo finisca, affinché il CIE chiuda e perché queste persone – soltanto colpevoli di non avere un foglio di carta giusto, perché la verità è che si tratta di non avere un documento – possano avere anche loro la libertà.
“Cosa auguri a TUTTI NOI, anche se qualcuno ancora distingue fra un  NOI e un LORO, concependo, parlando e agendo, subculturalmente, affinché esistano un NOI e un LORO?
“Auguro che possano tornare al più presto liberi tra di noi, possano mischiarsi in una sorta di integrazione globale e far sì che possiamo percorrere un giorno queste strade senza vedere un colpevole in ogni cosa o il colore della pelle o queste stupidaggini qui!”

Mi siedo sul marciapiede, vicino a Luca, di radio Blackout, col quale ho un veloce scambio di idee perché il corteo sta per partire. Ma c’è il tempo per parlare del volantino di Antirazzisti fuori dal tempo che è a terra di fronte a lui e che si è impegnato a distribuire.
Sul ritmo delle percussioni della Torino Samba Band iniziamo la marcia sotto un sole giaguaro.
Dall’impianto del furgone si alternano musica e messaggi, da un microfono libero e quindi accessibile a tutti.

1000 o anche più
photo silvia berruto_10.07.2010

Libere, libertarie e articolate sono le motivazioni per essere qui.

Dal microfono il primo contributo. “Per bloccare e contrastare tutti i dispositivi che vengono messi in atto dal razzismo istituzionale per rendere impossibile una vita degna per gli immigrati e le immigrate in questo paese.
Una giornata di mobilitazione con corteo a cui seguirà un concerto serale sotto le mura del CIE per rendere visibile un’opposizione a questa pigione a cielo aperto e per portare dall’esterno almeno un messaggio di solidarietà verso le persone che sono costrette a essere rinchiuse in attesa di un’espulsione che IMPEDISCE I SOGNI E LE SPERANZE con cui molti erano arrivati in Italia.
CONTRO IL RAZZISMO, CHIUDERE I CIE ORA!”

Samba, canti di lotta, e interventi ritmano la marcia per una manif nonviolenta.

Il volantino del comitato solidale antirazzista del Liceo Giordano Bruno.  Il comitato crede che “dipenda da ciascuno di noi la possibilità di rendere migliori le nostre esistenze in ogni ambito di vita, a scuola, nelle università, nei posti di lavoro, nei quartieri. Per la chiusura di tutti i CIE! Per una società solidale, multietnica ed antirazzista! Per la libera autodeterminazione di ogni essere umano! Per il diritto di tutti ad una vita dignitosa.”

Ancora dal microfono.
“Il luogo dove stiamo passando in questo momento è la ex clinica San Paolo (in corso Peschiera, ndr) che ha ospitato sino al settembre 2009 circa 300 rifugiati, provenienti dai diversi paesi del corno d’Africa, che in cerca di una vita migliore e, non avendo un posto nel quale vivere, si erano riappropriati di questo spazio, abbandonato da più di dieci anni, e avevano occupato per cercare una casa e per organizzare una lotta che parlava di diritti negati e di libertà.
A settembre dello scorso anno, il comune e la prefettura, con un’operazione studiata nei minimi particolari, procedevano ad uno sgombero soft della clinica San Paolo, spostando le persone da qui in altri luoghi che però non hanno rappresentato una casa e non hanno rappresentato una soluzione definitiva.
Infatti in questi giorni sui quotidiani locali si parla dei rifugiati che vivono nella caserma di Via Asti e dell’incertezza che pesa sul loro destino.”
Viene ricordata via Revello, cito dall’intervento libero dal microfono, “dove c’è ancora una piccola occupazione di Casa Bianca dove abitano coloro che, di fronte alle proposte del comune della prefettura, hanno rifiutato e hanno scelto di  restare in occupazione, di riappropriarsi della casa e di provare a riappropriarsi della vita.
Essere contro i CIE significa oggi essere contro la criminale politica dei respingimenti in mare del Ministro Maroni e di questo governo.
Per la chiusura dei CIE, per il riconoscimento dei diritti reali, per la libertà, per la dignità dei migranti e delle migranti.”

Sul volantino del FAI (Federazione anarchica torinese) si legge: “Se un giorno ci chiederanno “dov’eravate quando la gente moriva in mare e nel deserto? Dov’eravate ai tempi dei lager e delle deportazioni? Vorremmo poter rispondere “ero lì, con gli altri a resistere”. Mettersi in mezzo è un’urgenza che parla a ciascuno di noi. Se non ora, quando? Se non io, chi per me ?

E queste sono le mie ragioni.
Sono partita da Aosta apposta per essere alla manif.
Sono venuta prima come essere umano, poi come zoòn politikòn, poi come donna, poi come cittadina, e, infine come aderente a GCR, giornalisti contro il razzismo.
Per rendermi conto di persona dello stato delle cose, per partecipare, per dissociarmi, per scrivere e per fotografare: insomma per testimoniare. Per fare autocritica e per fare critica.
Infatti, conosco il c.i.e. di corso Brunelleschi, solo per  la descrizione che ne fa Marco Rovelli nel suo libro “LAGER ITALIANI” (BUR, 2006).

Il corteo arriva in corso Brunelleschi e si ferma davanti al muro di cinta del centro.
Da lontano le mura perimetrali del cie sono le tipiche mura, tutte molto simili nel loro concept, di molte carceri metropolitane italiane.
Da vicino il CIE  è, strutturalmente e “architettonicamente”, a tutti gli effetti, un carcere.
I manifestanti si fermano davanti alle mura per un sit-in connotato soprattutto dalla voglia di COMUNICARE coi migranti che sono dentro.
Perché sappiano e sentano di non essere soli.
Anche se certamente non potranno mai comprendere ed accettare, come noi del resto, questo sistema-lager, non solo italiano.

C.I.E. acronimo per CENTRO DI IDENTIFICAZIONE ED ESPULSIONE.
Sono l’evoluzione dei CPT, acronimo che sta per CENTRI DI PERMANENZA TEMPORANEA.
Un assurdo.
Ontologicamente e per senso.
Per l’intrinseca contraddizione semantica esistente fra il concetto di permanenza, che presenta i caratteri di stabilità e durata, e per la giustapposizione dell’aggettivo “temporanea” che ne nega, immediatamente, il senso e il contenuto.
Una sospensione di senso.
Nella dicitura originaria l’acronimo presentava anche la lettera A che stava per “assistenza”.
Parola persa nel senso, nella memoria e nella prassi, come ricorda nel suo libro Marco Rovelli.
Ad una sospensione di senso si accompagna una sospensione giuridica: spesso la sospensione dello status di richiedente asilo.
Svanita, la lettera, svaniti o negati, alcuni diritti delle persone, che si è autorizzati a chiamare “internati.”
Il CIE è un non luogo.
Un non luogo per non persone.
Un non luogo per non diritti.
Un luogo di perdita.

Nei CIE si viene internati per varie ragioni e vi si può rimanere sino a sei mesi.
In attesa di essere rimpatriati attraverso un’operazione assimilabile ad una deportazione da quanto si sa, con certezza, dalle numerose testimonianze dirette, pubbliche e pubblicate, degli espulsi.

Su tutto quanto già detto aleggia anche il businness, come risulterebbe dal materiale esposto nel corso della manifestazione del 10 luglio e dal businness sull’assistenza dei rifugiati, secondo quanto emergerebbe dalla recente inchiesta di Enrico Campofreda a Roma pubblicato da TERRA (giugno-luglio 2010)  e ripreso da radiocittà aperta.

materiali esposti_10.07.2010
photo silvia berruto_10.07.2010

Ma l’articolo 10 della Costituzione della Repubblica Italiana e il diritto di asilo, che l’articolo ancora tutela, sono ancora vigenti?

Un’importante azione politica, di COMUNICAZIONE e di RESISTENZA NONVIOLENTE,  è da segnalare.
Non è nuova e il movimento la usa da tempo.
E’ un sistema creativo di comunicazione coi migranti internati.
Consiste nel lancio dall’esterno degli attivisti, action che diventa poi bidirezionale in un felice ciclo ad libitum di (esterno-interno-esterno), di PALLINE da tennis, portatrici di messaggi.
E di risposte.

voglia di comunicare
Photo silvia berruto_10.07.2010

Dai manifestanti agli  internati.
Prima.

voglia di comunicare
Photo silvia berruto_10.07.2010

E dagli internati, resistenti, ai manifestanti.
Poi.
Divisi solo, e solo apparentemente, da un muro di cemento.

il muro del cie
Photo Silvia Berruto_10.07.2010

– CONTINUA-

silvia berruto, GCR, Aosta

N.B. PHOTOS
chi intende usare le foto qui pubblicate svp citi la fonte:
PHOTO SILVIA BERRUTO, Torino, 10 luglio 2010, MANIF. CONTRO I CIE




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